Oggi la liturgia nel Vangelo di Giovanni ci offre poche righe, nelle quali è nascosto l’essenza del nostro rapporto con il Signore. Tutto parte dal senso di appartenenza: “le mie pecore”, dice Gesù; è Lui per primo che ci definisce suoi, ci sente suoi. È la base, il fondamento, l’inizio di ogni relazione tra noi è lui. Anche il primo comandamento inizia con una dichiarazione da parte di Dio: “Io sono il Signore Dio tuo…non avrai altro Dio all’infuori di me”
Tra me e te c’è un legame, c’è familiarità, c’è una scelta di condividere il cammino, solo grazie a tutto questo hanno senso le norme e le regole, l’ascolto reciproco e l’obbedienza affinchè si possa perseverare e rimanere nell’Amore.
L’appartenenza si esplica nell’ascolto, nel riconoscere una voce. Ci sono e ci possono essere tanti pastori, ma noi non apparteniamo a tutti, non seguiamo tutti. Seguiamo solo colui di cui riconosciamo l’unicità della voce, solo colui che ci può chiamare per nome, solo colui per il quale non siamo un numero, una delle tante pecore. Perché solo chi dà la vita è un vero pastore, che non delega nessuno. Si prende cura in prima persona, è disposto a sacrificare non gli altri, non una parte di sé, ma tutto se stesso, perché le pecore abbiano la vita, per sempre.
Questi pochi versetti sono veramente un patto di fedeltà, un promessa d’amore. E la promessa continua a rinnovarsi: sempre presente nell’Eucarestia; sempre vicino ad ognuno prendendosi cura attraverso i Sacramenti; presente nella sua Chiesa che sa leggere “i segni dei tempi”, “accidentata, ferita, sporca per essere uscita per le strade” (Evangelii Gaudium nr. 49), ma con le porte aperte. Gesù continua a mettersi in ricerca dell’uomo lontano che ancora è confuso da mille voci di pastori che rubano la vita e spesso rendono schiavi. “Non c’è né Giudeo né Greco, non c’è né schiavo né libero, non c’è né maschio né femmina, perché tutti siete uno in Cristo Gesù” (Galati 3,28).
Appartenenza, ascolto, conoscenza, sequela: passaggi che si richiamano a vicenda, che non possono esistere se non insieme e che ci proiettano molto lontano, ci aprono le porte dell’eternità. Non siamo erranti e nomadi, ma cercatori – a volte inquieti – di questo Dio innamorato dell’uomo fino alla follia della croce e della resurrezione. L’incontro con il Signore non conosce limiti e confini, né barriere ed è ancora San Giovanni che lo ricorda in un altro versetto “Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito». (Gv 3, 8-9)
Sr Giuliana Imeraj
4^ domenica di Pasqua – Chi dona la vita è Pastore!
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