La Liturgia della Parola risponde a una domanda tanto semplice quanto estremamente complessa: hai mai incontrato Dio? È una domanda a cui, dicevo, è semplice rispondere “Non ho mai incontrato Dio”, mentre è più complesso riconoscere che ognuno di noi ha fatto e fa la propria esperienza di Dio.

C'è chi incontra Dio “nel vento impetuoso e gagliardo”, quando la vita ti sbatte da una parte all'altra senza che tu riesca a dargli una tua propria direzione. C'è chi ha incontrato Dio “nel terremoto”, quando tutto ciò che ti sei costruito crolla sotto i colpi della vita, e non rimane in piedi nulla se non macerie e polvere come in questi giorni. C'è pure chi incontra Dio “nel fuoco”, quando si fa di Dio un'esperienza forte, coinvolgente quasi al punto di consumarsi totalmente d'amore per Dio e per gli altri. Sono tutte esperienze forti, molto diverse tra di loro: talmente diverse da confermarci l'assoluta impossibilità di ricondurre Dio a una “modalità” nel quale poter dire: “Lì ho incontrato Dio”. Ma Dio è l'Assolutamente Altro da noi e proprio nel momento in cui ci aspettiamo di incontrarlo, lui si presenta a noi in altre forme. Ma proprio mentre Elia ci ha raccontato un modo di incontrare Dio più sereno, il Vangelo ci mette di fronte al Dio di Gesù Cristo che si manifesta ai discepoli - e a Pietro in particolare - certamente non meno sconvolgente. I discepoli, dopo aver sperimentato un Dio talmente potente da riuscire a sfamare cinquemila uomini, ora lo vedono ritirarsi sul monte, da solo, intento a ritrovare se stesso dopo le fatiche del contatto con la folla. Non si sarebbero di certo aspettati che di lì a poco egli si sarebbe manifestato nell'aspetto terrificante di un fantasma, per di più in un contesto drammatico come quello di una tempesta sul mare. Ed è quello che spesso accade anche a noi. Sistemiamo Dio nella speranza che non venga a disturbarci più di tanto. Ma se non lo fa Dio, ci pensa la vita a disturbarci con le sue tempeste e fatichiamo ad andare avanti, sballottati da venti che ci minacciano in continuazione. Cerchiamo di raggiungere la riva dove Dio ci ha assicurato che ci aspetta e - come se non bastasse - Dio tace, anzi addirittura ci spaventa, perché ci si manifesta come mai l'abbiamo visto, non come un amico, bensì come uno spettro. In realtà, c'è anche chi non si perde d'animo perché basta una parola di conforto del Maestro “coraggio, sono io, non abbiate paura!” per andare incontro a lui, anche in mezzo al turbine della tempesta. Purtroppo Pietro non sceglie certo il modo migliore e osa mettere alla prova Dio: “Se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque”.   Con Dio non si fa così! Dio non è mai da mettere alla prova, perché nel momento in cui lo fai, lui ti fa sperimentare la tua fragilità. Ma per fortuna, non ti lascia affogare: ti afferra la mano e ti riporta con sè sulla barca. Ma non te lo manda a dire: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?”. Perché hai pensato di sfidarmi, invece di fidarti? La nostra “traversata” per incontrare Dio e stare un po' con lui è lunga, ed è fatta di tempeste e di mari agitati da attraversare. Ma in tutto questo, non possiamo avere la pretesa di sfidare Dio e di incontrarlo dove e come vogliamo noi. Abbiamo a disposizione un Dio che ha compassione di noi, che ci prende per mano e ci risolleva quando affondiamo nel mare delle nostre incoerenze: non possiamo avere paura! È solo questione di fiducia e di abbandono in lui, sempre, nonostante tutto.  

                                                                                                                don Franco Bartolino

La Liturgia di questa Domenica ci riporta all’essenza di una vita in pienezza. Tutto parla dell’abbondanza dei doni di Dio, e in particolare, in coincidenza con la festa del perdono di Assisi, sovrabbonda il perdono, la misericordia. Se per un momento spostiamo il nostro sguardo Francesco d’Assisi, questo piccolo uomo di statura umana e spirituale gigantesca, comprendiamo che il segreto di una vita riuscita non sta’ nelle conquiste e nell’accumulo di vari generi, e tanto meno nelle varie categorie di ostentazioni personale e sociale; ma nel aprirsi con semplicità all’abbondanza dei doni di Dio.

La Liturgia della Parola ci parla di fame e di sazietà. E già dai tempi di Isaia il Signore promette un cibo gratuito per chi in Lui si affida e di lui si fida: Così dice il Signore: «O voi tutti assetati, venite all’acqua, voi che non avete denaro, venite; comprate e mangiate; venite, comprate senza denaro, senza pagare, vino e latte.
Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro guadagno per ciò che non sazia?
Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti. Porgete l’orecchio e venite a me, 
ascoltate e vivrete (Is 55,1-3). E mentre il Signore fa la domanda, lui stesso dà la risposta: Porgete l’orecchi e venite a me, ascoltate e vivrete.

 Quello che vediamo in “promessa”  al tempo di Isaia, il Vangelo ci rende vivo e attuale nella  moltitudine che va alla ricerca del Signore per “ascoltare” le sue parole e i suoi insegnamenti, forse più preoccupati della fame esistenziale che quella materiale. Carica quindi di quelle parole che arriva al cuore la gente sente che si può fidare di Colui che prima di saziare lo stomaco, sazia la fame di vita e di verità e impara dai gesti di Gesù il modo per saziarsi anche del cibo che sostiene il corpo e che crea la fraternità. Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati.
Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui».
E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Così noi, uomini e donne di questo tempo così contradditorio, continueremo “insoddisfatti” se non decidiamo di frequentare la Scuole di Gesù di Nazare per imparare le sue lezioni di umiltà, solidarietà, condivisione e comunione (Mt 14, 13-21).

 Nelle folle di ieri vediamo anche le folle di oggi che accompagnano la storia dell’umanità. E mentre cresce nel mondo lo scandalo della fame che lascia all’abandono migliaia di poveri, sfollati, peregrini, rifugiati; dall’altro vediamo lo spreco di chi ostenta ricchezza e potere senza misura. Ecco perché facciamo risuonare il canto fiducioso di Paolo Apostolo:

Fratelli, chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?
Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati.
Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore (Rm 8,35.37-39). 

 Questa è la certezza-mandato nella quale ogni giorno  la Chiesa offre sull’altare dell’Eucaristia la possibilità per mantenere viva la speranza in un mondo dove tutti si siedono allo stesso modo intorno alla stessa mensa per condividere lo stesso pane.

Ogni giorno il Figlio di Dio si lascia sbriciolare nelle mani dei suoi apostoli per garantire il pane dell’uguaglianza che non è solo  la vita di chi crede ma la vita del mondo. Meraviglioso intreccio: da un lato il Dio onnipotente che sceglie di diventare briciole di pane; dall’altro la sua chiesa, ogni fedele, che accetta la sfida di continuare con i gesti e le parole eucaristiche la profezia del Regno.

                                                                                                                                                                                      suor Maria Aparecida pme

 

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Sono tante le cose che impariamo nella vita, soprattutto sono molte quelle che apprendiamo con l'esperienza proprio come fa “un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche”. Il suo tesoro è rappresentato da tutto l'insieme delle esperienze della sua vita, belle o brutte, edificanti o meno: di cosa siano fatte o di che cosa si tratti, poco importa, perché - ce lo dice Paolo nella seconda lettura - “tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio”. Belle o brutte, le esperienze della vita ci porteranno sempre verso il bene, se amiamo Dio. Questo è il tesoro di chi è stato chiamato da Dio: l'amore. Il tuo tesoro può essere colmo delle più grandi ricchezze, ma se non hai amore nel cuore - dice ancora Paolo - non vale assolutamente nulla.

E così, puoi aver trascorso tutta la tua vita a ricercare la felicità nelle situazioni più disparate, nelle esperienze più diversificate, nelle emozioni più esaltanti, saranno comunque tutti tesori di grande valore per la tua esistenza, ma il tuo cuore sentirà di non aver ancora trovato il tesoro giusto. Poi un giorno, continuando a scavare alla ricerca di qualcosa di più, t'imbatti in un tesoro di inestimabile valore e ti sembrerà che tutto ciò che hai fatto fino allora non conti nulla: e allora, che cosa fai? Non rinuncerai forse a tutto ciò che hai accumulato pur di comprare ciò che ti permetterà di trovare la piena realizzazione della tua felicità?

Chi di noi sarebbe così sprovveduto da lasciarsi sfuggire l'occasione della vita? Chi di noi, se fosse collezionista di perle per passione, non sarebbe disposto a gettare via la sua collezione, qualora trovasse una perla unica al mondo, talmente rara e preziosa, da valere tutto quanto aveva fino allora accumulato? Ci sono cose, nella vita, alle quali sarebbe una follia dire di no solo per la paura di rischiare: la salute, un lavoro, una casa, la vita stessa. Tutte cose di inestimabile valore: eppure, nemmeno esse rappresentano il bene più grande.

Esiste infatti - e il Vangelo di oggi ce lo ricorda - una perla di grande valore per la quale vale davvero la pena vendere tutto ciò che si ha. C'è un tesoro inestimabile del quale è assurdo non pensare di vendere tutto per acquistare il campo nel quale si trova nascosto. Questo tesoro, inestimabile e ricercato sin dai tempi antichi, come ci racconta la vicenda di Salomone, il re saggio dell'Antico Testamento, finalmente ha un nome: Gesù. Questa perla ha una forma e un taglio tutto particolare. Ha lo stesso valore di tutte le cose nuove e antiche presenti nel tesoro di chi da sempre è alla ricerca di Dio, ma ha un nome nuovo e si chiama “amore”.

Solo chi ama può capire e solo chi cerca la felicità vera per tutta una vita la trova nell'amore di Gesù stampato sul volto delle persone. Solo chi capisce che è l'amore a muovere il mondo, è capace di sprecare tutto il proprio tempo alla ricerca dell'umanità perduta, di seminare su qualsiasi tipo di terreno, di mietere grano laddove è cresciuta zizzania, di gettare la rete in mezzo a un banco di pesci cattivi.

L'amore di Dio rivelato in Gesù è tutto questo: follia allo stato puro, secondo le logiche del mondo. Ma nulla vale più di questo amore, perché è il tesoro inestimabile, perché è la perla di grande valore. “L'unico oggetto di tutta la Scrittura è l'amore”, diceva il filosofo Pascal nel XVII secolo perché solo l'amore è credibile; solo per amore vale la pena “vendere tutti i nostri averi” e sprecare la nostra esistenza: per amore e solo per amore!

 

                                                                                                                                                                                                                         don Franco Bartolino

“Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Da sempre l'uomo credente si pone questa domanda: se Dio è bene e vuole il bene, da dove ha origine il male? Domenica scorsa abbiamo ascoltato un brano evangelico di grande speranza, che ci parlava di un seme che dà frutto nonostante tutto; oggi invece siamo qui a chiederci perché Dio non può sconfiggere il male presente nel mondo. Perché ci sono tante cose che non vanno come dovrebbero? Perché la creazione sin dall'inizio ha voltato le spalle a Dio? E perché adesso, nonostante il male che c'è nel mondo, Dio non interviene nuovamente a mettere a posto le cose?

Del resto, con il “nemico” non ci può essere dialogo, il male va estirpato alla radice. Spesso la Chiesa si trova ad assumere atteggiamenti simili a quelli dei servi della parabola: “Signore, vuoi che andiamo a raccogliere la zizzania?”. E dal momento che estirpare il male dal mondo non è cosa semplice, allora si sta sulle difensive: come Chiesa, ci si preoccupa di salvare il salvabile più che di andare alla ricerca di ciò che è perduto; di difendersi più che di proporre; di stare rinchiusi piuttosto che di aprirsi; di irrigidirsi più che di dialogare; in definitiva, di conservare più che di annunciare.

Torniamo al testo della Sapienza che abbiamo ascoltato nella prima lettura: perché mai Dio dovrebbe arrivare al punto di doversi “difendere dall'accusa di giudice ingiusto perché non castiga i cattivi? Perché il criterio di giustizia di Dio è altro, rispetto al nostro. Essere giusto, per Dio, significa “amare gli uomini”, “dare loro la buona speranza” altro che strappare subito dal cuore dell'uomo la zizzania!

Per estirpare un male talmente radicato nel cuore di ognuno di noi, rischierebbe di lacerare un cuore capace anche di opere di bene. Bene e male sono così naturalmente coabitanti in noi da non poter, a volte, neppure essere distinti in maniera evidente.

Lo dice anche Paolo in un passaggio della lettera ai Romani: il nostro “libero arbitrio”, la nostra libera interpretazione delle cose, ci porta a volte addirittura a fare del male proprio mentre pensiamo di fare del bene. Se il male esiste nonostante Dio abbia fatto tutto bene, forse è perché ci sono momenti della nostra vita in cui sentiamo il “vuoto” di Dio e l'assenza del bene, ci porta a compiere il male.

Ma non c'è nulla, al mondo, che venga illuminato dal sole senza avere un'ombra; può sembrare paradossale, ma non c'è bontà di Dio senza un male che ne esalti ancora di più la grandezza, così come non c'è redenzione in Cristo senza una colpa, necessaria - addirittura “felice”, la definisce sant'Agostino - da sempre nascosta nel cuore dell'uomo, frutto del suo libero arbitrio, del suo tentativo di essere come Dio.

Fortunatamente, il Regno di Dio annunciato da Cristo è molto di più della colpa dell'uomo. Agli occhi del mondo appare debole, fragile, piccolo, insignificante come un granello di senape in mezzo ad altri semi, o come un pizzico di lievito mischiato in tre misure di farina. Ma una volta lievitata la pasta, diventa pane spezzato per tutti i popoli. Una volta cresciuto, il piccolo seme diviene un albero alla cui ombra l'umanità trova riparo e conforto.

Una massa di farina impastata non lievita all'istante; così come un albero in mezzo alla foresta non cresce in una notte. Occorre pazienza. Occorre attendere i tempi di Dio, accettando anche il male che ci sta intorno e che vive dentro di noi, quasi sempre a causa nostra, e mai per colpa di Dio.

Ciò che conta è che anche il bene cresca. Senza paura, senza giudizi, senza condanne, senza desideri di vendetta. Perché se “Dio è padrone di tutti, e questo lo rende indulgente con tutti”, anche noi non possiamo essere da meno.

                                                                                                                                                                                 don Franco Bartolino

Così dice il Signore: «Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! 
Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso,  umile, cavalca un asino,  un puledro figlio d’asina.
Farà sparire il carro da guerra da Èfraim  e il cavallo da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato, 
annuncerà la pace alle nazioni, il suo dominio sarà da mare a mare e dal Fiume fino ai confini della terra.(Zc 9,9-10)

Così si apre la Liturgia della Parola in questa XIV Domenica del Tempo ordinario. Sempre attuale, la Parola di Dio si calla nella nostra realtà e contesti concreti portando luce e speranza. E ciò che sembra impossibile agli uomini diventa possibile nella carne del Figlio di Dio, Gesù di Nazaret. Avendo vissuto nella “carne” tutte le fatiche umane con forza e tenerezza può dire anche a noi oggi: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero» (Mt 11,28-30).

Accogliere l’invito e mettersi in movimento nella direzione dell’Unico veramente mite e umile di cuore è già intraprendere la via della salvezza.

“Imparate da me”: quindi, non un andare da lui carichi di noi stessi e dei nostri problemi e delusioni come chi va solo a ‘deporre’ qualcosa, ma come uno che sa’ di lasciare il “non senso” e prendere “il senso vero” della vita; come uno che sa’ di non sapere abbastanza e quindi disposto ad imparare la sostanza stessa del vivere attraverso il libro della vita del Signore.

Così il cristiano non è uno “sfaticato”, stanco di vivere ma uno che porta il “peso” del Vangelo, il “gioco” del amore, dove si impara che ha più gioia nel dare che ricevere, nel servire che essere servito, nel perdonare piuttosto che giudicare e condannare; che non usurpa, ma condona; che offre l’altra guancia piuttosto che intraprendere la via della guerra o della vendetta per il torto ricevuto.

Questa è la linea dei semplici, degli umili di cuore che disarmano i potenti e “senza fare rumore” ricostruiscono, pur nella loro sofferenza, il tessuto di una nuova umanità.

Questi sono i figli sui quali abita lo Spirito del Signore dei quali ci parla Paolo nella seconda lettura (Rm 8,9.11-13). Questi sono il vanto e la lode di Gesù i quali si rivelano come manifestazione dell’amore del Padre.
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo (Mt 11,25-27).

                                                                                              suor Maria Aparecida