Avendo vinto le tenebre del peccato negli orrori del Golgota; dopo essere tutti riscaldati dal fuoco nuovo e  illuminati dalla Luce del Risorto nella Notte più bella di tutte le notte, ci incontriamo il mattino presto, anzi ancora buio, perché forse come Maria di Magdala, pur mossi dall’amore, ancora non abbiamo capito che l’amore per il Signore non va mai “posseduto” come un bene da ritenere per noi, ma come il Bene più grande, da essere vissuto e condiviso in modo singolare, personale, fino ad arrivare a tutti.

«Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!».
Pietro allora uscì insieme all'altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l'altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario - che era stato sul suo capo - non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l'altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti
»(Gv 20,1-9).

Davanti alla pietra già mossa dal sepolcro, come Maria, ci rendiamo conto che l’iniziativa dell’amore parte sempre da Dio, e la verità non è nel fatto che cerchiamo noi a  Dio ma è Lui a venire per primo a cercarci, a preparare tutto per incontrarci. Lo abbiamo visto così lungo tutto il cammino quaresimale e lo continueremo a vedere in questo Tempo di Luce.

Perfino l’iniziativa del nostro Battesimo, il quale ci ha immerso dalla via Crucis alla Via Lucis, dalla morte alla risurrezione, potrebbe sembrare iniziativa dei nostri genitori, credenti davvero oppure “superstiziosi”, ma resta di fatto che la Fede è e sempre sarà dono dall’Alto. Oltre tutto, è sempre il Signore che ci precedi e ci aspetta con le braccia aperte nella Madre Chiesa che ci nutre con i Sacramenti della Risurrezione.

E’ lì intorno ala mensa della Parola e dell’Eucaristia che facciamo memoria del cammino di grazia che ciascuno fa, inserito nel Corpo di Cristo che è La Chiesa. Perciò la Chiesa Primitiva metteva sempre in luce il Kerigma della Salvezza, perché potessi passare dall’ascolto al cuore e dal cuore alla vita:

«In quei giorni, Pietro prese la parola e disse: «Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui.
E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti.
E ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare che egli è il giudice dei vivi e dei morti, costituito da Dio. A lui tutti i profeti danno questa testimonianza: chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome
» (At 10,34a.37-43).

Non è forse questa la Verità che dovrebbe essere sempre raccontata ai figli, ai nipoti, a coloro che vivono affianco a noi? Quando leggiamo queste parole, soprattutto in questo Tempo Forte, ci sembra qualcosa di già udito, saputo… forse “racconti” non più dei nostri interessi, ormai focati che siamo in tante altre e fluide direzioni, chissà, mossi o indifferenti alle minacce della guerra, del terrorismo, dell’impero del denaro e dei poteri dominanti.

Invece, ecco, siamo proprio noi, cristiani di questa generazione, a non avere paura di annunciare l’Unica Verità nella quale il Mondo può trovare Luce, Pace e Salvezza. Ma ci crediamo davvero?

Siamo di quelli che pur nella sofferenza propria o altrui, mantiene gli occhi fissi su Colui che ha vinto il peccato e la morte? Crediamo che la nostra vita è nascosta con Cristo in Dio e quindi, è già nella società in cui viviamo, lievito di Vita Nuova (cfr.1Cor 5,6b-8)?
«Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra.
Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria
» (Col 3,1-4).

Sì, Rivolgiamo il pensiero alle cose di lassù. Riconosciamo Cristo nei fratelli ai margini del cammino, o nella porta accanto, stendiamole la mano per ritrovarci insieme alla mensa dei risorti, dove c’è pane per tutti e dove siamo tutti uguali, tutti figli nel Figlio Crocifisso e Risorto. Buona Pasqua!
                                                                                                                               suor Maria Aparecida Da Silva

.

 

C'è un dettaglio che mi ha sempre colpito nella lettura della Passione secondo Matteo, ed è l'insistenza da parte dell'evangelista sulla vicenda personale di Giuda. Quella di Matteo, infatti, è l'unica narrazione della Passione, tra le quattro che ci sono giunte, nella quale Giuda viene fatto uscire allo scoperto; durante l'ultima cena, quando chiede se sia lui colui che lo consegnerà, il Signore gli risponde “Tu l'hai detto”, richiamandolo così alla propria responsabilità. Una responsabilità di fronte alla quale Giuda non si tirerà indietro: si sentirà talmente responsabile della morte di Gesù, da arrivare a prendere la decisione di togliersi la vita; e anche questo è presente solo nella narrazione di Matteo, il quale sembra proprio insistere sul rimorso di coscienza da parte di Giuda, che ha ritenuto il perdono di Dio assolutamente immeritato rispetto al peccato commesso. Matteo, forse, anche alla luce della propria vicenda personale, vuole insegnarci una cosa: il male è sempre male, in qualsiasi maniera e con qualsiasi motivazione esso venga compiuto. Ma il male fatto per denaro è di una gravità inaudita, perché il denaro, quando si impossessa di te con la sua avidità, ti rende incapace di ragionare: e un pubblicano, un esattore delle tasse come Matteo, queste cose le sapeva molto bene. Quando Giuda - “nostro fratello Giuda”, come lo definì in una maniera allora scandalosa il grande don Primo Mazzolari nell'omelia del Giovedì Santo del 1958 - capisce che la soluzione alla sua infelicità non sta nel denaro, decide di farla pagare a se stesso, ma prima di questo richiama tutti gli altri attori della morte di Gesù alle proprie responsabilità. Così come ha gettato le monete d'argento nel tempio, getta addosso ai capi del popolo la colpa di averglielo venduto in maniera “biblica” al prezzo di quelle trenta monete d'argento per le quali il profeta Zaccaria aveva pascolato con amore i greggi dei mercenari, e in questo modo il Sinedrio aveva usato la parola di Dio per ammazzare Dio stesso. Ma i capi dei sacerdoti non ne vogliono sapere dei suoi sensi di colpa, e con quei soldi comprano un campo per seppellire gli stranieri, pensando così di lavarsene le mani come fece Pilato; e poi ancora una volta lui e i capi dei sacerdoti che decidono di mettere la guardia al sepolcro, spaventatissimi dall'opportunità, che il Maestro avesse ragione e potesse risorgere dopo tre giorni; e infine i soldati, sollevati da ogni responsabilità il mattino di Pasqua, di fronte alla tomba vuota, grazie ancora una volta alla buona somma di denaro. Sarebbe stato molto più semplice accettare Gesù come il Messia, il Figlio di Dio, lasciando che instaurasse liberamente il suo regno, che non intaccava affatto l'autorità dei potenti, ma lasciando che la storia facesse il suo corso. Perché lui, il suo Regno lo inaugurerà comunque, proprio sulla croce, come dice il cartello stesso con il motivo della sua condanna. E quella che per la storia è una sentenza capitale emessa da un giudice, per la fede è la profezia di un Regno che sta per compiersi. Dipende molto anche da noi: ascoltando la sua Passione possiamo rimanere inermi spettatori che assistono alla rappresentazione di un dramma, oppure divenirne protagonisti facendo senza paura la nostra mossa e scommettendo su Gesù. Del resto, con lui non abbiamo nulla da perderci e tutto da guadagnarci.

                                                         Don Franco Bartolino

Chissà se questo cieco sapendo il polverone che ha sollevato la sua guarigione, avrebbe accettato di lasciarsi risanare o non piuttosto avrebbe preferito rimanere cieco, perlomeno, avrebbe potuto continuare a campare di elemosina, pur con la mancanza della vista, della quale neppure sapeva di cosa si trattasse, visto che era nato così! Per colpa di “altri” ciechi - i peggiori, quelli che sono convinti di vedere tutto ma in realtà vivono nelle tenebre - ne ha passate di tutti i colori: sottoposto a processo da parte del sinedrio, tacciato di essere pubblico peccatore sin dalla nascita e espulso dalla sinagoga. E tutto questo perché un sabato, mentre era lì tranquillo a chiedere l'elemosina sotto il portico del Tempio di Gerusalemme, passa davanti a lui uno dei tanti rabbini con il suo gruppo di discepoli, i quali parlano sempre delle stesse cose: “Visto che è cieco dalla nascita, chi ha peccato? Forse i suoi genitori non erano persone dabbene”. Al di là di chi fosse la colpa, altro non era che una conseguenza della cosiddetta “teologia della retribuzione”: a ognuno viene dato il suo, benedizione o maledizione vengono dal volere di Dio, che benedice i giusti e maledice i malvagi; così è scritto e non ci si può fare nulla. Secondo la Legge, maledetto lo era due volte: perché non vedeva, e perché la sua cecità gli impediva di leggere le Sacre Scritture. Ma forse a lui neppure interessava ciò che diceva la Legge di Mosè: è stato quel rabbino di nome Gesù a dire ai suoi discepoli che lui era così dalla nascita perché si manifestassero in lui le opere di Dio. L'elemosina che ha ricevuto da lui è stata un po' strana: un impacco di fango sugli occhi, per poi andare a sciacquarsi alla piscina di Siloe. Sta di fatto che quell'elemosina gli ha cambiato la vita, in tutti i sensi: ha finalmente acquistato ciò che non aveva mai avuto e in quello stesso istante, inizia un percorso di fede pieno di difficoltà. Per riuscire ad affermare “Credo, Signore!” deve affrontare una serie di ostacoli inimmaginabili e per di più non per colpa sua. Lui, di colpe, non ne aveva mai avute, nemmeno riguardo alla sua disabilità: ma coloro che erano veramente ciechi, fanno di tutto perché lui si possa sentire colpevole. Qualcuno cerca di rubargli l'identità, di negare che fosse lui il cieco nato e subire un pesante processo a causa di una guarigione avvenuta in giorno di sabato, un giorno nel quale secondo la Legge, è impossibile che avvengano miracoli perché è impossibile che Dio operi prodigi in quel giorno. E non importa se chi lo processa in quel momento, viola il sabato proprio perché apre il tribunale: ciò che conta è riuscire, in nome della Legge, a negare l'evidenza, e non una, ma ben sette volte, come sette sono le volte in cui viene chiesto al cieco come è avvenuta la guarigione. E sappiamo che i numeri non sono a caso: ci troviamo nella pienezza, nella perfezione della cecità, nel buio più totale di chi, pur di non credere nell'opera di Dio compiuta attraverso Gesù, è disposto a fare di tutto, addirittura a citare in giudizio i genitori del cieco guarito, a minacciarli di espulsione dalla sinagoga, a sottoporre a vere e proprie torture psicologiche chi ha avuto la sola colpa di essere nato cieco. Ma a lui non importa di entrare in quelle sterili discussioni legate alla bontà del gesto, alla liceità o meno di quella guarigione, al fatto che quel Gesù fosse un profeta o un peccatore che viola il sabato nel tempio di Gerusalemme. Quel Gesù sarà anche un peccatore, ma a lui ha cambiato la vita; sarà uno che vuole sentirsi più grande del sabato e dello stesso Dio, ma a lui ha aperto gli occhi, e non smetterà mai di annunciarlo a chiunque incontrerà nella sua vita. Quest'esperienza così dolorosa, alla fine, lo porta a dire “Credo, Signore” e a inginocchiarsi davanti a Gesù in segno di riconoscenza e Gesù gli fa comprendere che i veri ciechi sono quelli che pensano di vedere perfettamente, fin dentro le profondità dell'anima, al punto di permettersi di giudicare gli altri e di bollarli come maledetti da Dio e peccatori incalliti. Ma Gesù ha già emesso su di loro il giudizio di Dio: “Sono venuto in questo mondo perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi”. Chissà quanto tempo ci vorrà, ancora, perché il Signore riesca a cambiare questa mentalità ottusa e cieca di chi crede, in nome di una fede fatta di norme e di precetti, di avere in mano la fiaccola della verità e non si accorge di brancolare nelle tenebre dell'errore.

 

 

Ognuno, di fronte a una malattia che non dà speranze, reagisce in maniera diversa: c'è chi tace, c'è chi si dispera, chi impreca contro la Vita e contro Dio, chi si rinchiude nella propria depressione, chi lotta fino all'ultimo convinto di potercela fare, chi invece sin dall'inizio non ce la fa e gioca d'anticipo sulla morte. Non potremo mai sapere - perché il Vangelo di Giovanni non ce lo dice - come Lazzaro di Betania abbia reagito di fronte alla malattia che lo ha portato alla morte. Sappiamo però come Maria e Marta, le sue amatissime sorelle, hanno vissuto quei momenti: sia quelli precedenti, sia quelli immediatamente successivi alla sua scomparsa. Sanno che la malattia del fratello è troppo impegnativa per essere vissuta in solitudine e allora fanno avvisare l'amico del cuore, quello che passava da casa loro, ogni volta che dalla Galilea scendeva in Giudea, quello che per loro aveva sempre un'attenzione particolare, quello che con le sue parole “incantava” Maria, quello che amava le due sorelle e il loro fratello di Betania in una maniera speciale. Gli mandano a dire che Lazzaro sta male e che stavolta non ce la farà: magari lui può fare qualcosa, magari lui arriva dove i medici non hanno potuto, perché la cura dell'amore è capace di fare cose ben più straordinarie della medicina e della scienza. Ma il Maestro, l'amico del cuore, reagisce in modo misterioso: coglie da subito la gravità della situazione, eppure non si precipita a salutare l'amico per l'ultima volta. “Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava”: nessuna fretta! Forse temeva ancora i Giudei, che poco prima avevano cercato di arrestarlo per via del cieco guarito in giorno di sabato e pertanto era certamente più prudente stare alla larga da Gerusalemme, visto che Betania distava solo tre chilometri dalla Città Santa. A un certo punto, però, sente che non può sottrarsi al suo dovere di amico e soprattutto di Maestro, e allora, due giorni dopo, si decide a tornare in Giudea. Ma non è certo la malattia di Lazzaro che lo preoccupa perché sa bene che Lazzaro è morto e lui ci arriva quando “già da quattro giorni era nel sepolcro”. Quattro giorni che sommati ai due di attesa fanno sei e al “sette” ne manca ancora uno come anche alla donna di Samaria mancava il “settimo” uomo, e arriva proprio lui a cambiarle la vita; come anche al cieco nato mancava la luce e lui gliela dona “di sabato”: il “settimo” giorno. Se è così, nemmeno la morte, allora, potrà mettere il suo sigillo sulla tomba di Lazzaro nel “settimo” giorno, perché quel giorno a Betania sarà un giorno di Vita. E non serviranno cure miracolose o grandi discorsi; basteranno solo tre parole. È la forza dell'Amore talmente forte che smuove ogni cosa. È sufficiente però che si avvicini un po' a Betania perché la solita intraprendente Marta vada di corsa da lui a chiedergli di continuare a supplicare Dio, il quale “qualunque cosa gli chieda, gliela concederà” perché lui è “il Cristo, il Figlio di Dio”. E subito dopo, questo amore muove anche Maria, chiusa come suo solito nella contemplazione, questa volta del dolore. Lei non chiede: lei si getta ai piedi e supplica, e grida a Gesù il suo dolore, e come ha già fatto Marta, quasi lo rimprovera per non essere stato lì prima. Ora però è tutto inutile: Lazzaro non c'è più. Forse c'è spazio solo per uno dei versetti più umani, ma insieme squisitamente divini: “Gesù scoppio in pianto”. Perché questo è il Dio di Gesù Cristo e questa è la sua forza: la compassione per le miserie umane, la condivisione del dolore dove c'è dolore, la condivisione del pianto dove c'è pianto. È di questo Dio che abbiamo bisogno, perché la sua compassione, la sua condivisione, il suo amore, è più forte di qualsiasi cosa. Anche della morte!  Non c'è grotta tanto profonda e oscura da non poter essere violata; non c'è pietra tanto grande che non possa essere rimossa, non c'è cadavere così maleodorante che possa ributtare indietro, perché non c'è morte che non possa essere vinta da questo Amore. E non importa se violare un sepolcro è un sacrilegio contro la legge della purità, non importa se questo “sacrilegio” è una firma in bianco, un'autocertificazione sulla propria condanna a morte, decretata pochi versetti più avanti, nel Tempio, da Caifa e dai suoi colleghi: questo Amore, anche se muore, fa come un chicco di grano caduto in terra: porta molto frutto. Perché questo è un Amore più forte della morte.

                                                                                                                                                                      don Franco Bartolino

  

 

Essere cristiano è essere in cammino, non come viandante  senza una meta, una direzione, un orizzonte, che non sa dove vai, ma come uno che sa da dove è partito e sa che la meta è la visione del volto del Padre. Uno che cammina non da solo, ma come Chiesa; non a tentoni ma seguendo i passi del Figlio: Cammino, Verità e Vita.

L’atteggiamento necessario è quella predisposizione alla fede nella Parola come Abram, che partì lasciando tutto, portando soltanto l’eco della promessa: «Vàttene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione». (Gen 12,1-4).

La benedizione di Dio, quindi, è l’unica sicurezza! E questa ci basta perché Abran si meta a cammino. Lo stesso lo farà Paola sulla via di Damasco e così tutti gli altri… come Timoteo, tutti portatori e portatrici di una vocazione santa, non in base alle proprie opere, ma secondo il progetto e la grazia di Dio Padre. Questa ci è stata data in Cristo Gesù fin dall'eternità (cfr. 2Tm1,8-10).

E’ la fiducia in Cristo quindi, che permette a chi cammina vivere il processo della trasfigurazione, della continuità della Storia come progetto di salvezza,  della contemplazione del volto del Signore: specchio davanti il quale ogni essere umano può trovare se stesso (cfr. Mt 17,1-9).

“Prendici con te Gesù e in disparte, su un alto monte. Fa che vediamo il tuo volto brillò e rivestici con la tua  luce. Vogliamo esserti di compagnia, come Mosè ed Elia, e partecipare con te del cammino doloroso della redenzione.

Se è bello essere discepoli tuoi e  stare con te, sappiamo che non possiamo rimanere sul monte, mentre tu fai il cammino della discesa per soffrire e morire per noi. Tu che ci hai dato la gioia di essere figli amati, non permettere che le voci del mondo portino via dal nostro cuore la  voce del Padre. Tu che hai vinto la morte e hai fatto risplendere la vita e l'incorruttibilità per mezzo del Vangelo rendici testimoni della tua morte e risurrezione nell’oggi della Storia. Ai tanti volti trasfigurati dal dolore, dall’oppressione, dalla violenza e delle guerre fa che condividiamo la beata speranza del tuo Vangelo. Amen.

                                                                                                                                                             suor Maria Aparecida