Il Vangelo di questa 5^ domenica di Pasqua ci riporta nel Cenacolo, la sera di Pasqua. Sera in cui attorno alla tavola, nell’intimità, Gesù consegna ai discepoli il suo testamento spirituale. Tutto ciò che essi dovranno ricordare, custodire, annunciare. “Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri”…sono le parole che seguono all’esperienza della lavanda dei piedi e la rafforzano, che non lasciano dubbi su come i discepoli dovranno vivere. “Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così…” (Mc 10, 42). I discepoli di Gesù sono chiamati a superare quel bisogno essenziale di dominare, di controllare tutto annullando anche lo spazio di libertà dell’altro. Sono chiamati ad amare con gratuità e non semplicemente gratis, a servire accordando fiducia, perchè “chi non serve la vita, non serve per vivere” (papa Francesco). E’ per questo che Gesù ci dà l’amore come comandamento, nel senso che è la legge essenziale della vita, la sola che può assicurarci l’esistenza, che può garantirci la possibilità di vedere terre nuove e cieli nuovi.
Il comandamento antico richiedeva “ama il prossimo come te stesso”, ora la misura è un’altra: “come ama Dio”… E come ama Dio? E’ ancora S. Giovanni a ricordarcelo nella notte di Nicodemo: “Dio ha tanto amato il mondo da donare suo Figlio” (Gv 3, 8-9). Il Vangelo ci parla di un Dio vulnerabile, che corre il rischio dell’amore, della libertà e che per questo genera vita. “La vulnerabilità buona è quella iscritta in tutte le relazioni umane generative, dove se non metto l’altro nella possibilità di ferirmi, la relazione non raggiunge la profondità per essere feconda” (Luigino bruni). Giuda che esce dal cenacolo, con cui esordisce il Vangelo di oggi, si sottrae all’amore, ferisce la comunione, tradisce la fiducia del Maestro che non oppone resistenza, che risponde con mitezza e cuore grande “quello che devi fare, fallo presto” (Gv 13, 26-28).
“Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri». L’amore
gratuito, oblativo, generativo diventa il segno di riconoscimento dei discepoli di Gesù ed è seme di una nuova umanità liberata dalla schiavitù dell’incentivo e del tornaconto che può ancora sperare di abitare “un cielo nuovo e una terra nuova” Ap 21, 1).
v.m.
Il comandamento antico richiedeva “ama il prossimo come te stesso”, ora la misura è un’altra: “come ama Dio”… E come ama Dio? E’ ancora S. Giovanni a ricordarcelo nella notte di Nicodemo: “Dio ha tanto amato il mondo da donare suo Figlio” (Gv 3, 8-9). Il Vangelo ci parla di un Dio vulnerabile, che corre il rischio dell’amore, della libertà e che per questo genera vita. “La vulnerabilità buona è quella iscritta in tutte le relazioni umane generative, dove se non metto l’altro nella possibilità di ferirmi, la relazione non raggiunge la profondità per essere feconda” (Luigino bruni). Giuda che esce dal cenacolo, con cui esordisce il Vangelo di oggi, si sottrae all’amore, ferisce la comunione, tradisce la fiducia del Maestro che non oppone resistenza, che risponde con mitezza e cuore grande “quello che devi fare, fallo presto” (Gv 13, 26-28).
“Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri». L’amore
gratuito, oblativo, generativo diventa il segno di riconoscimento dei discepoli di Gesù ed è seme di una nuova umanità liberata dalla schiavitù dell’incentivo e del tornaconto che può ancora sperare di abitare “un cielo nuovo e una terra nuova” Ap 21, 1).
v.m.
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