Tra le emozioni più ricorrenti, è - e non poteva essere diversamente - quella della paura. Si tratta di un'emozione molto avvertita per il fatto che viviamo in un'epoca nella quale tutti quanti viviamo un senso di precarietà, di incertezza verso il futuro che certamente ci dispone in un forte stato di timore e di agitazione e il cui disturbo più evidente e più diffuso è l'ansia.

            È vero che si tratta di un fenomeno in crescita nell'epoca contemporanea, ma l'ansia e la paura da sempre fanno parte della dimensione psicologica e spirituale dell'essere umano ed è proprio la mancanza di certezze che ci porta ad avere paura. Paura dell'ignoto, paura di ciò che può accadere ma di cui non sappiamo la natura, paura anche di qualcosa di concreto di fronte al quale non sappiamo come comportarci, scegliendo spesso di non scegliere e di lasciare che le cose vadano come devono andare.

            È quest'ultimo aspetto che, forse, albergava nel cuore di uno dei tre servi della parabola, che di fronte al padrone che vuole regolare i conti con lui riguardo al talento che gli aveva consegnato, rispose in maniera candida: “Ho avuto paura”. Ma, io mi chiedo: che male c'è, ad avere paura e a riconoscerlo? Come il padrone fa notare nel suo discorso finale che dietro la paura di quel servo non c'è una reazione naturale e istintiva di fronte a qualcosa che provocava in lui incertezza, bensì un ragionamento ben calcolato e ponderato.

            Paura di cosa? Paura di tutto. Paura del padrone, certo, ma anche paura di rischiare; paura di sé stesso e delle proprie capacità; paura di prendere posizione; paura della vita, in definitiva. Una paura di fronte alla quale è molto meglio scegliere di non scegliere e seppellirsi sotto terra. Sì, perché sotto terra non ha nascosto solamente il suo talento: ha nascosto sé stesso, si è seppellito perché si è riconosciuto per quello che era, un morto vivente. Uno che non era capace di vivere la vita e ha giustificato la sua incapacità dando colpa alla durezza del padrone.

            Che, in fondo, è lo stesso che facciamo noi quando rinunciamo a vivere in pienezza la nostra vita e facciamo questo incolpando Dio di essere troppo esigente, per cui preferiamo nasconderci dicendo “Dio, tu mi fai paura”. E la paura è l'esatto contrario di ciò che il Vangelo annuncia.

            Il Vangelo di Matteo che ci ha accompagnato in quest'anno liturgico ormai prossimo al termine, apre i propri discorsi diretti con le parole dell'angelo a Giuseppe: “Non temere” e conclude la vicenda storica di Gesù con le parole dell'angelo stesso alle donne di fronte alla tomba vuota: “Voi, non abbiate paura”. La paura di Dio come conseguenza di una nostra visione di Lui in quanto esigente, duro e forse anche pretenzioso nei nostri confronti, è l'esatto contrario della fede, che altro non è se non un senso di fiducia nei confronti di un Dio che non vuole essere temuto, ma amato.

            So perfettamente che non è facile scrollarsi di dosso secoli nei quali ci è stato insegnato ad aver paura del giudizio di Dio sulla storia e sulla nostra vita, paura che era superabile solo attraverso una totale e silenziosa sottomissione. Ma questo non è Vangelo, o meglio: il Vangelo non è questo. Il Vangelo è fiducia, è gioia, è intraprendenza, è voglia di vivere, è entusiasmo, e chi più ne ha, più ne metta! Vogliamo prendere parte alla gioia del Regno? Smettiamola di fare buche nel terreno per seppellire noi stessi e la nostra vita e diamoci da fare per mettere a frutto i talenti che il Signore ci ha dato secondo le nostre capacità, perché sa bene quanto valiamo: vediamo però di non deluderlo!

                                                                                           don Franco Bartolino

Aggiungi commento

Inviando un commento accetti le politiche di privacy di piccolemissionarie.org
Informativa sulla privacy


Codice di sicurezza
Aggiorna