È una domenica di festa e di fede perché celebriamo una memoria viva: quella dei martiri che l’Amore non ha lasciato soli. Il tempo, che velocemente svuota i nomi dei dominatori, conserva invece i nomi delle vittime scritti nel grido degli innocenti e anche quando a noi sfuggono, Dio li conosce e li incide nel suo cuore.
La Parola ci pone oggi sulle labbra una frase che è varco e promessa: «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo, se invece muore, produce molto frutto» (Gv.12, 24-26). Non è un motto per poster, è un ponte tra due rive e sul quel ponte il diacono Procolo vi passò: la carne consegnata, la paura vinta, la libertà restituita al suo Autore. Non scelse di salvarsi: scelse di donarsi e quel sangue divenne voce: voce che ancora chiama a fidarsi del Vangelo più di ogni calcolo e più di ogni prudenza. Oggi la parola sangue ci brucia addosso perché il sangue è un linguaggio che tutti capiamo e che chiede conto a tutti. Il sangue del diacono Procolo si mescola idealmente al sangue versato in Palestina, come in Ucraina e in ogni terra ferita dove la violenza si crede onnipotente e invece è solo rumore.
Cessino gli assedi che tolgono pane e acqua; cessino i colpi che sbriciolano case e infanzie; cessino le rappresaglie che scambiano la sicurezza con lo schiacciamento, cessi l’invasione che soffoca ogni speranza di pace. La sicurezza che calpesta un popolo non è sicurezza: è un incendio che, prima o poi, brucia la mano che credeva di domarlo. Ogni terrorismo è un sacrilegio, ogni sequestro un’ombra sull’umano, ogni razzo contro civili un peccato che grida. Diciamocelo con la franchezza la guerra non “scoppia”, la guerra si produce e si finanzia. Ogni bilancio militare è vento cattivo contro la carne dei poveri e ogni “espansione della spesa per la difesa” che supera scuola e sanità non ci rende sicuri: ci rende invece più soli e più poveri.
Il grido dei poveri e degli ultimi, il sangue dei bambini e il pianto delle loro madri, dice ai potenti di questa terra, fermate la spirale! Cercate giustizia prima dei confini, diritti prima dei recinti, dignità prima dei calcoli. E noi tutti, con le nostre coscienze addormentate e chiusi nel piccolo recinto della comodità che vogliamo difendere a ogni costo, dobbiamo questa mattina chiederci: che ne abbiamo fatto dei nostri fratelli e delle nostre sorelle? Ma il Vangelo non ci chiede solo bontà: ci chiede giustizia. La giustizia non è risentimento: è ordine dell’amore. È regola che santifica il tempo, è lavoro che non sfrutta, è potere che non si auto-assolve. L’Europa non si salverà alzando muri, ma ricordando di essere nata da monasteri e cattedrali e non si tratta di semplici nostalgie, ma disciplina di futuro. Per questo, oggi, in questo giorno di festa osiamo chiedere un miracolo preciso a san Procolo, fratello e martire: disarma le nostre paure travestite da prudenza, spazza via la patina di cinismo che si attacca alla fede e donaci un coraggio senza teatro e scelte che non fanno notizia ma che cambiano la vita di tutti gli uomini e donne di buona volontà.
don Franco Bartolino
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