Il tempo di Avvento che oggi iniziamo, è un tempo di preparazione in vista del Natale ormai vicino; ma soprattutto, è un tempo di “attesa”. Cosa significa “stare in attesa”? Attendere, aspettare qualcosa o qualcuno, non ha sempre il medesimo significato, perché ci sono molti modi di rimanere “in attesa” anch'essi differenti e per certi aspetti non facilmente quantificabili. Ci sono attese piene di entusiasmo, perché proiettate a un evento gioioso come la nascita di un bambino, e ci sono attese cariche di ansietà come quando un malato affronta la fase finale di una malattia incurabile.
Quando si attende qualcosa o qualcuno, ci si agita, si freme, si gioisce, ci si dispera, ci si rassegna e non possiamo affidare questi sentimenti alla fede, perché hanno invaso e continuano a invadere anche la vita dei credenti di ogni tempo. Questo avveniva soprattutto tra le primissime comunità cristiane, quelle in cui, spesso, c'era ancora in vita qualcuno che aveva conosciuto Gesù di persona e questi sentimenti erano dettati dall'attesa del suo ritorno nella gloria che Lui stesso aveva annunciato senza tuttavia definire “quando”.
Era proprio l'ignoranza riguardo al suo ritorno a suscitare nei suoi seguaci sentimenti contrastanti: c'era chi riteneva il suo ritorno imminente da non avere il tempo di prepararvisi adeguatamente, per cui viveva in uno stato di perenne agitazione; c'era chi, per contro di questo ritorno imminente, lo attendeva con gioia, perché avrebbe così posto fine a tutte le sofferenze; e c'era chi, convinto che il ritorno del Signore fosse ancora molto lontano, viveva la propria vita con indifferenza pensando solo a godersela perché, tant'è, la vita è una, e quindi “chi vuole esser lieto, sia di doman non c'è certezza!”, come scriverà Lorenzo il Magnifico alla fine del XV secolo.
Questi sentimenti pervadono la vita dei credenti in ogni epoca, anche nella nostra, dove, forse, non c'è l'attesa per il ritorno imminente del Signore, ma sicuramente ci si pone delle domande sul senso finale dell'esistenza e sul senso di quello che facciamo, soprattutto quando ne sperimentiamo la precarietà. Credo che il Vangelo di oggi, tratto dall'opera di Matteo, che ci accompagnerà in questo anno liturgico, sia pur nella drammaticità di certe sue affermazioni, ci possa dare delle chiavi di interpretazione su come condurre la nostra “attesa”.
Anche noi, certamente, possiamo vivere nella spensieratezza; anche noi possiamo darci alla pazza gioia, alla ricerca sfrenata della felicità, “come furono i giorni di Noè”, ci dice il Vangelo: poi però arriva inatteso il “giorno in cui Noè entrò nell'arca e non si accorsero di nulla”, il giorno, cioè, in cui la vita ci chiede il conto, che non necessariamente coincide con la nostra morte o con qualche disgrazia, ma anche solo con un momento di bilancio parziale e provvisorio di ciò che stiamo facendo e rischiamo di farci trovare impreparati.
Impreparati anche di fronte agli interrogativi della vita, e allora “qualcuno verrà preso e qualcuno lasciato” e noi continueremo a farci domande sul perché alcune cose della vita colpiscono sempre certe persone, mentre certe altre la passano liscia; domande a cui difficilmente troveremo una risposta. Qual è, allora, la soluzione di tutto questo tormento? Quella di rimanere in attesa: un'attesa vigilante, attiva, operosa, attenta, e soprattutto serena, senza agitazioni. Quell'attesa di chi non riempie gli spazi di silenzio con inutili parole ma lascia che risuoni nella sua vita l'unica Parola degna di essere ascoltata, quella del Vangelo.
La possibilità ci viene data, anche quest'anno, attraverso questo Tempo di Avvento, spesso talmente breve che rischia di sfuggirci dalle mani senza aver pensato alle cose di Dio: sta a noi decidere come viverlo; sta a noi, soprattutto, decidere se e come rimanere in attesa del Signore che passa nella nostra vita, sempre e comunque, a prescindere dalla nostra prontezza.
don Franco Bartolino
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