C'è un dettaglio che mi ha sempre colpito nella lettura della Passione secondo Matteo, ed è l'insistenza da parte dell'evangelista sulla vicenda personale di Giuda. Quella di Matteo, infatti, è l'unica narrazione della Passione, tra le quattro che ci sono giunte, nella quale Giuda viene fatto uscire allo scoperto; durante l'ultima cena, quando chiede se sia lui colui che lo consegnerà, il Signore gli risponde “Tu l'hai detto”, richiamandolo così alla propria responsabilità. Una responsabilità di fronte alla quale Giuda non si tirerà indietro: si sentirà talmente responsabile della morte di Gesù, da arrivare a prendere la decisione di togliersi la vita; e anche questo è presente solo nella narrazione di Matteo, il quale sembra proprio insistere sul rimorso di coscienza da parte di Giuda, che ha ritenuto il perdono di Dio assolutamente immeritato rispetto al peccato commesso. Matteo, forse, anche alla luce della propria vicenda personale, vuole insegnarci una cosa: il male è sempre male, in qualsiasi maniera e con qualsiasi motivazione esso venga compiuto. Ma il male fatto per denaro è di una gravità inaudita, perché il denaro, quando si impossessa di te con la sua avidità, ti rende incapace di ragionare: e un pubblicano, un esattore delle tasse come Matteo, queste cose le sapeva molto bene. Quando Giuda - “nostro fratello Giuda”, come lo definì in una maniera allora scandalosa il grande don Primo Mazzolari nell'omelia del Giovedì Santo del 1958 - capisce che la soluzione alla sua infelicità non sta nel denaro, decide di farla pagare a se stesso, ma prima di questo richiama tutti gli altri attori della morte di Gesù alle proprie responsabilità. Così come ha gettato le monete d'argento nel tempio, getta addosso ai capi del popolo la colpa di averglielo venduto in maniera “biblica” al prezzo di quelle trenta monete d'argento per le quali il profeta Zaccaria aveva pascolato con amore i greggi dei mercenari, e in questo modo il Sinedrio aveva usato la parola di Dio per ammazzare Dio stesso. Ma i capi dei sacerdoti non ne vogliono sapere dei suoi sensi di colpa, e con quei soldi comprano un campo per seppellire gli stranieri, pensando così di lavarsene le mani come fece Pilato; e poi ancora una volta lui e i capi dei sacerdoti che decidono di mettere la guardia al sepolcro, spaventatissimi dall'opportunità, che il Maestro avesse ragione e potesse risorgere dopo tre giorni; e infine i soldati, sollevati da ogni responsabilità il mattino di Pasqua, di fronte alla tomba vuota, grazie ancora una volta alla buona somma di denaro. Sarebbe stato molto più semplice accettare Gesù come il Messia, il Figlio di Dio, lasciando che instaurasse liberamente il suo regno, che non intaccava affatto l'autorità dei potenti, ma lasciando che la storia facesse il suo corso. Perché lui, il suo Regno lo inaugurerà comunque, proprio sulla croce, come dice il cartello stesso con il motivo della sua condanna. E quella che per la storia è una sentenza capitale emessa da un giudice, per la fede è la profezia di un Regno che sta per compiersi. Dipende molto anche da noi: ascoltando la sua Passione possiamo rimanere inermi spettatori che assistono alla rappresentazione di un dramma, oppure divenirne protagonisti facendo senza paura la nostra mossa e scommettendo su Gesù. Del resto, con lui non abbiamo nulla da perderci e tutto da guadagnarci.

                                                         Don Franco Bartolino

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