Ci stiamo avviando in maniera decisa verso la conclusione dell'Anno liturgico, e come sempre i testi della liturgia insistono sul tema della vigilanza; tema che poi farà da connessione con il tempo di Avvento, che inizia proprio esortandoci a stare svegli, pronti per la venuta del Signore. E il Vangelo di oggi può essere definito il Vangelo della vigilanza “per eccellenza”, sia per la frase con cui Gesù chiude la parabola: “Vegliate, perché non sapete né il giorno, né l'ora”, sia per il racconto della parabola stessa, tutto incentrato sulla prontezza nell'attendere lo sposo che viene, anche nel momento in cui la sua attesa diviene quasi snervante.

A me, tuttavia, piace leggervi dentro un altro elemento, che riprendo sia dalla frase finale che dalla narrazione della parabola: ed è un elemento di cui, in realtà, è pervasa tutta la liturgia della Parola di oggi: è il tema della sapienza.

Il Vangelo, che termina con due verbi, uno dei quali è riferito al “non sapere”, è tutto costruito sul contrasto tra due gruppi di ragazze in procinto di sposarsi, cinque delle quali ci vengono descritte come stolte e cinque come sagge. Quali saranno stati i sentimenti di queste dieci ragazze, pronte a entrare a far parte della vita di uno sposo, atteso e descritto come un uomo importante per il fatto che viene da esse chiamato “Signore” e che poteva permettersi ben dieci spose capaci cioè di assicurargli una grande discendenza? Certamente si saranno preoccupate di essere esteticamente adornate come si conviene per uno sposo simile.

C'è qualcosa, però, che non può mancare, nella “dote” di queste dieci ragazze: perché un giorno diventeranno mogli del re ma se manca la sapienza, prima o poi quel fasto verrà meno e non ci sarà più possibilità di recuperare ciò che si è perduto e chi non ha costruito la propria vita su un fondamento di sapienza, resterà escluso per sempre da quella dignità regale.

Le dieci ragazze promesse spose del re-signore avevano tutte quante la possibilità di accedere alle ricchezze che quel matrimonio comportava per loro: anzi, la luce splendente delle loro dieci lampade era il segno che tutte quante risplendevano adornate delle loro ricchezze. Ma lo splendore di quella ricchezza non poteva bastare: presto o tardi, quella luce splendente si sarebbe spenta e quindi andava certamente alimentata, preoccupandosi per tempo dell'olio della sapienza che non avrebbe mai fatto mancare loro la luce, anche quando il buio della vita logora le poche ricchezze di cui la vita ci permette di disporre. E non si può pensare di fare come molti fanno, ossia di confidare stupidamente nella bontà di chi ti avrebbe tirato fuori ancora una volta da una situazione imbarazzante. Chi ti ha sempre aiutato per rimediare ai tuoi errori, questa volta non è più disposto a farlo semplicemente perché è saggio, e sa bene che la saggezza non è mai abbastanza e che per acquistarla occorre un processo lungo e lento, perché saggi e sapienti non ci si improvvisa.

Quanto abbiamo meditato in questi giorni, ci ha fatto capire la fugacità del tempo. Tempo per le cose che contano, non ce n'è poi così tanto, perché a quanto pare la vita è una sola: la tua ricchezza diventa splendore di gloria nella misura in cui l'hai adornata con la sapienza, e il tuo bene più prezioso - stare con Dio - non verrà mai meno se a lui hai chiesto e da lui hai ricevuto il mezzo privilegiato per ottenerlo.

E vorrei concludere con un altro versetto del libro della Sapienza, che in un periodo storico come questo, dominato da personaggi che dicono apertamente di disporre dell'umanità a loro piacimento solo perché politicamente “perfetti”, suona come una sentenza irrevocabile, come un giudizio inappellabile di Dio sulla storia: “Anche il più perfetto tra gli uomini della terra, privo della tua sapienza, o Dio, sarebbe stimato un nulla”.  

                                                                                                                                                                                                    don Franco Bartolino 

 

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