“Sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui e cenerò con lui ed egli con me”. (Ap. 3,20)

Bussa Gesù alla porta di Frenesia e Rumore. Ma nella casa di Frenesia e Rumore la gente è tutta indaffarata nelle proprie cose, bisogna fare, bisogna fare di più, bisogna fare in fretta: chi ha tempo per accogliere l’ospite che bussa? “Mi scusi, dice Frenesia, ma come vede siamo molto presi oggi. Forse domani, quando cominciano le ferie”. E Rumore non dice niente: neppure ha sentito che alla porta qualcuno bussa. Non c’era posto.

Bussa Gesù alla porta di Depressione e Rancore. La casa è troppo triste, la gente è troppo arrabbiata, non ha voglia di vedere nessuno. Anche una visita è un fastidio. Depressione preferisce starsene da sola, sprofondare nel vortice buio della disperazione. Rancore è sempre arrabbiato e sbatte la porta in faccia a chi chiede di entrare. “Che cosa vuole? Ne abbiano già abbastanza di fastidi e di impiccioni!”. Non c’era posto.

Bussa Gesù alla porta di Arroganza e Sospetto. Si fanno sulla porta con lo sguardo accigliato di chi si aspetta riconoscimenti importanti e visite illustri. Il viandante discreto non è nessuno, che cosa viene a fare? Se è mite e discreto certo nasconde qualche maliziosa intenzione, se è insistente e paziente certo ha qualche cosa da vendere. “Non c’è bisogno di niente in questa casa! Ce la caviamo da soli!”. Non c’era posto.

A Betlemme, nella casa del pane, per Gesù c’è posto in una mangiatoia, là dove si dirigono gli affamati di una vita che non finisce, di una gioia che resiste alle tribolazioni della vita, quelli che non bastano a sé stessi, e lo riconoscono. Non sono di quelli che si sottovalutano. Piuttosto sono riconoscenti perché il pane che si offre a Betlemme rivela che la vita è dono e che siamo vivi per grazia. Sono riconoscenti.

Per Gesù c’è posto in una mangiatoia, là dove si fermano uomini e donne che hanno tempo per sedere a tavola, che non si lasciano divorare dalla frenesia. Non sono di quelli che amano perdere tempo né sono pigri. Piuttosto sono saggi e sanno distinguere i tempi e riconoscono che non si vive per lavorare, ma si lavora per vivere. Sono amici delle feste. E attingono alla festa del pane la forza e la gioia di vivere, di lavorare, per sé e per gli altri. Sono saggi.

Per Gesù c’è posto in una mangiatoia, là dove si rivolgono uomini e donne provati dalla vita, riconoscendo nel bambino avvolto in fasce e deposto nella mangiatoia una luce amica, la rivelazione della gloria che avvolge di luce tutta la vita. Non sono ingenui, piuttosto sono inclini alla commozione: riconoscono di essere visitati proprio là sul ciglio dell’abisso, là dove la disperazione non sente ragioni. Quando gli argomenti si rivelano inadeguati a convincere, quando la volontà si è spezzata, quando i rapporti sono vissuti più come problemi che come aiuti, là la fragilità del Bambino nella mangiatoia offre il messaggio della tenerezza che restituisce la voglia e il dovere di vivere. Sono inclini alla commozione.

Coloro che hanno visto il segno diventano la moltitudine dell’esercito celeste incaricata di lodare Dio e cantare: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini che egli ama”. Allora l’esercito celeste apparve come una moltitudine di angeli. Oggi quelli che hanno visto il segno del bambino adagiato nella mangiatoia sono incaricati di percorrere la terra, di convincere fratelli e sorelle ad aprire la porta al Signore che bussa, a vincere le obiezioni, le resistenze, le diffidenze. 

Sorelle carissime, lasciate che entri il Signore, irradiazione della gloria del Padre, perché ogni fraternità si riempia della gioia di Dio. Buon Natale!

                                                                                                                                                  don Franco Bartolino



Nel Vangelo di Luca l'annuncio è portato a Maria. Secondo il vangelo di Matteo, invece, l'angelo parla a Giuseppe: non una parola sul sì di Maria e nessuna sosta da Elisabetta. Se sovrapponiamo i due Vangeli, scopriamo che l'annuncio è fatto alla coppia perché Dio ha avuto bisogno del sì di Giuseppe e del sì di Maria. Giuseppe trova incinta Maria ed è sconvolto: come dargli torto. Deve essere stato difficile per Giuseppe dover accettare di trovarsi davanti alla gravidanza della ragazza che amava. Si sarà sentito ferito, tradito. Secondo la legge avrebbe dovuto denunciarla e quindi condannata a lapidazione. Giuseppe decide quindi di lasciare Maria per rispetto non per sospetto e lo fa perché è “giusto". Nella Bibbia giusto è chi è fedele alla Legge e Giuseppe non obbedisce alla legge ma al suo cuore, lascia che la corazza della legge sia scalfita dall'amore.  «Giuseppe, destatosi dal sonno, fece come l'angelo del Signore gli aveva comandato e prese con sé sua moglie». Ecco il cristianesimo: assumersi la responsabilità di quello che accade. Dio sceglie Giuseppe perché è pronto a rallentare e a trovare il tempo per sognare, per riconoscere la Sua volontà. L'angelo ha per Giuseppe le stesse parole che furono per Maria: «Non temere». Dio invita Giuseppe a entrare nel Suo progetto per introdurre suo Figlio nella stirpe di Davide secondo la promessa. Che bello vedere che la storia di Maria e Giuseppe sia iniziata dentro questo identico invito: "Non temere". Nella nostra vita ingarbugliata Dio ci invita a non temere e per il coraggio di Giuseppe, Egli, il Signore Dio, avrà un Figlio tra gli uomini.

                                                                                                    don Franco Bartolino

Giovanni aveva annunciato un Messia giustiziere che avrebbe punito severamente i peccatori, invece Gesù offre il suo amore a tutti. Dio non giudica, non condanna ma ama tutti e il Battista, di fronte al volto di un Dio inaspettato, va in crisi. Giovanni è perplesso: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Gesù non entra in polemica ma si riferisce ai fatti: «Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete: i ciechi recuperano la vista, gli storpi camminano, i lebbrosi sono guariti, i sordi riacquistano l'udito, i morti resuscitano, ai poveri è predicata la buona novella». È una crisi di fede che investirà anche i discepoli, quando si scontreranno con l'esperienza di un Messia perdente e umiliato. Gesù portava scandalo e lo porta ancora oggi: non stava con la maggioranza, ha cambiato il volto di Dio e le regole del potere, ha messo l'uomo prima della legge. Gesù elogia Giovanni: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento?». Che cosa siete andati a “vedere”, non a “imparare” perché Dio si mostra, non si dimostra. È giunto il tempo di fare piazza pulita di tutte le immagini false di Dio che ci portiamo dentro, di tutti i nostri desideri che appiccichiamo a Lui. Abbiamo bisogno di interrogare le nostre pretese su Dio alla luce del Vangelo, purificando le immagini strampalate di Lui che ci portiamo dentro. Se siamo capaci di rendere la vita più umana a qualcuno che non ce la fa da solo, allora quella persona capirà chi è il Signore che noi cerchiamo di amare e di incarnare.

                                                                                                                                                                      don Franco Bartolino

«In quei giorni, venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea dicendo: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino”!... Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: “Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all'ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione
”  (cfr. Mt 3,1-12).

Non ci deve sorprendere la durezza delle parole di Giovanni ai farisei e sadducei . Giovanni conosceva bene la Scrittura e la responsabilità delle autorità religiose di istruire il popolo, sostenere la speranza e preparare la venuta del Messia; loro invece, hanno trasformato la legge e la profezia in fardello pesante alla gente, sciupando la speranza del popolo. La parola di Giovanni è forte perché è accompagnata dalla sua testimonianza di povertà e semplicitità, concentrando la sua vita sull’essenziale: « Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!». Ma soprattutto Giovanni è l’ultimo profeta che grida nel deserto dei cuori  degli uomini, testimone del l’agire di Dio, che assume lui stesso gli eventi della Storia preparando, con quelli che si schierano dalla Sua parte,  l’arrivo del Messia: Re di Pace!

Ma forse neanche Giovanni aveva compreso bene che Dio non usa le armi della violenza. L’unica arma che possiede è la Parola, il Suo Figlio diletto, il re mite e umile di cuore, che « Non giudicherà secondo le apparenze e non prenderà decisioni per sentito dire; ma giudicherà con giustizia i miseri e prenderà decisioni eque per gli umili della terra. Percuoterà il violento con la verga della sua bocca,con il soffio delle sue labbra ucciderà l'empio» (cfr. Is 11,1-10).

Sappiamo bene como dalla bocca di Gesù non è uscito mai una parola di condanna, neanche per i suoi nemici. La verga della sua bocca, che taglia i cuori più induriti è la misericordia del Padre, facendo valere la sua giustizia che è amore, il Padre che non riposa finché non vedrà tuti i suoi figli salvati, rigenerati, santificati, riprendendo il cammino di ritorno alla casa, intorno alla sua mensa e in armonia con tutto il Creato uscito dalle Sue mani:

«La giustizia sarà fascia dei suoi lombi e la fedeltà cintura dei suoi fianchi. Il lupo dimorerà insieme con l'agnello; il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un piccolo fanciullo li guiderà. La mucca e l'orsa pascoleranno insieme; i loro piccoli si sdraieranno insieme. Il leone si ciberà di paglia, come il bue. Il lattante si trastullerà sulla buca della vipera;il bambino metterà la mano nel covo del serpente velenoso.Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno in tutto il mio santo monte, perché la conoscenza del Signore riempirà la terra come le acque ricoprono il mare» (cfr. Is 1,1-10).

Utopia? No, realtà umile e silenziosa, nascosta a chi ancora è schiavo da se stessi e dalle ambizioni egoistiche di questo mondo. Quelli invece, che si chiamano cristiani, difatto e non di sola parola, permettono il compiere della profezia e della salvezza di Cristo. Se non fosse vero, noi non saremo qui, ancora a credere, a cercare, a vivere l’attesa della Sua venuta.

« Fratelli, tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione, perché, in virtù della perseveranza e della consolazione che provengono dalle Scritture, teniamo viva la speranza.
E il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti, sull'esempio di Cristo Gesù, perché con un solo animo e una voce sola rendiate gloria a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo.
Accoglietevi perciò gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi, per la gloria di Dio. Dico infatti che Cristo è diventato servitore dei circoncisi per mostrare la fedeltà di Dio nel compiere le promesse dei padri; le genti invece glorificano Dio per la sua misericordia, come sta scritto:
«Per questo ti loderò fra le genti e canterò inni al tuo nome»
( Rm 15,4-9).

                                                                                                                             suor Maria Aparecida Da Silva

 

 

Prima di tuffarci nel Tempo di Avvento, la liturgia ci mette davanti agli occhi la novità scandalosa di un Dio che presenta la sua regalità dal trono della Croce. Al centro del Vangelo di oggi c'è appunto la Croce ed è la festa di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell'Universo; un titolo che forse può sembrare anacronistico eppure, se ci pensiamo, è il motivo per cui hanno ucciso Gesù. 

    Facciamo fatica a seguire un Dio che rivela la sua regalità nell'amore, nel servire e non nella pretesa d'essere servito. Facciamo fatica perché l'idea di un Dio onnipotente, che amministra in maniera autoritaria la sua giustizia, è una distorsione mentale che continuiamo a portarci dentro. 

    La bella notizia di questa festa liturgica è che Dio è onnipotente solo nell'amore! Un Dio che mi ama anche se lo rinnego, anche se lo tradisco, anche se lo rifiuto. Insomma il nostro Re non pretende nulla ma semplicemente mi ama di un amore folle perché lui è il Re dei perdenti, dei malati, degli ultimi, dei sofferenti. Il nostro Re è differente dagli altri re perché sa che l'amore o va fino all'estremo o non è amore!  

    «Dunque, tu sei re?» chiede Pilato a Gesù. Si caro Pilato, Lui è Re ma di un altro mondo. È uno strano Re Gesù che ha varcato solo una volta la soglia di una reggia ma per essere condannato a morte infatti il suo primo trono fu una mangiatoia, l'ultimo una croce. Da quella non ha voluto scendere, eppure avrebbe potuto.   

    Durante questo Anno liturgico in compagnia di Luca, ci siamo davvero convinti che questo è il nostro re? Abbiamo davvero messo in discussione le immagini non evangeliche della nostra fede per accogliere il vero volto di Dio rivelato da Gesù? Abbiamo davvero scelto di essere discepoli di un Dio così? 

                                                                                                                                                  don Franco Bartolino