La Liturgia di questa Domenica ci riporta alle nostre origine vere e profonde: il grembo della Trinità; lì dove siamo state pensati, amati, generati. Pertanto, non il peccato originale, ma l’amore, l’unità, la comunione. Ecco perché il nostro cuore prova costantemente una nostalgia divina, un desiderio, a volte inconsapevole, di ritrovarsi in un Volto (cfr. Es 33,18). E il Signore rompe definitivamente questo abisso eterno entrando nel Tempo, prima creando amici secondo il suo Cuore come Mosè, e poi inviando il Suo Unigenito, «irradiazione della Sua gloria e impronta della sua sostanza» (Eb 1,3). Mosè appunto, è prototipo di uno che sente ardere dentro di sé questo desiderio che arde senza consumare mai, trovando conforto proprio nel dono di amicizia con l’Eterno. «In quei giorni, Mosè si alzò di buon mattino e salì sul monte Sinai, come il Signore gli aveva comandato, con le due tavole di pietra in mano.
Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore. Il Signore passò davanti a lui, proclamando: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà».
Mosè si curvò in fretta fino a terra e si prostrò. Disse: «Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi. Sì, è un popolo di dura cervice, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fa’ di noi la tua eredità». (Es 34,4b-6.8-9).

Il dono dell’amicizia però non è una prerogativa di beatitudine personale, è dono per tutti, ecco perché Mosè si fa intercessore del suo popolo; egli sa che nessuno può camminare verso la “Terra Promessa” senza l’aiuto divino. Infatti Dio, che è amore e non si lascia vincere in generosità dona interamente sé stesso nel Suo Unico Figlio; lo invia, non per alcune situazioni, ma per tutto il tempo, per tutta la vita, per tutto il mondo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna (Gv 3,16)». Siamo generati e rigenerati dalla Trinità: «Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (Gv 3,17).

E la Chiesa, data al mondo nella Pentecoste, è diventata nel Tempo e nella Storia, il grembo dove si rigenera i figli di Dio dispersi, accogliendoli, preparandoli, accompagnandoli in questo breve peregrinaggio in cui trascorre la nostra vita, per poi ritrovarsi in Lui ed essere per sempre in quella comunione intratrinitaria, dalla quale il nostro cuore è attratto.

Per coloro che non credono, la comunità dei cristiani, anche se segnati da tante imperfezioni e limiti, ne è la manifestazione concreta, possiede e dona a chi vuole questa gioia, frutto della pace e dell’amore del Dio uno e Trino che si prende cura di noi.
«Fratelli, siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi.
Salutatevi a vicenda con il bacio santo. Tutti i santi vi salutano.
La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi». (2Cor 13,11-13).

                                                                                                                           suor Maria Aparecida Da Silva

Ci sono tante “sere” nella vita, tanti momenti in cui tutto sembra finire, soprattutto la speranza: e sono i momenti nei quali una novità che arriva dirompente non lascia certo il tempo che trova perchè ti scuote, ti rivoluziona, ti fa ribollire dentro, magari ti fa anche star male, ma è sempre qualcosa di profondamente decisivo.

È qualcosa che ti fa perdere la paura, che ti fa correre nel buio della notte, come accadde a quei due che da Gerusalemme stavano tornando al loro villaggio di Emmaus, privi di speranza, immersi in una sera nella quale l'unica novità poteva essere rappresentata da un pellegrino sconosciuto che camminava con loro parlando di ciò che era accaduto a Gesù nei giorni precedenti. E poi, l'intuizione di chiedere a quello sconosciuto “Resta con noi, perché è sera” e accorgersi che in quella sera della vita i loro occhi si riaprono alla speranza.

Capitò così anche la sera di Pentecoste, il giorno in cui i giudei osservanti celebravano la festa delle sette settimane, cioè il tempo trascorso dalla notte dell'Esodo al giorno in cui Mosè ricevette le Tavole della Legge sul Sinai; lo stesso tempo in cui, a primavera inoltrata, si iniziavano a raccogliere i primi frutti della terra. I Dodici, riuniti in un luogo a porte chiuse - chiuse come il loro cuore alla speranza - stanno per assistere alla conclusione dell'ennesimo giorno di festa trascorso come un giorno qualsiasi, senza alcuna voglia di festeggiare né la Legge di Mosè che il Maestro aveva insegnato loro a superare, né di gioire per i frutti di una terra che ora non avevano più, perché per seguire Lui avevano lasciato tutto in case, campi, terreni e familiari.

E così, mentre il giorno stava per finire, all'improvviso dal cielo arriva qualcosa che nessuno aspettava più, qualcosa che non rientrava nelle loro attese, qualcosa che sconvolge il loro torpore, qualcosa che illumina a giorno anche la sera più buia, qualcosa che non può lasciare indifferenti, qualcosa che sconvolge talmente le loro vite da prendere possesso addirittura della loro bocca e della loro voce permettendo loro di parlare in lingue diverse e totalmente sconosciute a chi, a mala pena sapeva solo l'aramaico materno.

Adesso, invece, si parla greco, latino, arabo perché è arrivato Qualcuno che non riesce a lasciare indifferenti, e quando arriva ti sconvolge l'esistenza, senza neppure lasciarti il tempo di ragionare perché la sua forza ti trascina per strada ad annunziare le grandi opere di Dio; e ciò che più sconvolge, è il fatto che arriva mentre il giorno di Pentecoste stava per finire. Sembra proprio che per Dio, e per il dono del suo Spirito, non è mai troppo tardi.

                                                                                                                               don Franco Bartolino

 

 

        “Quante volte ho guardato al cielo...”, cantava - negli anni della mia giovinezza - uno dei miei cantanti preferiti. E quando lo ascoltavo, pensavo a quante volte, anche io, ho guardato e continuo a guardare al cielo; così come credo faccia ognuno di noi, ognuno con motivazioni e intensità di emozioni diverse.

Guardiamo al cielo anche solo per capire come sarà il tempo, se dobbiamo uscire di casa con l'ombrello oppure possiamo fidarci del nostro istinto. Guardiamo al cielo per goderci, a volte, lo spettacolo di colori e di contrasti che esso crea, soprattutto in prossimità o poco dopo un temporale estivo. Guardiamo al cielo quando il suo colore azzurro naturale viene soppiantato dal rosso vivo di un tramonto.

Guardiamo al cielo quando passeggiamo sulla riva del mare per capire dove inizia uno e finisce l'altro. E poi, guardiamo al cielo anche per provare sentimenti di pace, per cercare serenità, per trovare risposte ai nostri perchè, a volte per gridare la nostra rabbia.

 Guardiamo al cielo per chiedere ai suoi abitanti di non dimenticarsi di noi, di guardare giù, ogni tanto, su questa benedetta terra e sui suoi abitanti che comunque, nella vita, spesso rivolgono lo sguardo al cielo, anche solo per mandare una preghiera o un pensiero carico di affetto ai nostri cari che sono già volati lassù e ci aspettano, magari presto, perché ci mancano così tanto da non poter resistere più di tanto senza di loro.

Quante volte guardiamo al cielo, per i più disparati motivi e quasi tutti accumunati da un unico intento, quello di guardare il meno possibile in terra, perché qui, sulla terra, tutti quei sentimenti di pace, di serenità e di infinito non riusciamo proprio a scorgerli. Guardando lassù, invece, magari qualche risposta e qualche stimolo per andare avanti riusciamo ancora a trovarlo.

 Forse pensavano così anche quegli Undici uomini di Galilea, intenti a fissare il cielo mentre il Maestro veniva elevato in alto, sottratto al loro sguardo da una nube che impediva loro di guardare in profondità, per vedere dove sarebbe andato; forse per poterlo raggiungere, un giorno, o forse anche solo per sapere in che direzione rivolgergli le loro suppliche e le loro richieste.    Ma, poveretti, non ne ebbero neppure il tempo. Si presentarono loro due uomini in bianche vesti, dicendo: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?”. Quasi a dire: “Perché state lì a perdere il vostro tempo guardando in aria con nostalgia?”.

            Cari uomini in bianche vesti, lo sappiamo noi il perché; sappiamo noi perché stiamo a guardare il cielo. E voi, non ce lo impedite, almeno oggi. Non toglieteci il cielo: perché guardare il cielo, ogni tanto, ci fa bene, ci gratifica molto di più che guardare in terra, a questa terra che comunque guardiamo e vediamo tutti i giorni, e che non sempre offre visioni così gratificanti. Forse, però, se guardiamo al cielo, un po' di forza e un po' di voglia di andare avanti riusciamo ancora a ritrovarle.

                                                                                               don Franco Bartolino

Nel brano evangelico della VI Domenica di Pasqua, Gesù prepara i discepoli al giorno in cui farà ritorno alla casa del Padre e non sarà più accanto a loro come lo era stato fino a quel momento. Sono stati con Lui per tre anni, lo hanno seguito durante la predicazione e i miracoli, hanno sperimentato il suo amore, hanno imparato a fidarsi e affidarsi a Lui, fino ad arrivare a dire, come Pietro, “dove andremo Signore? Solo Tu hai Parole di Vita Eterna”. Ora Gesù li avverte che è giunto il momento in cui andrà via, ma non li lascerà soli perché chiederà al Padre di concedere loro un dono nuovo: un altro Paràclito, lo Spirito Santo, che scenderà su di loro e rimarrà con loro per sempre.

La verità dell’Amore di Gesù sarà confermata nei loro cuori e si renderanno conto di essere uniti nel suo Amore. Questa pienezza si realizzerà nella misura in cui vivranno nell’amore e nella fedeltà assoluta ai suoi comandamenti. Gesù ricorda, infatti, “se mi amate, osserverete i miei comandamenti”.

 Questo è il comandamento nuovo: che vi amiate come io vi ho amati. L’unico comandamento possibile è partecipare, accogliendo l’amore che Dio ha per noi. Ma il comandamento è l’amore del Figlio, è il Figlio. L’accoglienza è per l’uomo una grande attività, richiede da parte sua uno sforzo totale per mettersi nella condizione di ricevere il dono senza dover fare qualcosa in prima persona.

 Quando vogliamo fare qualcosa da soli non siamo in grado di accogliere, perché accogliere significa ritirarsi per dare spazio all’altro e accogliere la sua azione. Per questo l’amore accolto diventa il nostro amore per l’altro, perché l’amore è fatto così: se tu lo accogli sarà lui stesso ad amare e saprà declinare l’amore nelle situazioni concrete.

 L’amore saprà sacrificarsi. Quando noi accogliamo il dono del Padre nel concreto della vita, questo amore troverà la strada e questa concretezza è radicata nei comandamenti, una sorta di interpretazione dell’amore.

Chi si lascia amare da Lui, ama Lui ed osserva il suo “comandamento nuovo”. È la novità dell’esperienza cristiana, che Paolo definisce “la vita secondo lo Spirito”: è lo Spirito di Cristo risorto che muove il credente perché ami come Lui ama.

Oggi come allora, estendendo la sua promessa di amore ad ogni uomo, Gesù promette di non lasciarci soli e di mandare il suo spirito di verità, capace di consolare questa nostra umanità ferita e desiderosa di essere amata.

Il discepolo di Cristo non è quindi obbligato a portare pesi o gioghi opprimenti, ma accetta l’invito a inserirsi in una comunione di vita e in una logica di amore. Il cristiano vero sa di essere amato dal Padre e il suo modo di amare è spontaneo e gratuito, a imitazione dello stile di amore di Dio nei suoi confronti.

                                                                                                          sr Annafranca Romano

Cos’è la vita cristiana, come si muovono i cristiani, cosa sono nel mondo, ce lo dice questo tempo di Pasqua, ce lo conferma questa V Domenica. Uomini e donne mosse dallo Spirito, che seguono non un cammino, ma Il Cammino, non una strada ma una Persona che si fa strada, che è Cammino: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me». Uomini e donne quindi, che non camminano raminghi nel mondo, come uno che non sa dove va, magari perché non sa neanche da dove viene; i cristiani sanno di essere figli di un unico Padre; sanno di vivere nel mondo ma di non essere del mondo perché diretti alla Casa del Padre, lì dove troveranno le molte dimore (cfr. Gv 14,1-12). Lì ci ritroveremo, lì  riconosceremo il Volto di Colui nel quale siamo stati fatti.

I cristiani, uomini e donne che costituiscono Chiesa, che sono chiesa: quell’edificio spirituale dove ognuno è pietra viva edificati nell’unica Pietra Angolare: Cristo Gesù. Uomini e donne che imparano insieme a prendersi cura l’uno dell’altro, e tutti insieme, dei più bisognosi, dei più poveri, degli ultimi delle società, di quelli che il mondo non tiene in conto (cfr. At 6,1-7). Uomini e donne la cui forza è la preghiera e la cui vocazione è l’annuncio dell’Unica Buona notizia che porterà il mondo alla Vita e alla Verità: Cristo Gesù! «E la parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli a Gerusalemme si moltiplicava grandemente; anche una grande moltitudine di sacerdoti aderiva alla fede».

E’ nella fede in Gesù, Via, Verità e Vita che i cristiani sono nel mondo, nonostante la loro povertà, il loro dissenso, la loro differenza, la loro fatica… vano avanti perché nella loro debolezza sono costituiti “in verità” in quella conoscenza rivelativa che si sviluppa nel tempo per opera dello Spirito Santo, il quale porterà tutti alla verità tutta intera, come ha detto Gesù.

Quindi, l’identità cristiana si rivela non tanto perché fanno qualcosa, ma perché per quello che sono e  sono chiamati ad essere,  le cui opere rivelano quello che sono In verità, in verità io vi dico: «Chi crede in me, anch'egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».

Ci basterebbe fare un giro veloce nel mondo con gli occhi veritieri per sapere dove sono e cosa fanno, mentre il mondo ancora continua ad spingerli fuori, perché si crede non bisognosi di loro. Intanto, uniti nella fede si avvicinano al «Signore pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio, quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo. Stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa (cfr. 1Pt 2,4-9).

                                                                                                                          suor Maria Aparecida