Chi di noi non ha mai sperimentato una situazione per la quale si è dato da fare con tutto se stesso nel preparare un'attività studiandola nei minimi particolari, e poi ciò che ne esce si rivela l'esatto contrario di ciò che aveva ipotizzato? Come diceva il mitico Charlie Brown, “Quando pensi di avere tutte le risposte, la vita ti cambia tutte le domande”!

Ora proviamo a immedesimarci in coloro che, rispondendo a una vocazione, mettono la loro stessa vita a disposizione di un Dio che poi si rivela completamente differente perché finché si tratta di delusioni ricevute dalle persone, ci può stare, ma quando si tratta delle promesse di Dio e ti accorgi che queste promesse si rivelano l'esatto contrario, ti viene da chiederti se hai sbagliato qualcosa o se quel Qualcuno di cui ti fidavi non abbia forse cambiato le carte in tavola.

La domanda di Giovanni Battista fatta arrivare a Gesù tramite i suoi discepoli dal buio di un carcere suona esattamente così: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?”. Visitato in carcere dai suoi seguaci, Giovanni viene a conoscenza dei contenuti della predicazione e dei gesti di Gesù, il quale parlava di un Dio misericordioso che non lascia nulla di intentato pur di salvare anche il più incallito dei peccatori. Un Dio decisamente diverso da quello che aveva predicato Giovanni. Del resto, Giovanni era uomo tutto d'un pezzo e non usava certo mezzi termini e proprio per questa sua schiettezza si trovava in carcere. Cos'avrà pensato dal buio di quella cella? Forse sarà stato assalito dai dubbi, dalla percezione di aver sbagliato la propria missione, di aver immaginato che il suo grido contro l'ingiustizia si è rivelato vano.

L'integrità di quest'uomo, che non a caso è il più grande fra tutti gli uomini, vuole chiarire immediatamente le cose con il cugino rampante: “Io ti ho battezzato nel Giordano, ti ho indicato come l'Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo, ho fatto pulizia sulla tua strada davanti a te, e tu fai e dici tutt'altro! No, Gesù: non mi torna e gradirei delle spiegazioni”. E a volte gradiremmo anche noi delle spiegazioni, da un Dio che, con tutta onestà, crediamo fatto in un modo, e poi ci si rivela in un altro.

La risposta di Gesù a Giovanni non si fa attendere: “Non riferite a Giovanni solo le soavi parole che io annuncio, ma fate parlare i fatti: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, il Vangelo è annunciato ai piccoli”. Vale a dire: è il compimento dell'opera di Dio, annunciata da tutti i profeti e quindi anche da Giovanni il Battista: ovvero, che Dio viene a salvare l'uomo e a ridare speranza a un'umanità che l'aveva perduta.

E alla fine, Gesù chiede a Giovanni un'ulteriore prova di fedeltà: quella di “non trovare in lui motivo di scandalo” e di avere gli occhi limpidi del bambino. È un Dio imprevedibile, quello di Gesù Cristo: un Dio che stravolge tutte le idee che gli uomini si fanno di lui, spesso anche in buona fede e nel rispetto della stessa volontà di Dio, come fu per il Battista.

A volte, abbiamo quasi la sensazione che Dio ci provi gusto a farsi annunciare in un modo e a rivelarsi in un altro e questo lo sperimentiamo nella nostra vita di fede di ogni giorno, dove siamo messi a dura prova più sulla scoperta del vero volto di Dio che sulla nostra coerenza nell'annuncio del Vangelo. Ma in realtà, non è così: è solo questione di paziente attesa e soprattutto, di fede: o credi e ti fidi di lui e dei suoi stranissimi modi di fare, oppure questo Dio così imprevedibile ti risulterà incomprensibile e di certo ti lascerà inquieto e perplesso.

Del resto, cosa avverrà a Natale, quando tutti si aspettano l'arrivo del Re dei Re, del Signore dei Signori, dell'Onnipotente ed Eterno e si troveranno a che fare con un neonato adagiato in una mangiatoia? È proprio vero che i misteri del Regno sono rivelati ai piccoli!

                                                                                                                                               don Franco Bartolino

Il tempo di Avvento che oggi iniziamo, è un tempo di preparazione in vista del Natale ormai vicino; ma soprattutto, è un tempo di “attesa”. Cosa significa “stare in attesa”? Attendere, aspettare qualcosa o qualcuno, non ha sempre il medesimo significato, perché ci sono molti modi di rimanere “in attesa” anch'essi differenti e per certi aspetti non facilmente quantificabili. Ci sono attese piene di entusiasmo, perché proiettate a un evento gioioso come la nascita di un bambino, e ci sono attese cariche di ansietà come quando un malato affronta la fase finale di una malattia incurabile.

Quando si attende qualcosa o qualcuno, ci si agita, si freme, si gioisce, ci si dispera, ci si rassegna e non possiamo affidare questi sentimenti alla fede, perché hanno invaso e continuano a invadere anche la vita dei credenti di ogni tempo. Questo avveniva soprattutto tra le primissime comunità cristiane, quelle in cui, spesso, c'era ancora in vita qualcuno che aveva conosciuto Gesù di persona e questi sentimenti erano dettati dall'attesa del suo ritorno nella gloria che Lui stesso aveva annunciato senza tuttavia definire “quando”.

Era proprio l'ignoranza riguardo al suo ritorno a suscitare nei suoi seguaci sentimenti contrastanti: c'era chi riteneva il suo ritorno imminente da non avere il tempo di prepararvisi adeguatamente, per cui viveva in uno stato di perenne agitazione; c'era chi, per contro di questo ritorno imminente, lo attendeva con gioia, perché avrebbe così posto fine a tutte le sofferenze; e c'era chi, convinto che il ritorno del Signore fosse ancora molto lontano, viveva la propria vita con indifferenza pensando solo a godersela perché, tant'è, la vita è una, e quindi “chi vuole esser lieto, sia di doman non c'è certezza!”, come scriverà Lorenzo il Magnifico alla fine del XV secolo.

Questi sentimenti pervadono la vita dei credenti in ogni epoca, anche nella nostra, dove, forse, non c'è l'attesa per il ritorno imminente del Signore, ma sicuramente ci si pone delle domande sul senso finale dell'esistenza e sul senso di quello che facciamo, soprattutto quando ne sperimentiamo la precarietà. Credo che il Vangelo di oggi, tratto dall'opera di Matteo, che ci accompagnerà in questo anno liturgico, sia pur nella drammaticità di certe sue affermazioni, ci possa dare delle chiavi di interpretazione su come condurre la nostra “attesa”.

Anche noi, certamente, possiamo vivere nella spensieratezza; anche noi possiamo darci alla pazza gioia, alla ricerca sfrenata della felicità, “come furono i giorni di Noè”, ci dice il Vangelo: poi però arriva inatteso il “giorno in cui Noè entrò nell'arca e non si accorsero di nulla”, il giorno, cioè, in cui la vita ci chiede il conto, che non necessariamente coincide con la nostra morte o con qualche disgrazia, ma anche solo con un momento di bilancio parziale e provvisorio di ciò che stiamo facendo e rischiamo di farci trovare impreparati.

Impreparati anche di fronte agli interrogativi della vita, e allora “qualcuno verrà preso e qualcuno lasciato” e noi continueremo a farci domande sul perché alcune cose della vita colpiscono sempre certe persone, mentre certe altre la passano liscia; domande a cui difficilmente troveremo una risposta. Qual è, allora, la soluzione di tutto questo tormento? Quella di rimanere in attesa: un'attesa vigilante, attiva, operosa, attenta, e soprattutto serena, senza agitazioni. Quell'attesa di chi non riempie gli spazi di silenzio con inutili parole ma lascia che risuoni nella sua vita l'unica Parola degna di essere ascoltata, quella del Vangelo.

La possibilità ci viene data, anche quest'anno, attraverso questo Tempo di Avvento, spesso talmente breve che rischia di sfuggirci dalle mani senza aver pensato alle cose di Dio: sta a noi decidere come viverlo; sta a noi, soprattutto, decidere se e come rimanere in attesa del Signore che passa nella nostra vita, sempre e comunque, a prescindere dalla nostra prontezza.

                                                                                                                                   don Franco Bartolino

 «La giustizia sarà fascia dei suoi lombi e la fedeltà cintura dei suoi fianchi. Il lupo dimorerà insieme con l'agnello;
il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un piccolo fanciullo li guiderà.
La mucca e l'orsa pascoleranno insieme; i loro piccoli si sdraieranno insieme. Il leone si ciberà di paglia, come il bue.
Il lattante si trastullerà sulla buca della vipera; il bambino metterà la mano nel covo del serpente velenoso.
Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno in tutto il mio santo monte, perché la conoscenza del Signore riempirà la terra come le acque ricoprono il mare
» (Is 11,1-10). 

Potrebbe sembrare una dolce utopia il bellissimo quadro del profeta Isaia proposto da questa Domenica di Avvento, soprattutto dinanzi alla realtà bellica che ogni giorno constatiamo nel mondo. Intanto, la pace e la giustizia di cui parla Isaia nella Liturgia di oggi non è frutto delle decisioni dei potenti della Terra, ma si chiama Gesù Cristo.E’ Lui il compimento delle promesse di Dio. Solo in Lui è possibile la riconciliazione degli opposti. Solo con Lui, la convivenza pacifica e costruttiva delle differenze di vedute e di cultura, di lingua, di popoli e nazioni. E la Chiesa, ancora una volta, in ascolto obbediente e fedele al Suo Signore, annunzia al mondo che lì, dove si accoglie il Signore con cuore umile e sincero, si realizza il Regno di Dio, si costruisce la pace e la giustizia, si realizza il sogno della fraternità universale. Sono tanti i gesti di solidarietà, amore e condivisione che muovono questo mondo anche nelle zone di conflitto; sono tanti gli impegni a favore della valorizzazione dell’umano, del rispetto della sua libertà, come pure tante iniziative e impegni per il rispetto del Creato.

Il Regno di Dio avanza quotidianamente e silenziosamente, in ogni cristiano cosciente del suo Battesimo e della sua missione, consapevole sì dei propri limiti, ma perseverante nell’ascolto della Parola, nella ricerca di nutrire i sentimenti di Cristo, testimoni della fedeltà di Dio nel compiere anche “oggi” le promesse dei padri (cfr. Rm 15,4-9).

 L’Avvento vieni così, pieno di speranza e carico di responsabilità perché finché ci sarà un fratello o sorella che se sente isolato, allontanato o distante del Dono di Cristo Gesù dobbiamo preparare la via del Signore e raddrizzare i suoi sentieri.

L’Avvento mette sempre insieme la doppia spera del Signore perché mentre camminiamo nella certezza che Egli viene alla fine dei tempi, sappiamo che Egli vieni ad ogni momento e quindi, sappiamo di nos essere abbastanza pronti per riconoscerlo, soprattutto lì da dove non immaginiamo o non vogliamo che Egli venga. Ecco perché ci vieni incontro l’appello di Giovanni il Battista: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!».

 E’ la consapevolezza di sentirlo sempre vicino che ci mette in stato di vigilante attesa e operosa carità verso noi stessi, perché possiamo produrre degni frutti di conversione (Mt 3,1-12); verso Dio, perché non è la religione, i precetti che ci salvano, ma il cuore umile e aperto alla novità del Vangelo; verso il prossimo che ci sta accanto e si presenta davanti il nostro cammino, perché in ogniuno siamo chiamati a riconoscere il volto del Figlio di Dio ed ad agire di conseguenza.
«Fratelli, tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione, perché, in virtù della perseveranza e della consolazione che provengono dalle Scritture, teniamo viva la speranza.
E il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti, sull'esempio di Cristo Gesù, perché con un solo animo e una voce sola rendiate gloria a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo.
Accoglietevi perciò gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi, per la gloria di Dio
» (Rm 15,4-9).

Ci aiuti nel nostro cammino la Vergine Immacolata, dolce aurora della nostra Nuova Umanità!

                                                                                                                                  suor Maria Aparrecida Da Silva

 

 

Caro ladrone, oggi, Solennità di Cristo Re, ho pensato di scrivere a te, che il nostro Re lo hai conosciuto di persona, forse non nel momento migliore della tua esistenza, ma certamente in uno dei più gloriosi della sua vita. Quella vita che, forse, non era stata benevola con te: di certo, la fortuna non ti ha assistito, da quando hai scelto di vivere di espedienti. Molti disonesti la fanno franca, per buona parte della loro vita: certo, quelli che la fanno franca non vanno in giro vestiti come te da straccioni, di solito sono in giacca e cravatta, e anche se vengono presi, hanno accumulato talmente tanto denaro che possono pure permettersi di non essere nemmeno rinviati a giudizio. No, niente a che vedere con te e il tuo socio in affari: voi eravate proprio due poveracci a cui nessuno vuole certo negare le vostre responsabilità. Buoni non lo eravate affatto: il tuo amico, poi, ha portato con sé la propria cattiveria fino in fondo, e l'ha vomitata addosso al nostro Re con tutta la sua rabbia. Tu eri diverso: buono, forse, non lo sei mai stato, ma se hai vissuto nell'infamia, quantomeno hai avuto l'opportunità di morire nella gloria e da buon opportunista qual eri, l'hai sfruttata. Guardando la scritta che stava sopra il capo di Gesù “Costui è il re dei Giudei”, hai preso la palla al balzo e hai chiesto a quel Re così strano non una salvezza immeritata, bensì hai chiesto di poter essere quantomeno da lui ricordato, una volta entrato nel suo Regno, visto che quasi certamente su quel patibolo eri stato lasciato solo. Certo, quella scritta “il Re dei Giudei” deve averti colpito. Ma quale re? I re, i governanti, i politici in generale parlano tanto, fino alla noia pur di giustificare la propria presunta innocenza. Lui, invece, non diceva mezza parola: ogni tanto un lamento o una preghiera, e poi quella frase assurda che ti è rimasta in testa: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno!”.    Che coraggio: perdonare quelli che lo stavano ammazzando in quel modo e, non contenti, lo sfidavano a scendere dalla croce. Tu hai capito subito che si trattava di un innocente, di un uomo giusto e santo, talmente umile da non essere capace di dire una sola parola a propria discolpa. In compenso, ci pensava quell'imbecille dall'altra parte a parlare: “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!”. Una serie di insulti a Gesù perché non faceva il miracolo di salvarvi tutti! A un certo punto, non ce l'hai più fatta, e al suo ennesimo insulto, con quel filo di voce che ti era rimasto, l'hai zittito: “Piantala, una buona volta! Neppure adesso che sei arrivato alla fine e paghi per anni di crimini sei capace di avere almeno un minimo di pudore, se non di timor di Dio? Cosa ti ha fatto, di male? Anzi, cosa ha fatto di male?”. Proprio in quel momento, il nostro Re riesce a sollevare un attimo la testa e ti guarda, come per ringraziarti. Tanto era sfinito, riesce a dirti solo sei parole, che sono certo anche tu - come noi dopo duemila anni - non avrai più dimenticato: “Oggi con me sarai nel Paradiso”. Tu in Paradiso? Tu, ladruncolo da quattro soldi? Non è possibile: Dio è buono, ma non è stupido, è un Dio giusto, molto più giusto di quello che sembra, e non è che perdona sempre tutti! Del resto, non credo che tu avessi chissà quale pretesa, se non quella che il nostro Re si ricordasse di te, e che magari potesse metterci una parolina buona con gli angeli del piano di sotto, per fare in modo che tu non avessi al tuo fianco, tra le fiamme eterne, quell'altro imbecille del tuo collega! Il Re ti ha sorriso: poi, con un filo di voce, ha detto ancora qualcosa a Dio, suo Padre, ed è morto. I Vangeli ci hanno detto che tu e l'altro siete sopravvissuti ancora pochi minuti, perché poi vi hanno spezzato le gambe: era la vigilia di Pasqua e tutti avevano fretta di seppellirvi per andare a festeggiare. Ma credo che anche tu abbia fatto in tempo a vedere il cielo oscurarsi e avrai visto anche tu il centurione romano, pagano e miscredente, cadere in ginocchio e dire: “Veramente quest'uomo era il figlio di Dio!”. Quello che accadde quel giorno, fuori Gerusalemme, ce lo hanno tramandato i suoi discepoli. Ma quello che avvenne dopo, solo tu e Gesù lo potete sapere. A noi bastano le sue sei parole, pronunciate dalla croce per te e solo per te: “Oggi con me sarai nel paradiso”. A me piace pensarti così: delinquente, imbroglione, opportunista, ladro fino all'ultimo istante della tua vita, quello in cui hai portato via al nostro Re il suo tesoro più prezioso: la vita eterna. Perché tutti, qui, sappiamo - e lo sappiamo da secoli - che lui, nel suo Regno, ti ci ha portato per davvero.

 

È una domenica di festa e di fede perché celebriamo una memoria viva: quella dei martiri che l’Amore non ha lasciato soli. Il tempo, che velocemente svuota i nomi dei dominatori, conserva invece i nomi delle vittime scritti nel grido degli innocenti e anche quando a noi sfuggono, Dio li conosce e li incide nel suo cuore.

            La Parola ci pone oggi sulle labbra una frase che è varco e promessa: «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo, se invece muore, produce molto frutto» (Gv.12, 24-26). Non è un motto per poster, è un ponte tra due rive e sul quel ponte il diacono Procolo vi passò: la carne consegnata, la paura vinta, la libertà restituita al suo Autore. Non scelse di salvarsi: scelse di donarsi e quel sangue divenne voce: voce che ancora chiama a fidarsi del Vangelo più di ogni calcolo e più di ogni prudenza. Oggi la parola sangue ci brucia addosso perché il sangue è un linguaggio che tutti capiamo e che chiede conto a tutti. Il sangue del diacono Procolo si mescola idealmente al sangue versato in Palestina, come in Ucraina e in ogni terra ferita dove la violenza si crede onnipotente e invece è solo rumore. 

            Cessino gli assedi che tolgono pane e acqua; cessino i colpi che sbriciolano case e infanzie; cessino le rappresaglie che scambiano la sicurezza con lo schiacciamento, cessi l’invasione che soffoca ogni speranza di pace. La sicurezza che calpesta un popolo non è sicurezza: è un incendio che, prima o poi, brucia la mano che credeva di domarlo. Ogni terrorismo è un sacrilegio, ogni sequestro un’ombra sull’umano, ogni razzo contro civili un peccato che grida. Diciamocelo con la franchezza la guerra non “scoppia”, la guerra si produce e si finanzia. Ogni bilancio militare è vento cattivo contro la carne dei poveri e ogni “espansione della spesa per la difesa” che supera scuola e sanità non ci rende sicuri: ci rende invece più soli e più poveri.

            Il grido dei poveri e degli ultimi, il sangue dei bambini e il pianto delle loro madri, dice ai potenti di questa terra, fermate la spirale! Cercate giustizia prima dei confini, diritti prima dei recinti, dignità prima dei calcoli. E noi tutti, con le nostre coscienze addormentate e chiusi nel piccolo recinto della comodità che vogliamo difendere a ogni costo, dobbiamo questa mattina chiederci: che ne abbiamo fatto dei nostri fratelli e delle nostre sorelle? Ma il Vangelo non ci chiede solo bontà: ci chiede giustizia. La giustizia non è risentimento: è ordine dell’amore. È regola che santifica il tempo, è lavoro che non sfrutta, è potere che non si auto-assolve. L’Europa non si salverà alzando muri, ma ricordando di essere nata da monasteri e cattedrali e non si tratta di semplici nostalgie, ma disciplina di futuro. Per questo, oggi, in questo giorno di festa osiamo chiedere un miracolo preciso a san Procolo, fratello e martire: disarma le nostre paure travestite da prudenza, spazza via la patina di cinismo che si attacca alla fede e donaci un coraggio senza teatro e scelte che non fanno notizia ma che cambiano la vita di tutti gli uomini e donne di buona volontà.

                                                                                                                                                                                       don Franco Bartolino