Il Regno di Dio è stato il tema iniziale del Vangelo di Gesù, il primo da lui annunciato all'inizio della sua missione, e l'attesa dei discepoli nei confronti di questo “Regno” è sempre stata grande. La maggior parte di loro aveva confuso l'idea del “Regno” con qualcosa di politico, con la riconquista della libertà del popolo d'Israele perduta a causa dell'invasione di Roma. Gli stessi invasori si erano lasciati persuadere che Gesù fosse un agitatore politico, e con questa condanna l'hanno messo in croce, consegnandolo alla storia come il “Re dei Giudei”. Nonostante quel venerdì pomeriggio, sul Golgota, la loro delusione fosse stata grande, dopo quaranta giorni i discepoli insistono nella loro pretesa di avere un Regno tutto per loro: “Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il Regno per Israele?”. Come a dire: “Adesso che sei risorto dalla morte e che anche la morte non è più invincibile, sei in grado di rimettere a posto le cose e di ridarci un Regno?”. A volte, anche noi sembriamo avanzare pretese simili a queste. Quando diamo uno sguardo a questo mondo, ci viene voglia di dire a Dio che è ora di intervenire, di mettere mano a questo mondo, a dir poco penoso. Sarebbe ora che Dio si dimostrasse più efficace nel far capire agli uomini le sue intenzioni, che non perdesse più tempo di fronte ai drammi dell'umanità. Ma i tempi del Regno di Dio non sono i nostri tempi e con queste parole, Gesù chiude ogni discorso, perché poi una nube lo sottrae allo sguardo dei discepoli. La nube, nella Sacra Scrittura, indica uno spazio di incomprensione che avvolge Dio di mistero; è un simbolo utilizzato per dirci che tra lui e noi rimane sempre un velo di mistero che solo lui, con i suoi tempi, è in grado di svelare.  Questo mistero, tuttavia, non giustifica la nostra inattività. Non possiamo dire: “Mentre il Regno di Dio non sia ancora compiuto, io me ne sto a guardare”. Anche i discepoli stettero a guardare, mentre Gesù saliva al cielo, e furono rimproverati da quegli stessi uomini in bianche vesti che, il mattino di Pasqua, dissero alle donne di non cercare tra i morti Colui che era vivo: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?”. Come i discepoli, anche noi troppo spesso ci fermiamo a guardare il cielo perché sentiamo nostalgia delle “cose di lassù”, forse perché non ne possiamo più di “quelle di quaggiù”, a volte, invece, non accettiamo di dover rimanere avvolti nella nube del mistero. “Nel frattempo” è arrivato il nostro tempo: è giunto il momento di dire il nostro ‘si’ al progetto del Regno di Dio. È terminato il tempo di Gesù sulla terra: è iniziato il tempo della Chiesa, quel tempo in cui abbassato lo sguardo verso la quotidiana realtà di questo mondo, costruiamo quel pezzo del Regno di Dio che ci è stato affidato. Per fare questo - ci dice la conclusione del Vangelo di Matteo - dobbiamo “andare in Galilea”, su quel monte dove tutto era iniziato, quel monte delle Beatitudini. Bisogna tornare alle origini della nostra fede, al momento in cui Gesù ci ha conquistati con le sue parole e lo abbiamo seguito. Adesso, però, tutto si fa più difficile, per i discepoli, perché c'è stato di mezzo il drammatico momento della croce, in cui tutti lo avevano abbandonato e avevano smesso di credere in lui. Tant'è vero che, il giorno dell'Ascensione, sul monte di Galilea, “essi dubitarono”. E così, il Maestro, con la sua pazienza infinita, si avvicina a loro e lancia una nuova proposta, che suona come una missione: “Andate... fate discepoli... battezzate... insegnate”. Facile a dirsi! Ma che strumenti abbiamo a disposizione, noi che - come i suoi discepoli continuiamo a dubitare, soprattutto delle nostre possibilità, di fronte a un mondo che va in tutt'altra direzione, rispetto al Vangelo? Questo, però, è un problema solo nostro. Il Maestro, questo problema non l'ha, perché è lui la forza, è lui la possibilità, è lui “la Via, la Verità e la Vita” e soprattutto, ci ricorda che non saremo mai soli: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Oramai non ci sono più scuse per stare lì, fermi, a guardare il cielo...

                                                                                                                                                                                                        Don Franco Bartolino

Leggendo il testo del Vangelo di oggi, mi ha colpito una frase di Gesù rivolta ai suoi discepoli: “Non vi lascerò orfani: verrò da voi”. Una frase di questo tipo detta nel contesto dell'Ultima Cena non poteva lasciare indifferenti i discepoli. Gesù da qualche tempo stava dicendo loro in mille forme che li avrebbe abbandonati presto. Una notizia così non lascia sereni i discepoli, perché sentono di avere ancora bisogno di Gesù come un bambino ha bisogno di suo padre: è lui, infatti, che li ha generati alla fede e li ha accompagnati alla scoperta di un Dio che non è giudice, ma Padre amoroso e misericordioso. Tuttavia, Gesù cerca di correre ai ripari: anzi, con grande tenerezza gioca d'anticipo, annunciando, ancora prima della sua partenza da questo mondo, che “il Padre vi darà un altro Paràclito, perché rimanga con voi per sempre”. E a questo “Paràclito” dà un nome concreto: lo Spirito della Verità. In definitiva, Gesù e il Padre hanno compreso che l'uomo non può rimanere da solo nel gestire la propria vita di fede. Anche il più convinto tra i credenti ha bisogno di essere sostenuto ogni giorno da qualcuno che “parli per lui”, qualcuno che, invocato, soccorra in suo aiuto e, come ogni buon avvocato difensore, lo possa aiutare nella difesa della verità, soprattutto in un mondo che alla verità antepone la calunnia e la menzogna. Rimanere orfani nella vita è qualcosa di veramente drammatico, soprattutto quando si è fanciulli e quando, con il proprio papà, si ha un legame molto profondo; ma credo lo sia ancora di più rimanere orfani nella fede e, più in generale, nella dimensione spirituale della vita e di orfani spirituali questa società è piena zeppa. Abbiamo, infatti, la tendenza ad arrangiarci in tutto, a “fare da soli” coadiuvati in questo da una società che ti permette il “fai da te”. Ma facciamo attenzione, perché anche nella nostra fede cristiana ci possono essere stili di vita imperniati sul “fai da te”: esperienze spirituali personali di carattere intimistico, ovvero non condivise con altri, perché - si usa dire - “con il mio Dio me la vedo io, con lui solo mi sento sicuro”; religiosità costruite su un modello di Dio talmente personale e con una autoconvinzione talmente forte, da divenire quasi integraliste se non addirittura pericolose, in quanto pervase di fanatismo e ci metterei anche quelle espressioni di religiosità nelle quali spesso in molti incappiamo, quando basiamo la nostra vita di cristiani su quelle “due o tre cosette” fatte per sentirci a posto con Dio. Tutte queste cose sono indice della nostra situazione di “orfani” della fede; a volte, orfani volontari perché contribuiamo anche noi, con la nostra indifferenza religiosa, a uccidere ed eliminare Dio dalla società; a volte, invece, orfani resi tali perché lasciati soli da una comunità di credenti che - spesso a partire da noi pastori - non ci accompagna come dovrebbe nel nostro cammino di fede, e finisce pure lei per conformarsi con quelle “due o tre cosette” che ci fanno sentire a posto con la coscienza per aver fatto il minimo indispensabile. Ma noi non siamo Chiesa “da soli”. Noi non possiamo pretendere di costruirci un modello di vita di fede “fai da te” eliminando l'azione dello Spirito Paràclito dalle nostre comunità. Per fortuna, Gesù ci ha detto che non ci lascia orfani; e oggi, più che un'infusione di fiducia e speranza, la sua Parola deve suonare come un ammonimento, ovvero, attenti a non vivere una fede fatta a nostra misura. Attenti a non essere religiosi secondo i nostri schemi. Attenti a non crearci un Dio a nostra immagine e somiglianza. Lo Spirito Paràclito, invocato e atteso nella Pentecoste ormai vicina, non ci permetterà di restare orfani, né di vivere una fede “fai da te” come se Dio non esistesse.

 

                                                                                                                                                            don Franco Bartolino

«Carissimi, avvicinandovi al Signore, pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio, quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo» (cfr. 1Pt 2,4-9). In questo Tempo di Pasqua avvertiamo come la vittoria di Cristo sul male e sulla morte attraversa la storia dell’umanità edificandola attraverso la conoscenza della luce e della verità. Infatti, illuminati da Cristo, Luce del mondo, i cristiani, sparsi per la terra, sono la coscienza del mondo riportando gli uomini e le donne di ogni epoca e generazione a confrontarsi con la verità della salvezza propria e altrui, anche quando la negano.

 Ecco perché nonostante si parla di “libertà religiosa” i cristiani continuano a soffrire persecuzione: Alcuni pagano il prezzo del sangue per confessare la fede sia verbalmente, sia liturgicamente; altri, la maggioranza, offrono il sudore della propria lotta silenziosa e nascosta per sostenere e annunciare i valori del Vangelo ad una società che non vede, non sente e non vuole né vedere né sentire la possibilità di accogliere la Via, la Verità e la Vita che è Cristo Gesù.

Come può accogliere la Parola del Signore un cuore chiuso nell’individualismo, ‘contento’ di bastare a se stesso e indifferente alla sofferenza e ai bisogni dell’altro? La fede cristiana è impegno di comunione, di unità, di fratellanza e ciò esige l’offerta, il sacrificio, la consapevolezza che la preghiera cristiana deve essere fraterna e universale, affinché il sacrificio sacerdotale di Cristo attinga i confini della terra, riportando ogni essere umano a incontrare la propria immagine nel Figlio e vedere riflessa l’immagine del Figlio in ogni fratello e sorella.

 Come una costruzione, i mattoni vengono posti uno accanto all’altro, sostenendosi l’uno l’altro per edificare l’edificio, così i cristiani nella Chiesa e la Chiesa per il mondo.

 

                                                                                                                                                                                                         Suor Maria Aparecida

La “Domenica del Buon Pastore” ci presenta la prima parte del discorso riportato dal capitolo 10 del Vangelo di Giovanni, nella quale Gesù non si descrive ancora come “il Buon Pastore”, bensì come “la porta delle pecore”. Una terminologia strana, non c'è che dire. Tant'è vero che Giovanni ci dice che i suoi uditori “non capirono di che cosa parlava loro”. Forse è bene fare un passo indietro nel testo di Giovanni. Gesù si trova nell'atrio del Tempio di Gerusalemme, dove pochi istanti prima aveva guarito il cieco nato in giorno di sabato e a seguito di quel miracolo e della discussione che ne era nata, i capi del popolo avevano “cacciato fuori” dal tempio e dalla sinagoga il cieco guarito perché aveva riconosciuto in lui il Messia. Gesù parte proprio da questo gesto del “cacciare fuori” per annunciare se stesso come “la porta delle pecore”, che apre il recinto e che “spinge fuori tutte le sue pecore” dall'ovile e poi, come farebbe un vero pastore, cammina davanti a esse e le guida. Giovanni nel suo testo usa lo stesso identico verbo: i capi del popolo “cacciano fuori” il cieco guarito dalla sinagoga, mentre Gesù “spinge fuori” le pecore dall'ovile. E ci sono altri particolari interessanti, in questo brano. Il termine usato da Giovanni per indicare il “recinto” delle pecore non indica una stalla; è un termine che andrebbe tradotto con “atrio” ed è l'atrio del Tempio dal quale Gesù sta parlando. Una volta aperta la porta di quest'atrio, egli chiama le sue pecore e le “conduce fuori”: e qui, Giovanni utilizza lo stesso termine con cui, nell'Esodo, si indica la fine della schiavitù dell'Egitto e l'uscita verso la Terra Promessa. Questo significa che la missione di Gesù nella storia è quella di un liberatore, venuto a “far uscire” il suo “gregge” da una situazione di schiavitù che non è solamente quella del peccato personale, ma anche quella di una serie di istituzioni, di leggi e di comportamenti che invece di aiutare a crescere nell'amore di un Dio che dà la vita, portano il popolo ad allontanarsi da Dio e a

cadere nel baratro dell'oppressione, dello sfruttamento, della sottomissione alla Legge. E questo, a causa della perversa appropriazione del potere da parte di coloro che si rivelano false guide e falsi pastori. Per questo, Gesù più avanti si rivelerà come il Buon Pastore: perché egli non è “un ladro che viene per rubare, uccidere e distruggere” egli è venuto perché chi entra attraverso di lui, porta delle pecore, possa essere salvato: “Entrerà, uscirà e troverà pascolo”. Da oltre sessant'anni, in questa domenica la Chiesa, ispirandosi proprio a Gesù Buon Pastore, celebra la Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni. Che bello, se le preghiere elevate a Dio in questa giornata da tutta la terra, ci ottenessero il dono di una Chiesa guidata sempre da pastori che possano essere vere guide, vere “porte” aperte che permettano alla gente di entrare e uscire dai loro problemi della vita quotidiana verso l'incontro con un Dio che dà la vita e la dà a tutti in abbondanza! Mentre invece, spesso, abbiamo a che fare con pastori capaci solo di chiudere le porte e non solo quelle delle chiese. Che grazia impagabile sarebbe, quella di poterci avvicinare a uomini e donne di Chiesa che non incutano terrore e timore per l'esercizio indebito della loro autorità, ma che manifestino la loro autorevolezza con atteggiamenti di profonda misericordia, di pazienza, di accoglienza, di autentica liberazione! Mentre sappiamo bene quanto sia difficile - e lo dico facendo “mea culpa” - incontrare pastori che sappiano perdere tempo per ascoltare le proprie pecore. Che bello, se invece di fare tanta poesia definendo noi stessi come “pastori a imitazione di Cristo Buon Pastore”, lo imitassimo per davvero, imparando a non imprigionare la gente nelle maglie strette di un ovile che soffoca e opprime, ma a fare in modo che nella Chiesa tutti si sentano liberi, in qualsiasi momento, di entrare e uscire e di trovare pascolo.

Perché - non dimentichiamolo - Gesù non è venuto per impadronirsi delle vite e delle coscienze delle persone, ma “perché tutti abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza”.

                                                                                                                                                                      don Franco Bartolino

Chi ha mai detto che avere dubbi di fede sia sintomo di poca fede? Personalmente, ho sempre apprezzato coloro che di fronte a una realtà così misteriosa e affascinante come l'Assoluto, si sono posti degli interrogativi, perché è certamente segno di un desiderio di andare alla ricerca di andare Oltre. E non parlo di filosofi, scienziati o pensatori laici: parlo dei credenti e in modo particolare dei grandi santi della nostra tradizione cristiana, pochi dei quali possono vantare una vita spirituale priva di ombre, di incertezze e di dubbi. Da Pietro, che non riesce a seguire il Maestro sulle acque perché dubita della sua presenza, fino a giungere a Madre Teresa di Calcutta, che nei suoi scritti si definisce spesso in uno stato di “notte perenne” rispetto a Dio. Passando poi attraverso le esperienze drammatiche della spiritualità dell'angoscia di Giovanni della Croce, di Teresa Benedetta della Croce e dello stesso Francesco. Figuriamoci, dunque, se sia corretto dare del miscredente a Tommaso, solo perché ha voluto vederci chiaro di fronte al Maestro, morto in croce, ma che tutti affermavano aver visto nuovamente in vita! Del resto, spesso non siamo forse così anche noi? Guardiamoci dentro, e chiediamoci con grande onestà: chi di noi non ha mai avuto dubbi di fede? Sarà davvero esistito storicamente, Gesù di Nazareth? E la sua Resurrezione dai Morti? E poi, tutto questo male che c'è nel mondo: se Dio esiste davvero, perché accadono certe cose? Perché, quando lo preghiamo per ottenere la pace nel mondo, poi sembra che la guerra e la violenza aumentino, invece di cessare? E gli eventi catastrofici? E le malattie incurabili? Perché mai devo continuare a credere in un Dio che sembra assente di fronte a tutte queste cose? Potremmo proseguire all'infinito, con domande simili a queste, che spesso non trovano risposta.  Credo che tutti ci siamo fatti: ma non per questo smettiamo di essere uomini o donne di fede, e nemmeno possiamo considerarci dei non credenti. Se noi che ci diciamo cristiani, vivessimo un'esperienza di Dio priva di domande, correremo il rischio di essere gente senza passioni. Personalmente, come prete, chiedo a Dio che mi liberi dall'essere un prete per nulla “appassionato” di Dio, un prete privo di “passione” per Lui, un prete che non faccia fatica a stargli dietro, che non si carichi sulle sue spalle la croce e non lo segua, perché vorrebbe dire che non sono degno di essere chiamato suo discepolo e ancor meno suo testimone! Dio ci liberi da una fede talmente sicura di sé da diventare oppressiva e disprezzante nei confronti di chi fa fatica a credere perché provato dalla vita! Gesù liberi la sua Chiesa da uomini e donne che per il solo fatto di essersi battezzati e magari consacrati a lui, si sentono incrollabili nella fede e perfetti! La Chiesa, oggi, non ha bisogno di “signori” della fede da imitare, perché oggi come allora c'è un solo Signore e un solo Dio: quello che ha pazienza nei nostri confronti, quello che ci usa misericordia, quello che ci rialza quando la nostra fede vacilla, quello che dopo tutte le prove della vita ci porta a professare - come Tommaso - “Tu sei il Mio Signore; Tu sei il Mio Dio”. La Chiesa oggi ha bisogno di testimoni credibili, di gente che fa fatica, che a proposito di Dio ha mille dubbi al giorno, ma che nonostante tutto è capace di affidarsi a Dio e di andare avanti, perché sa che è lui a condurre le nostre vite. L'errore di Tommaso non è stato il suo dubitare, ma il fatto di voler fare a meno dei suoi fratelli nella fede, di separarsi da loro già la sera stessa di Pasqua, di volersi costruire una fede a sua misura, nella quale fosse lui a mettere dita e mani nei segni dei chiodi e del costato. Tommaso ritroverà la sua fede “otto giorni dopo”, l'ottavo giorno, quello “dopo il sabato” del silenzio, cioè il Giorno del Signore, il giorno in cui accetterà di tornare a riunirsi con la comunità per essere, come ci dicono le meravigliose pagine degli Atti degli Apostoli, “un cuor solo e un'anima sola” con i suoi fratelli, senza per questo eliminare tutta la fatica del credere. Perché nessun cristiano, per quanto perfetto possa essere, può sperare di salvarsi senza fare riferimento a una comunità di fede e soprattutto, senza passare attraverso l'ombra del dubbio, degli interrogativi, e delle domande su Dio. Che poi, in fondo, sono domande su noi stessi e sulla nostra fragile umanità bisognosa di un Dio dal volto umano e segnato dal dolore: perché di uomini e donne potenti e arroganti che si credono Dio, ne abbiamo già troppi!

 

                                                                                                                                                                              Don Franco Bartolino