“L'ignoranza è la peggiore delle povertà”. Non si sa di preciso chi sia l'autore di questa affermazione: se fosse un ricco o un povero, forse non lo sapremo mai; e se diamo per vera la sua affermazione, probabilmente non era neppure un povero, perché possedeva qualcosa più grande di qualsiasi altra ricchezza, ovvero la sapienza. A nessuno di noi è dato di sapere con certezza quale sia la relazione tra ricchezza materiale e ricchezza di pensiero, ovvero se un ricco possa dirsi automaticamente saggio e sapiente o se un povero sia da ritenersi automaticamente ignorante.
La chiave di lettura della Parola di Dio che la Liturgia di oggi ci propone sta tutta in quel termine che Dio, nella parabola di Luca che abbiamo ascoltato, rivolge al ricco che pensa solo a riposarsi, mangiare, bere e divertirsi: “Stolto”. Anche se “ignorante”, a mio avviso, rende meglio il senso dell'affermazione. Ora, che l'evangelista Luca non nutra una particolare simpatia per la categoria dei ricchi, è cosa abbastanza nota e avremo modo di ascoltare qualcosa al riguardo anche nelle prossime settimane. Ma qui non è questione di parteggiare per i poveri e di condannare i ricchi, bensì di mettere in guarda chi “accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio”, ovvero chi - ignorando il vero senso della vita - è convinto di trovare nelle ricchezze il fondamento della propria esistenza.
Ma le ricchezze, così come tutte le realtà umane che non pongono nella sapienza di Dio il loro fondamento, non danno alcuna sicurezza: anzi - come dice Qoèlet nella prima lettura e in tutto il suo profondissimo libro - sono “vanità”, per dirla in ebraico, “nebbia”, quella nebbia mattutina che, di fronte al primo raggio di sole, svanisce senza più lasciare traccia di sé. Proprio come la ricchezza, che illude gli uomini di poter essere un rifugio sicuro, che inganna l'animo umano facendogli vedere un mondo diverso, privo di pericoli e di incertezze, che nasconde all'uomo le insidie racchiuse al proprio interno fino a quando, come avviene con la nebbia, un soffio di vento se le porta via, e di ciò che l'uomo ha accumulato per sé non resta nulla. E tutta la nostra vita è un soffio o - come dice bene il salmo - come l'erba, “che al mattino fiorisce e germoglia e alla sera è falciata e dissecca”.
Ma questo, l'ignorante - peggio ancora se è ricco - non riesce a coglierlo. Ignora che, pur avendo lavorato più o meno onestamente tutta una vita, di quello che ha accumulato nella tomba non porta nulla: e anche se può goderne, ne gode per un tempo limitato, e poi deve lasciare qui tutto. A chi? “A un altro che non vi ha per nulla faticato”, dice Qoélet; a dei figli che invece di ringraziare Dio per ciò che hanno ricevuto dai genitori litigano per l'eredità.
Il ricco stolto ignora che, ad aver prodotto ricchezza, non sono state le sue mani, ma “la sua campagna che aveva dato un raccolto abbondante”, e per la quale non aveva minimamente reso grazie a Dio; ignora che, pur avendo a disposizione “molti beni”, non può dire altrettanto dei “molti anni”, perché la sua vita - come quella di tutti - può terminare in un istante, anche qualora i suoi soldi gli permettessero le cure più innovative o addirittura l'elisir di lunga vita e di eterna giovinezza.
Ignora che le molte ricchezze non corrispondono ad altrettante sicurezze, anzi, procurano solamente “dolori e fastidi penosi che non fanno riposare il cuore neppure di notte”; ignora, soprattutto, che esiste un tesoro che vale molto di più di qualsiasi bene materiale, e che non si può acquistare grazie agli innumerevoli zeri presenti sul saldo del proprio conto corrente.
Quel tesoro è nelle mani di Dio e della sua sapienza: e per acquistarlo, non serve un bonifico bensì - come ci ha ben ricordato il salmo - “imparando a contare i nostri giorni” i quali non sono eterni: proprio come le ricchezze.
Una domanda sorge spontanea: qual è il criterio di Dio nei confronti delle nostre suppliche? Perché alcune vengono ascoltate e altre no? In realtà, la vera domanda è un'altra: che cos'è la preghiera? Anche noi, come i discepoli quel giorno, forse un po' “invidiosi” di quel Maestro che passava diverse ore in preghiera, vorremmo chiedere a Gesù: “Signore, insegnaci a pregare”. Quello che emerge dalle letture di oggi, forse, è che la preghiera non è questione di molte parole rivolte a Dio, o di richieste insistenti che portino Dio a cedere ai nostri desideri. La preghiera, invece, pare essere una questione di fiducia reciproca tra Dio e l'uomo, e quindi di intesa tra i due, di dialogo.
In un contesto di fiducia reciproca tra noi e gli altri, sappiamo bene che possiamo chiedere loro ciò di cui abbiamo bisogno, perché siamo certi che “se chiederemo un pesce non ci verrà data una serpe, o se chiederemo un uovo non ci verrà dato uno scorpione”. Se tra noi e Dio esiste un rapporto di profonda e reciproca fiducia, sappiamo bene che ciò che a lui chiederemo nella preghiera, non ci verrà negato. Prima ancora che di fede, quindi, è una questione di fiducia.
A Gesù, però, non basta insegnare questo ai discepoli attraverso delle parole o delle formule, egli vuole anzitutto dimostrarci che questa fiducia reciproca tra Dio e l'uomo è possibile: ed è possibile perché, per la prima volta nella Storia della Salvezza, ci è concesso di instaurare con Dio un rapporto di figliolanza. Da Gesù in poi, il rapporto di fiducia tra Dio e l'uomo è possibile perché Dio è Padre e un padre che si dica degno di questo nome non abbandona mai i suoi figli.
È sulla scorta di questo nostro essere figli che “potremo chiedere e ci verrà dato, cercheremo e troveremo, busseremo e ci verrà aperto”. È con questa certezza che Gesù ci invita a rivolgerci a Dio chiamandolo “Padre”. E non più Padre Nostro, come nella formulazione più conosciuta e più pregata, quella del Vangelo di Matteo, bensì, stando al Vangelo di Luca di oggi, semplicemente Padre, per evitare che Dio diventi una nostra esclusiva: perché essere figli di Dio non sia una nostra prerogativa, perché Dio possa essere padre di ogni uomo.
Un padre che rimprovera ed esorta, che colpisce e accarezza, che a volte ci tratta un po' bruscamente ma che in realtà è orgoglioso di noi, e se a volte ci provoca è perché ci vuole bene davvero. Lui ci permette di chiamarlo Padre, ma ci chiede di non considerarlo “nostro”, bensì di tutti, e di fare in modo che tutti lo sappiano, che tutti gli uomini sappiano che il suo nome è quello, “Padre”, e che da tutti “il suo nome possa essere santificato”.
Ora viene il momento di chiedergli qualsiasi cosa, perché lui è Padre, e provvede a tutto ciò di cui abbiamo veramente bisogno: del “pane quotidiano”, di un lavoro degno di essere chiamato tale, di un calore umano che spesso non abbiamo, di una vita che sia piena e felice, di poter camminare sicuri sulle strade della nostra esistenza quotidiana, senza essere “abbandonati alla tentazione” di poter fare a meno di lui. E tutto questo, in maniera totalmente gratuita. In realtà, un piccolo impegno ci è chiesto, perché questa fiducia reciproca non venga mai meno: che sappiamo “perdonare chi ci fa del male, così come Dio perdona i nostri peccati”.
Ci sembra eccessivo dover perdonare, accettando le scuse degli altri? Tranquilli: nessun perdono che possiamo offrire agli altri, anche il più impegnativo, sarà mai più grande del suo, che giunge a perdonare e addirittura ad amare i propri nemici.
A noi può sembrare molto, doverci sforzare a perdonare gli altri così come Dio fa con noi: ma il dono che riceviamo in cambio, quello cioè di poter chiamare Dio con il nome di Padre e ottenere da lui ciò di cui abbiamo bisogno, sarà sempre, infinitamente molto di più.
Quando ascoltiamo questo simpatico brano di Vangelo della casa di Betania, troppo spesso facciamo delle letture semplicistiche: Maria è la più brava nel riconoscere il Signore, mentre Marta ha il pensiero distolto da altre cose meno importanti; la contemplazione è più importante dell'azione; la preghiera e l'ascolto della Parola valgono di più delle opere di carità; è meglio affannarsi per essere discepoli di Gesù che affannarsi per le preoccupazioni quotidiane. Insomma: Maria è la vera discepola di Gesù. Poi, però, leggendo il Vangelo di Giovanni, ci accorgiamo che in un momento di prova come quello della morte del fratello Lazzaro è Marta che per prima va incontro al Signore e pronuncia su di lui una delle più belle professioni di fede del Vangelo; e fino a quattro anni fa, quando papa Francesco ha esteso la memoria liturgica anche ai suoi due fratelli, il calendario liturgico al 29 luglio venerava solo santa Marta e non Maria e Lazzaro. Chi sarà, delle due, la vera discepola del Signore? La Marta indaffarata o la Maria contemplativa? Forse non è questo il termine della questione. Non conta chi, tra i discepoli del Signore, sia il migliore: ciò che conta è l'incontro con il Signore, e la nostra capacità di riconoscerlo e accoglierlo nella nostra vita. E questo avviene per ognuno di noi in maniera differente. A volte avviene “agitandoci” come Marta, perché il nostro cuore sia ben disposto ad accoglierlo; in altri momenti, invece, avviene nel modo “migliore” possibile, facendo silenzio, come Maria, “seduti ai piedi” del Maestro, lasciando che sia lui a parlare e a farla da protagonista. Sono molti i modi dell'ospitalità, e il Signore si compiace di ognuno di essi, perché vede che tutti hanno capito la lezione dell'uomo che si fa prossimo a chi è nel bisogno, in questo caso al pellegrino, che nella tradizione biblica, è simbolo dell'uomo bisognoso di cure e di accoglienza il quale, se accolto in maniera disinteressata, è capace di ricompensare chi gli apre la porta della sua tenda.
Ne sanno qualcosa Abramo e Sara, che di fronte ai tre pellegrini non si curano né del caldo afoso né della precarietà di un accampamento di nomadi, e in fretta offrono tutto ciò di cui un pellegrino ha bisogno: acqua, cibo e riposo. A loro, in cambio, viene donato parecchio: ciò che avevano sperato lungo tutto una vita, il compimento di una promessa fatta a più riprese e mai realizzata, ovvero la nascita di un figlio. Ne sanno qualcosa Maria di Betania, appunto, alla quale il Maestro accolto come pellegrino regala il privilegio di essere considerata, lungo i secoli, l'immagine della discepola prediletta, che ad ogni cosa della vita antepone l'ascolto della sua Parola, e suo fratello Lazzaro, il quale diverrà protagonista, a sua insaputa, del più grande segno compiuto da Gesù nel Vangelo di Giovanni. E alla brontolona Marta, talmente diretta nel suo parlare che al Signore dice, senza mezzi termini, “non t'importa nulla di me”? A lei, quel giorno, in apparenza è arrivato solo un affettuoso rimprovero di Gesù: più tardi, però, poco prima della resurrezione di Lazzaro, di fronte alla sua professione di fede nella resurrezione finale: “so che mio fratello risusciterà nell'ultimo giorno”, Gesù le farà dono di una rivelazione di altissimo livello, qualcosa che forse a nessun discepolo e a nessun teologo è mai stato rivelato circa il Figlio di Dio: “Io sono la Risurrezione e la Vita: chi crede in me, anche se muore, vivrà”. Questo è ciò che succede a chi accoglie il Maestro Pellegrino, bisognoso di cura e di attenzione: avrà vita, vita in abbondanza, vita da trasmettere, e sarà capace di generare vita anche da apparenze di fallimento e di morte. Dio passa nella nostra vita, sotto forme spesso a noi incomprensibili e in modi che a noi risultano essere poco evidenti: riconoscerlo in quei momenti è senz'altro anche questione di fede, ma è soprattutto una questione di generosità.
La stessa generosità di Abramo, che non sta a chiedersi cosa vuole Dio da lui, perché sa che Dio è Grazia, e che sarà Dio stesso a fargli dono di ciò che egli più desidera; la generosità di Marta, che non solo non fa silenzio di fronte al Maestro, ma addirittura lo rimprovera di non accorgersi di lei, donna ansiosa, premurosa e - come milioni di donne in ogni tempo e in ogni luogo - lasciata sola nel portare il peso di una casa e di una famiglia. E neppure il Maestro sta zitto, di fronte alle sue provocazioni, e le dice senza mezzi termini che non ha ancora capito ciò che conta veramente nella vita: poi però si mostrerà a lei con tutta la potenza del Signore della Vita. Ma Marta non molla: l'ultima mossa vuole averla lei, sei giorni prima della Pasqua, quando, sempre a Betania, sua sorella Maria, mistica e contemplativa più che mai, ungerà per la sepoltura il corpo del Maestro, e lei, questa volta senza dire nulla - avrà forse imparato la lezione? - offrirà a lui, per l'ultima volta, una cena tra amici perché non sia mai che Dio “passi oltre senza fermarsi dalla sua serva”.
È tipico di chi insegna, volere “mettere alla prova”. Del resto, fa parte del compito dell'insegnante “mettere alla prova” gli alunni, assegnare loro dei compiti, per verificare la loro preparazione. Dall'esito della prova si può ovviamente valutare il grado di comprensione rispetto all'argomento trattato. È quindi plausibile che un dottore della Legge come quello che appare nel Vangelo di oggi si presenti con l'intenzione di “mettere alla prova” Gesù riguardo alla Legge e ai Comandamenti: se questo è davvero un maestro come dice di essere, io che sono custode della Legge data da Dio a Israele ho tutto il diritto di valutare il suo grado di preparazione. Senza mai pensare che quella domanda, “Che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”, potesse rivelarsi una spada a doppio taglio perché alla fine chi viene messo alla prova è lui stesso: “Che cosa sta scritto nella Legge?”. Insomma cosa dice la Legge di cui tu sei dottore? Nessuno meglio di lui sa la risposta: per avere in eredità la vita eterna, occorre seguire i comandamenti di Dio, i quali si concentrano nello Shemà, Israel, la preghiera del pio ebreo, che invita ad amare Dio con tutto se stessi e il proprio prossimo come se stessi e Gesù concorda con lui: “Hai risposto bene; fa' questo e vivrai”.
E qui, il dottore della Legge mette a nudo i propri limiti: non sa chi sia il suo prossimo, ma non vuole fare la figura di non sapere cosa dice la Legge riguardo al prossimo e allora, rivolge la domanda al Maestro per giustificarsi della domanda precedente. Della serie: io ti ho fatto questa domanda perché voglio sapere da te, Maestro, chi è la persona a me prossima, che devo amare come me stesso, di modo che, amandolo, possa ottenere la vita eterna. Questo, la Legge non me lo dice in maniera chiara: a volte è il più vicino a te e Gesù prende in contropiede il dottore della Legge e gli dice che prossimo può essere anche un malcapitato che, percorrendo la pericolosa strada da Gerusalemme a Gerico, incappa nei briganti che lo lasciano mezzo morto. Salvo poi accorgersi che su quella strada che da Gerusalemme scende a Gerico ci passiamo tutti, salvo poi comprendere che i malcapitati siamo noi; salvo poi vedere che chi ci è prossimo non è chi ha bisogno di noi, ma - al contrario - colui di cui noi abbiamo bisogno, “colui che ha compassione di noi”. Lui sì, ci vede e ci soccorre, e ci fa capire che avere fede non significa solamente amare Dio e gli altri, come se Dio e gli altri avessero bisogno di noi; avere fede significa lasciarsi amare da Dio e da chi si fa prossimo a noi, del quale abbiamo bisogno anche quando il nostro orgoglio e le nostre sicurezze faticano ad ammetterlo. Su quella strada che dalla Gerusalemme Santa ci porta alla Gerico adultera e peccatrice siamo tutti incamminati, senza distinzioni: peccatori e santi, dottori e ignoranti, giudei purosangue e samaritani stranieri a cui non daremmo un soldo e dei quali mai potremmo fidarci, mentre invece sono proprio loro a prendersi cura di noi. È sconvolgente pensare come il nostro prossimo non sia innanzitutto il malcapitato da assistere, perché i malcapitati siamo noi! E chi ci è prossimo è “un samaritano”, uno che non è dei nostri, uno straniero. Del resto, chi pensa mai di avere bisogno di uno straniero?
Anche qualora fossimo noi i malcapitati, sicuramente troveremmo chi ci è prossimo, ovvero gente nostra: qualche sacerdote, qualcuno che ha fede come noi e che crede le stesse nostre verità! E invece proprio loro passano dall'altra parte, tirano dritto perché non hanno tempo da perdere con noi! Hanno molte cose da fare, molte preghiere da dire, e poi si sono appena purificati al tempio, mica possono farsi prossimi a noi e contaminarsi con le nostre ferite! “Invece un samaritano”, che di sicuro non veniva dal tempio, vedendoci ha compassione e si fa prossimo a noi. Lui, l'escluso dalla salvezza, il lontano da Dio, si fa vicino agli uomini: proprio come quell' “uomo dei dolori che ben conosce il patire” ed è Lui che sulle nostre ferite ha versato - anticipo dei Sacramenti - l'olio della consolazione e il vino della speranza; è Lui che ci pone sulla sua cavalcatura e ci fa entrare sicuri in una Gerusalemme di pace; è Lui che ci affida alla Chiesa perché abbia cura di noi fino al suo ritorno. E allora, “chi è mio prossimo?”: è Colui che ha compassione di me. È Cristo Buon Samaritano, che ancor prima di essere da noi amato vuole che ci lasciamo amare da lui; egli, lungo l'insidiosa strada che scende da Gerusalemme a Gerico, non ha il volto del benpensante ma quello dell'emarginato; lui non ha bisogno di noi, vuole anzi aiutarci a comprendere che siamo noi ad avere bisogno di lui, perché il prossimo è lui. Alla fine, non saremo noi a farci prossimi per salvare gli emarginati e gli oppressi; saranno loro, i più bisognosi, a salvarci dalla nostra autosufficienza e dal nostro presuntuoso perbenismo.
«Rallegratevi con Gerusalemme, esultate per essa tutti voi che l’amate. Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò; a Gerusalemme sarete consolati. Voi lo vedrete e gioirà il vostro cuore» (cfr. Is 66,10-14).
E’ l’annunzio di gioia che unisce tutta la Liturgia di questa XIV Domenica. Una gioia che scaturisce dalla consolazione di una presenza: Voi lo vedrete e il vostro cuore gioirà. Un annunzio che dovrebbe far vibrare la Gerusalemme di oggi come quella ai tempi del Profeta Isaia. Una Gerusalemme che porta tuttora, il peso di non avere riconosciuto Colui che è venuto e continua a venire, perché il rifiuto degli uomini non è capace di bloccare l’amore di Dio, la Sua volontà di Salvezza, la fedeltà a Sé stesso.
Ecco perché il Signore costituisce discepoli e li invia a tutte le parte e dalla parte di tutti per essere portavoce della Sua gioia, della sua Pace. E’ preciso Gesù riguardo alle esigenze del mandato: «Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio” » (cfr. Lc 10,1-12.17-20).
La credibilità dell’annuncio va preceduta e accompagnata dalla preghiera, con la coscienza che siamo tutti pellegrini in questo mondo in continua trasformazione, e perché il Vangelo non può fermarsi, ecco la necessità di pregare il Signore della Messe.
La credibilità dell’annuncio va arricchita solo dalla povertà di mezzi, di persone, perché appaia che l’opera è di Dio, non degli uomini; è totalmente gratuita e deve arrivare a tutti, senza distinzione, pure rispettando la libertà di tutti e di ciascuno.
Annunzio di gioia quindi, che lascia nell’aria l’invito che ha determinato la Storia: “È vicino a voi il regno di Dio”. Annunzio che deve essere preceduto
La gioia dell’annunzio e l’annunzio della pace : ecco l’essenza alla quale tutti siamo chiamati. E noi, con Paolo, in virtù del nostro Battesimo, non esitiamo a dire la Verità, a annunziare la Pace che il mondo non ha, a testimoniare che nonostante tutto e al di là di tutto c’è Lui, il Signore, l’unica ricchezza dalla quale possiamo essere fieri: «Fratelli, quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo» (cfr. 6,14-18).