DIO MIO, DIO MIO PERCHE’ MI HAI ABBANDONATO?

Il racconto della Passione del Signore è il centro di tutti e quattro i Vangeli; essa rappresenta la vera novità dell’annuncio (kerigma) posta alla fine di una grande introduzione rappresentata da tutti i capitoli precedenti. Ogni evangelista darà una sfumatura diversa agli eventi, ma tutti e quattro saranno concordi nella narrazione dei fatti.

Matteo, nel proporci il racconto della passione del Signore, ci invita a scendere vicino a Lui, a camminare con lui e ad essere Cirenei nell’aiutarlo e nel condividere gli eventi più drammatici ma anche più significativi per tutti noi.
Il contesto in cui avviene il racconto è quello della cena. Gesù è a tavola con i suoi per celebrare la Pasqua ebraica, mentre fuori il popolo, la folla, i sommi sacerdoti, Giuda, sono già pronti a “consegnarlo”. Ormai hanno deciso in cuor loro, spinti da satana, a preparare un complotto contro Gesù, devono solo decidere come attuarlo. È importante riflettere su ognuno di questi personaggi, ma anche su quelli che si alterneranno successivamente nella lettura del testo; quante volte anche noi decidiamo di eliminare Gesù dalla nostra vita per essere magari più liberi e cerchiamo modi “giusti” per poterlo fare; quante volte anche noi, verso gli altri, siamo come Giuda o come i sommi sacerdoti, sempre pronti a tradire o condannare?
In tutto questo, Gesù è a tavola con i suoi e nel pane spezzato e nel sangue versato insegna loro, come a noi, il valore del dono di sé e del “martirio”, per noi testimonianza vera fino alla fine. Gesù non parla della sua morte, ma della forza dell’Amore che si esprime in quella del dono e infine, in quella del servizio. Gesù è in mezzo a noi come colui che serve, anche noi dobbiamo imparare a stare tra gli altri come coloro che servono e non come coloro che desiderano solo di essere serviti e riveriti! Per far questo però, abbiamo bisogno di riscoprire la virtù dell’umiltà, la capacità, cioè, di ritirarci per far spazio agli altri, per accoglierli nella nostra vita e per vivere con loro in atteggiamento di solidarietà, di apertura, di consegna.
Dopo la cena, Gesù si spinge fin nell’orto degli Ulivi per pregare, insieme ai discepoli. Ha bisogno di compagnia, sente forte in sé il dramma della solitudine, prende Giacomo Giovanni e Pietro con sé, ma il sonno li prende e il torpore li assale e così non sono capaci di dargli conforto e sollievo.

Gesù sarà arrestato e portato davanti a Caifa perché ritenuto sobillatore delle folle con il suo insegnamento, le sue parole, le sue opere e nell’indecisione sulle sorti da prendere, viene inviato da Pilato, che, insieme a sua moglie, lo trova innocente. Ma la folla acclama la liberazione di Barabba e alla fine sarà Gesù prenderà su di sé la croce. Lungo questo cammino, Gesù incontrerà diverse persone a cui continuerà a mostrare il suo sguardo di misericordia e nelle quali, ancora una volta, ognuno di noi potrà rispecchiarsi: il Cireneo che lo aiuterà lungo la via e le donne di Gerusalemme alle quali Gesù chiederà non compassione, ma conversione!
La morte in croce di Gesù, apre un tempo, seppur breve, di solitudine, di abbandono, ma questa non sarà l’ultima e definitiva parola… Ci sarà un evento nuovo, forte, gioioso: la resurrezione del Signore che farà di noi, uomini e donne, persone redente, salvate dal suo Amore!

Accompagniamo Gesù in questo suo tragitto e mentre camminiamo al suo fianco chiediamogli coraggio e forza per poter anche noi metterci alla sua sequela scegliendo di portare ogni giorno la nostra croce con Lui soprattutto in questo tempo così difficile per ognuno di noi. Chiediamogli di poterlo abitare con consapevolezza e di imparare a vivere con lui…come lui un’esistenza donata!
Suor Simona Farace

Credo che il Maestro non ne abbia a male, se pure noi, oggi, ci prendiamo la licenza di rimproverarlo come fecero le due sorelle di Betania, Marta e Maria: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!”. Sì, perché questa è la sensazione che alberga nei nostri cuori, in questi giorni: la sensazione che Dio sia rimasto in silenzio, lontano, assente. Perché se fosse stato presente, come glielo abbiamo più volte chiesto, a volte in maniera intima e solitaria, a volte in forme più straordinarie ed eclatanti, forse avrebbe mostrato la sua presenza in maniera forte, evitandoci sofferenze che, peraltro, sembrano non finire mai.

“Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello, qualunque nostro fratello, non sarebbe morto!”. Ma lui è morto, un'infinità di volte e se è morto, significa che tu non sei stato qui, altrimenti sarebbe ancora in vita.
“Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!”: e rimproveraci pure tu, se vuoi, dicci pure che non abbiamo abbastanza fede, che diciamo così solo perché adesso i nostri occhi sono ancora annebbiati dalle lacrime e quindi parliamo senza sapere quello che diciamo, che poi il tempo sistema tutto, che adesso dobbiamo guardare avanti. Dicci pure tutto quello che vuoi, ma “se tu fossi stato qui, Signore, mio fratello non sarebbe morto!”.
E per cortesia, evita quelle frasi di circostanza che lasciano il tempo che trovano e che hai pronunciato, in risposta, a Marta: “Tuo fratello risorgerà”. Marta è una come noi, concreta, immediata e molto pratica: “Lo so che risusciterà nell'ultimo giorno”. Ma adesso io ti ho chiesto altro: ti ho chiesto di esserci e tu non ci sei stato. E te l'abbiamo anche fatto sapere che il tuo amico era malato: e allora, perché non ti sei fatto subito presente, che forse ci avresti evitato questa sofferenza? Preferiamo che tu non dica nulla di circostanziale e che ascolti quello che abbiamo da dirti: “Anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà”. Per cui, datti da fare: c'è ancora gente da salvare.
Per nostro fratello non abbiamo più speranze: sono passati quattro giorni, tutt'intorno c'è silenzio, lamento, non avvertiamo più nemmeno i profumi della primavera, ma solo sapore di morte. Ma guarda a chi ancora è in vita e rischia di non farcela, dacci speranza, dacci certezze, facci sentire che ci sei!

Con Maria ci sei piaciuto di più, ti abbiamo sentito più vicino, non hai risposto al suo stesso rimprovero con frasi di circostanza perché Maria non è come Marta, Maria soffre, Maria continua a piangere, Maria non è una donna forte, è prostrata a terra, non si rialza con facilità, perché il suo modo di dimostrare l'amore verso il fratello morto. Ma sei stato bravo con lei: hai capito che non servivano parole. Non hai fatto altro che entrare nel suo dolore e in silenzio hai pianto con lei, e le hai chiesto qualcosa che per te, allora, sembrava scontato e normale, ma che per noi, oggi, non è affatto scontato, tutt'altro: “Dove lo avete posto?”. “Signore, vieni a vedere!”.
No, oggi non potresti neppure venire a vedere e nemmeno noi riusciremmo a dirti dove lo abbiamo posto, perché la stragrande maggioranza delle persone non ha nemmeno potuto assistere ai funerali dei loro cari.
Adesso, ti chiederemmo un'ultima cortesia: quella di lasciare la tomba chiusa, per noi è come una ferita che con il tempo si rimarginerà.
Ma tanto non ci hai ascoltati prima, quando ti avevamo chiesto di esserci, e nemmeno vuoi ascoltarci ora, perché - ci dici - “se crediamo vedremo la gloria di Dio”.

Se crediamo! Ci costa, ma certo che crediamo, cosa vuoi che facciamo, che smettiamo di credere in te? Non abbiamo mai pregato così tanto come in questi giorni: vuoi che non crediamo? Crediamo, sì, anche se ci costa.
Ora che ci tirerai fuori da quest'ombra della morte - e speriamo davvero che tu lo faccia presto - liberaci e lasciaci davvero andare, come hai fatto con Lazzaro. Lascia andare i nostri fratelli e le nostre sorelle lungo i marciapiedi della città eterna, come facevano quando erano ancora in vita: ci sembrerà di averli ancora un po' con noi. Liberaci e lascia andare anche noi: abbiamo bisogno di tornare a incontrarci, ad abbracciarci, a guardarci negli occhi, ad asciugarci reciprocamente le lacrime, per continuare a sperare e a credere in te, Signore, amante della Vita. Amen.

don Franco Bartolino

Nel nostro cammino verso la Pasqua siamo giunti alla quarta domenica del tempo di Quaresima e oggi, protagonista della liturgia della parola, è la luce.
”Un tempo eravate tenebra” leggiamo nella seconda lettura (Efesini 5,8-14), “ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce; ora, il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità”.
È Lui la luce del mondo, le nostre tenebre saranno illuminate da Cristo, solo Lui può aprire i nostri occhi alla luce.
Nel Vangelo (Gv, 9,1-41) la riflessione parte dalla guarigione di un povero, cieco dalla nascita; il miracolo raccontato, avviene a Gerusalemme, lontano dal tempio e suscita reazioni diverse tra la gente che conosceva il “Cieco nato”.
Il brano del cieco nato ci presenta la condizione degli uomini: chi accoglie la luce, Gesù Cristo e chi, invece, si mette in contrasto con Lui che è la luce del mondo.
La luce di Cristo è un dono gratuito: questo è ciò che ci mostra il vangelo della guarigione del cieco nato. Il cieco nato non chiede nulla, è Gesù che posa il suo sguardo su di lui e lo guarisce.
Questo episodio dà la possibilità ai discepoli di interrogarlo sul legame, per loro stretto, tra il peccato e l’infermità. Ma Gesù subito afferma con chiarezza che “né lui né i suoi genitori hanno peccato; tutti siamo “malati” e bisognosi del “medico celeste” che per primo volge lo sguardo su di noi, per primo prende l’iniziativa: necessaria al miracolo però è la disponibilità e l’apertura all’opera di Gesù.
Alla iniziativa di Dio il cieco deve fare qualcosa, deve obbedire alla parola di Dio, non deve giustificarsi per il fatto che non vedendo non può dirigersi alla piscina. Deve rischiare di camminare ancora nel buio, di inciampare, di cadere, se confida nella parola del Signore che l’ha raggiunto con amore, solo allora può sperimentare la potenza dell’azione divina nella sua esistenza e cominciare a vedere. Perché la luce entri e ci illumini è necessario la nostra parte: ascoltare la Parola di Dio e metterla in pratica. Il cieco, inconsapevolmente, ha compiuto un itinerario dalle tenebre alla luce della fede in Gesù. Crede e riconosce in Colui che gli ha dato la vista, il Signore della sua vita. È questo l’incontro che il Signore chiede ad ognuno di noi: ci chiede un’adesione piena e incondizionata alla sua persona, ci chiede di incontrare la Sua presenza viva e vera e vivere per Lui solo. Se Lui è la nostra luce, noi vedremo nella Sua luce e diventeremo trasparente manifestazione delle sue meraviglie nella nostra vita.
Chiediamo al Signore che la Sua luce ci liberi sempre dalle tenebre del peccato, illumini il nostro cammino verso di Lui senza mai perdere di vista la meta verso la quale è orientata a nostra vita cristiana.
Suor Assunta Cammarota

Con questa prima domenica di quaresima dell’Anno A, siamo invitati a compiere il nostro viaggio verso la maggiore comprensione del nostro battesimo. In queste domeniche, infatti, vivremo l’itinerario dei catecumeni, di coloro che si preparano a ricevere il sacramento del battesimo, della penitenza e dell’eucaristia, da adulti, seguendo queste tappe: con oggi, siamo invitati a prendere coscienza dei nostri limiti e delle tentazioni che albergano nel nostro cuore; nella seconda domenica, la parola ci invita a riflettere sulla nostra condizione futura, quella della vita eterna, facendoci riflettere sulla trasfigurazione del Signore; liberi dalle tentazioni e aperti alla dimensione escatologica, nella terza domenica, con la samaritana, siamo chiamati a riflettere sul dono dell’ “l’acqua viva”: Gesù, estingue la nostra sete con la sua presenza e la sua parola; nella quarta domenica, con il cieco nato, Gesù vince la nostra cecità; nella quinta domenica, con Lazzaro, siamo chiamati a risorgere per vivere un’esistenza rinnovata ad immagine del Figlio di Dio. Un bel cammino, direi, esigente, ma entusiasmante. Soffermiamoci, quindi, sul Vangelo odierno.
Gesù è condotto dallo Spirito nel deserto (v. 1); anche lui è chiamato a considerare le tentazioni possibili, proprie del suo ministero, e ad affrontarle con la Parola per essere un uomo veramente libero da tutto. Vive tre tentazioni che riassumono un po’ anche il nostro mondo interiore; la prima riguarda il pane (vv. 3-4) e riguarda tutto ciò che materialmente ci affascina, tutto ciò che il mondo ci propone, abbagliando gli occhi della vista e del cuore! La seconda (vv. 5-7) è simile alla prima ma non è legata agli oggetti che il mondo ci propone, bensì alla gloria fatua e alla mania di grandezza che ognuno di noi vive e insegue per “essere qualcuno”! La terza (vv 8-10), è legata al problema dell’idolatria che nasce quando non riconosciamo più Dio come l’unico Signore, ma apriamo il cuore a tanti falsi idoli che tante volte ci sovrastano rendendoci schiavi e non liberi figli di Dio!
A tutto questo Gesù risponde sempre con la Parola di Dio, una parola che anche satana conosce, ma che usa a modo proprio. Anche questa è una tentazione per noi: quante volte, infatti, facciamo dire alla Parola ciò che essa non dice solo per giustificare i nostri comportamenti? Ma tutto ciò non è vivere la Parola, bensì strumentalizzarla a proprio piacere! Solo la Parola, invece, può renderci forti dinanzi alle tentazioni che tante volte ci assalgono. Ma oggi si parla ancora di tentazione? Ad uno sguardo all’intorno, a mio avviso, oggi tutto sembra lecito perché “sentito”, presente dentro di noi. Oggi si accoglie tutto come vero, bello, buono, senza soffermarci a riflettere se veramente lo è, se tutto ciò che sto decidendo è un bene per me e per gli altri. Manca il discernimento, la riflessione e ci buttiamo a capofitto in tutte le cose perché tutti fanno così! Preferiamo essere massificati anziché decidere in piena libertà.
La quaresima, allora, che ci chiede “conversione”, è il tempo propizio per ritornare a Dio con tutto il cuore, per abbandonare le pretese del “falso pane” che ci riempie, ma non ci sfama, per allontanarci dalla mera gloria che ci illude di renderci persone importanti, ragguardevoli, mentre in realtà è solo gloria effimera, passeggera, per allontanarci dagli idoli che ci abbagliano, ma non ci indicano la vera Luce.
Non sprechiamo questa possibilità! Apriamo il nostro cuore alla Parola di Dio, ritorniamo a Lui e preghiamo sempre per tutta l’umanità bisognosa di pane, bisognosa di Dio!
Buona quaresima a tutti…

suor Simona

La liturgia della Parola di oggi, settima domenica del tempo ordinario, continua e conclude il discorso della montagna proclamato da Gesù nelle scorse domeniche con un forte invito alla radicalità.

Il vangelo di oggi, Matteo 5, 38-48, ci chiama ad un’impresa umanamente impossibile: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano.

Il rimando che Gesù fa all’Antico testamento ci riporta alla legge del taglione, basata sul principio della rivalsa: la via indicata da Gesù invece non prevede un metodo violento basato sulla vendetta ma esclusivamente sull’amore.

La follia della predicazione di Gesù rivoluziona l’ordine: amare chi ti ama non è opera lodevole, pregare per chi ti è nemico, augurargli la conversione, non la morte, significa imitare il Padre e il Figlio, che sulla croce perdona i suoi assassini.

È umano trovare antipatico chi ci ostacola, difendere le proprie cose, il proprio territorio, la propria famiglia, ma è evangelico scegliere di passare sopra alle antipatie per trovare ciò che unisce, scegliere il dialogo, il confronto, la conoscenza reciproca.

È dell’uomo che ogni tanto la parte negativa presente  in noi emerga, ma è evangelico lasciare che la parte luminosa sconfigga la parte peggiore di noi.
Se essere cristiani non cambia le nostre scelte, se non cambia la nostra vita, le nostre reazioni, significa che il Vangelo non ha davvero cambiato il nostro cuore.
Gesù è chiaro e diretto, chiede tanto perché dona tanto;
vuole che i suoi discepoli siano uomini e donne capaci di dire chi è veramente Dio e dire come può essere davvero l’uomo.

Siate perfetti come il Padre vostro celeste è perfetto; la perfezione dell’amore sta nel perdono, nel dono che in Dio giunge a dare ciò che più ama: il suo figlio Gesù.

suor Assunta Cammarota