Nel Vangelo di oggi (Mt 21,28-32), ventiseiesima domenica del tempo ordinario, Gesù ci racconta una parabola che parla di due figli che di fronte alla volontà del Padre rispondono in modo differente.
Il primo esprime rispetto e apparentemente ascolta le parole del padre, ma non ha intenzione di attuarle. Il secondo sembra essere più sincero; comunica al padre di non condividere la sua volontà, ma pentitosi (v.30) della risposta, obbedisce.
Due diversi modi di reagire, due diverse risposte: un sì detto con il cuore eun sì detto solo a parole. In questi due figli possiamo esserci tutti noi con tutte le nostre risposte alla vita e a Dio.
Ci sono i tanti sì detti con superficialità, per fare “bella figura” e poi sconfessati dalla realtà. e poi ci sono quei sì, detti con il cuore, detti forse con sofferenza, detti pensandoci un po’ ma che poi ci hanno dato vita.
La decisione di fare la volontà del padre, viene presa dal secondo figlio con un pentimento che Gesù sottolinea chiedendo poi ai presenti secondo loro chi dei due ha fatto realmente la volontà del Padre?
In questo brano sembra che la parola chiave possa essere pentimento, un pentimento che deve nascere nel cuore e che porta alla fede. Gesù ci invita a non coltivare la presunzione di ritenerci giusti, né tantomeno di avere una dipendenza ossessiva alla legge che può portarci a ritenersi migliori degli altri, ma avere la consapevolezza di essere peccatori ci mette sulla via della conversione.
L’unico che ci può rendere giusti e santi è solo Dio.
Chiediamo al Signore Gesù, l’unico che è veramente Figlio, di insegnarci a compiere con amore la volontà del Padre, di saper aderire incondizionatamente ai suoi inviti senza opporre i nostri calcoli e senza ritornare sui nostri passi. Chiediamogli il dono della conversione per ritrovare il senso del nostro andare e camminare sulle vie che Lui ha preparato per noi.
Il Vangelo di questa domenica, presenta una parabola sul tema della giustizia di Dio, sottintendendo che dovrebbe essere il modello anche per noi. Ne è illuminante premessa la prima lettura di Isaia, in cui parlando a nome del Signore il profeta dichiara: "I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie".
È la parabola degli operai chiamati a lavorare nella vigna. Con i primi, ingaggiati all'alba, il padrone concorda la paga di un denaro per il lavoro della giornata; ne chiama poi altri nelle ore successive, sino alle cinque del pomeriggio, impegnandosi a dare loro il giusto compenso. Finita la giornata, dà ordine al fattore di dare a tutti la paga, cominciando dagli ultimi. Tutti ricevono un denaro, e i primi si lamentano: "Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo!"
Il padrone allora spiega a uno di loro: "Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Se voglio dare altrettanto agli altri, non posso disporre del mio come voglio? Sei forse invidioso perché io sono buono?” Nel padrone della parabola è facile riconoscere Dio, e negli operai ognuno di noi, chiamati a "lavorare" per lui, a vivere in sintonia con lui.
A quanti, allora come oggi che trovano ingiusto tale comportamento, con la parabola Gesù vuole far comprendere che quella della giustizia non è la regola più alta della vita. Il padrone della vigna non viola la giustizia: dà ai primi quanto pattuito; ma la supera, con l’amore.
La Liturgia odierna mette in luce un aspetto fondamentale della carità cristiana: il perdono. Gesù, conoscendo quanto sia difficile alla natura umana metterlo in pratica, propone l'esempio di Dio Padre, che perdona sempre e con generosità il peccatore che si pente.
Gli ebrei dell'Antico Testamento già conoscevano il dovere del perdono. Nella prima lettura è riportato uno dei testi più significativi in cui viene indicata al popolo la necessità di perdonare i propri fratelli come condizione per poter ricevere il perdono di Dio: «Perdona l'offesa al tuo prossimo e allora per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati. Se qualcuno conserva la collera verso un altro uomo, come oserà chiedere la guarigione al Signore?» (Sir 28,2-3).
Ciò che non era chiaro ai Giudei era la misura del perdono: quante volte bisognava perdonare al prossimo? Su questa base possiamo comprendere la domanda di Pietro a Gesù. L'Apostolo propone di perdonare un numero di volte che gli sembra enorme: fino a sette volte. La risposta di Gesù, invece, va oltre ogni limite e misura: bisogna perdonare «settanta volte sette» (Mt 18,22), ossia sempre.
Per rendere più comprensibile il suo insegnamento, Gesù lo illustra con la parabola dei due debitori. Un servo era debitore verso il suo padrone di una somma ingente. Non avendo come pagare il debito, supplica il padrone di aver pazienza, di dargli tempo, pur sapendo che la vita intera non sarebbe bastata per risarcirlo. Il padrone, mosso a compassione, non si limita a concedere una proroga al pagamento, ma glielo condona totalmente. La lezione è chiara: se Dio non interviene a perdonarci, da soli non riusciremo mai a pagare i nostri debiti e a conquistare la salvezza eterna.
La parabola racconta, inoltre, che all'uscita il servo trova un collega che gli doveva dare solo una piccola somma. Dimenticando la grazia ricevuta dal padrone, lo afferra per la gola e gli dice: «Paga quel che devi!».
E, nonostante questi lo supplicasse di avere pazienza, «non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere,fino a che non avesse pagato il debito» (ivi, 30). L'incredibile durezza di cuore del servo che, per un’esigua somma di denaro, fa gettare in prigione un suo collega, fa intuire una verità profonda: l'uomo non sa perdonare i piccoli torti ricevuti dal suo simile e dimentica facilmente i grandi debiti che Dio gli ha condonato.
La lezione fondamentale della parabola la troviamo nelle parole proferite dal padrone al servo malvagio: «Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?».
La motivazione profonda per cui dobbiamo perdonare il prossimo è che Dio ha perdonato a noi, tenendo presente che il suo perdono non conosce condizioni, non si ferma davanti a nessun peccato e non esclude nessun peccatore. Anche il nostro perdono deve estendersi a tutti, perfino ai nemici e a coloro che ci odiano. Dobbiamo perdonare, imitando Gesù che, mentre sulla croce soffre il martirio dell'umana ingratitudine, si rivolge al Padre e lo supplica di concedere il perdono ai suoi crocifissori, perché non sanno quello che fanno.
Il senso della parabola è che Dio perdona gratuitamente il peccato a chi glielo chiede, dimostrando una benevolenza assolutamente disinteressata. L’uomo deve imparare a perdonare i propri fratelli perché per primo ha fruito del perdono di Dio.
Non c’è relazione umana, per piccola che sia, che non possa trovare un miglioramento attraverso la riconciliazione e il perdono. La spirale della violenza invoca l’amore cristiano.
Il sottofondo di comprensione della parabola è la fede, la coscienza dell’alleanza con Dio e ci viene rivelata proprio nel perdono del peccato, nella capacità di vivere in comunione con Lui.
Trasformaci, Signore, in canali sempre aperti, che ricevono e donano; rendici come fontane, capaci di lasciar prendere a coloro che chiedono. Che l’amore ricevuto ci renda capaci di amare. Che la misericordia ricevuta ci renda capaci di misericordia. Che la salvezza ricevuta ci renda uomini e donne capaci di far gustare il perdono. Amen.
In pieno tempo di pandemia, la liturgia di questa domenica chiama tutti noi alla responsabilità di fronte alla vita personale e fraterna. Prendere coscienza che veramente tutto è collegato è compito di tutta una esistenza, a livello personale, comunitario e mondiale. Infatti il Signore, Dio della Storia, non ha fatto mai mancare al suo popolo, alla Chiesa e al mondo la sua voce, richiamando ogni essere umano al principio della comunione con Lui, da cui dipende anche la comunione con gli altri.
Di fronte al dono incommensurabile della vita propria e altrui, il profeta Ezechiele è la voce che non solo richiama alla corresponsabilità della correzione fraterna, ma indica anche il grande valore che questa ha in rapporto alla vita e alla vita futura nella sua dimensione escatologica: “... Se tu avrai ammonito l’empio della sua condotta, perchè si converta ed egli non si converte, egli morirà per la sua iniquità, tu invece sarai salvo” (Ez 33,9).
L’apostolo Paolo ci aiuta a ritrovare il posto che ognuno di noi occupa nella Storia dell’intera Umanità. Siamo tutti debitori dell’amore, perchè riguardo all’amore nessuno può sentirsi in grado di dire: “già ho amato sufficientemente, adesso basta!”... Se guardiamo intorno a noi, e con sincerità guardiamo dentro di noi, capiamo subito quanto veramente siamo debitori “perchè l’amore non fa nessun male al prossimo” (Rm 13,10).
E allora, ecco l’antidoto contro l’indifferenza - che è la malattia odierna- rispetto al quale il Coronavirus è una spada a doppio taglio. Da un lato ci obbliga a stare attenti alla vita altrui, dall’altro può anche generare quell’atteggiamento di “riguardarsi da tutti per non farsi del male”, chiudendosi ancora di più nell’individualismo. Come vivere allora da buon cristiani la grande prova che stiamo attraversando, per uscirne migliori e non peggiori?
Il Signore Gesù ci indica ancora una volta il cammino dell’uscita: “prendersi cura dell’altro” nel bene e nel male. L’altro è parte di me, siamo membri di un unico Corpo che è Chiesa: se è malato soffre e fa soffrire; il bene di uno è bene di tutti; il male di uno è male per tutti. Ecco il senso della corresponsabilità fraterna. E Gesù ci dona anche un cammino pedagogico da fare nel rispetto, nella discrezione e nella libertà.
Se esiste l’amore, è l’amore del singolo che lo fa andare verso il fratello per non perderlo; se esiste l’amore vicendevole, è l’amore fraterno che spinge ad incontrare il fratello in errore per non perderlo; se esiste l’amore comunitario e ecclesiale è tutta la comunità che corre a salvarlo, lasciandogli comunque piena libertà. Se questo fratello nell’errore non vuole convertirsi o ritornare, il Signore dona ancora due ali all’amore: considerarlo un pubblicano, come Matteo, che ha trovato in Gesù lo sguardo della misericordia; affidarlo alla preghiera incessante della Comunità perché “...se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà. Perchè dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18, 19-20).
Ecco la speranza che riempie di gioia la nostra vita e le nostre comunità. Non lasciamo che nulla ci tolga questa speranza e non permettiamo di lasciarci vincere dal male o dallo scoraggiamento, anche le chiusure dei fratelli possono diventare porte spalancate, se le affidiamo a Dio con amore.
Nel Vangelo di questa domenica di fine agosto, e si spera di fine afa, - mentre ancora l’indice dei contagi Covid mantiene sospesa e in apprensione la nostra quotidianità – Gesù “spiega” ai suoi il senso della sua missione. E’ un discorso impegnativo per loro, e per noi, che sconvolge i piani e i progetti umani.
Gesù non vuole suicidarsi, nè cerca la sofferenza a tutti i costi. Vuole dire ai suoi che non intende "rinnegare" davanti agli scribi, ai capi dei sacerdoti la sua identità e missione. Aveva percorso le strade della Palestina insegnando, annunciando il Regno di Dio come possibilità di vita abbondante, come bene prezioso nelle mani di tutti; aveva fatto conoscere il volto di Dio Padre misericordioso, di un Dio che non condanna, che non fa la conta delle nostre colpe e poi chiede il conto… Aveva fatto miracoli, raccontato parabole bellissime, fatto incontri decisivi. Aveva messo in discussione la religiosità ipocrita, falsa e autoreferenziale dei farisei con parole dure. Era consapevole che questa franchezza, questa fedeltà alla sua passione di salvare il mondo, sarebbe diventata anche la sua croce.
Era il rischio grande per Gesù che egli sceglie e accoglie, “decisamente si dirige verso Gerusalemme” (lc 9, 51)…E’ il rischio grande, quello di perdere la vita, quando si vive, si lavora per un sogno, con il desiderio nel cuore. Ciò che si ama richiede tempo, presenza, energie, sofferenza... Ma diventa anche la misura del nostro essere umani: “quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita?”. E’ vero, “non avere nessuno per cui valga la pena perdere la vita, è già morire”. (p. E. Ronchi)
Il Vangelo percorre una strada umanissima, ricordando ad ogni uomo questa verità del cuore umano. Una verità che ci attrae e ci sconvolge allo stesso tempo. Perchè quel “rinnegare se stessi”, quel non essere al centro, quel non essere il principio e la fine, ci spiazza. Quel prendere “la propria croce” fa paura a Pietro, ma anche a noi, e come lui ci ribelliamo. Vogliamo insegnare al Maestro a fare il Messia, insegnargli come deve salvare il mondo, magari senza farsi, e farci, troppo male. Le parole di Pietro sono giudicate demoniache da Gesù, poichè nascondono un’idea di Messia supereroe, imbattibile, immortale, con i super poteri che Gesù ha sempre rifiutato… Pietro va in una direzione opposta a quella di Gesù, alla sua missione, al suo stile eucaristico. La salvezza passa per il dono della vita, per l’offerta del proprio amore e Gesù nel Vangelo lancia questo invito a tutti “Se qualcuno vuol venire dietro a me…”. ...Se vuoi, infatti. Non impone la verità, ma ci offre una possibilità. La possibilità di vivere la vita come la tua, in pienezza, con passione, “fino alla fine” (Gv 13, 1-2).