Il brano evangelico di questa domenica ci riporta la discussione dei sadducei con Gesù sulla fede nella risurrezione. Essi gli pongono una domanda insidiosa attraverso la storia di una donna che era stata moglie di sette fratelli, deceduti uno dopo l’altro. Gesù risponde con autorevolezza, interpretando diversamente l’idea della risurrezione: Egli rivela che questo mondo passa e che nella novità del Regno dei cieli non conterà più la necessità inscritta nella vita biologica di uomini e donne.

Il mondo che viene è una realtà altra da quella che conosciamo, vi entreranno quanti saranno ritenuti degni, “i benedetti del Padre” (Mt 25,34).

Noi cristiani siamo i testimoni della risurrezione; dicendo che il nostro Dio è il Dio dei vivi e non dei morti, facciamo un’affermazione che non riguarda solo l’aldilà, ma anche il presente.  Dio dei vivi, di chi già oggi è veramente impegnato nella vita per migliorare la storia dell’umanità. Vita che non può finire perché è la stessa vita di Dio, che continua al di là della morte fisica.  E’ la sicurezza cristiana della nostra vita, dalla cui certezza scaturisce la gioia e la pace.

L’insidia tesa a Gesù dai suoi oppositori gli offre l’occasione per approfondire e dilatare la meraviglia del suo Vangelo per noi e per tutta l’umanità. La perla che scaturisce dalla Parola di oggi è          la vocazione di tutta la storia e di ogni realtà umana ad essere segno. Segno di Lui, che raccoglie e porta a compimento la profezia di Israele ed entra in ogni spazio della creazione e della storia per farne “segno”    di Sé. Anche le pieghe e i drammi più dolorosi possono diventare orizzonte del suo mistero di amore e novità di vita.

Oggi Gesù considera e illumina la realtà profonda dell’amore che unisce l’uomo e la donna, realtà che fin dal principio è chiamata ad essere segno privilegiato del mistero dell’Amore e del mistero stesso di Dio.

Egli rivela che la norma riguardo alla discendenza, disposta dalla legge mosaica, era transitoria nell’attesa della sua venuta e della pienezza di grazia che avrebbe portato. Perciò “quelli che sono giudicati degni della vita futura e della e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito…”.

Gesù ci lascia intravedere una realtà completamente diversa da quella che viviamo in questo mondo. Dopo la nostra morte, se giudicati degni della risurrezione, diventeremo figli di Dio, vivi nello spirito ed in intima comunione tra noi nell’unico amore che tutti attrae ed unisce.

Possiamo quindi dedurre che, pur non annullando quegli affetti e vincoli umani che ci hanno legato quaggiù, in cielo vivremo la pienezza dell’amore, che non ammette differenze e gradi. Per noi cristiani l’argomento definitivo, fondamentale per la nostra fede, è legato alla risurrezione di Cristo.

Il Dio in cui crediamo è un Dio che non vuol essere considerato come Dio dei morti, ma come il Dio dei viventi, perché la sua Parola, la sua presenza, il rapporto di alleanza che egli instaura con noi, ci strappa alla morte e ci lancia in un’avventura protesa verso l’eternità.

                                                                                                                                            sr Annafranca Romano

Spesso pensiamo che tutto il bello e il buono che vediamo rimarrà per sempre. Poi basta un evento drammatico per fare l’esperienza del transitorio, del “non per sempre”. Gesù, nel vangelo di oggi, ci porta in un futuro apparentemente disastroso, dove tutto ciò che esiste sarà cancellato. Il Signore Gesù, non vuole creare ansie e paure, semplicemente ci avverte, per dirla insieme con santa Teresa d’Avila, che “tutto passa, solo Dio resta”.

E allora quando accadranno queste cose? È questa la domanda che ci inquieta maggiormente. Non chiediamo dove, non chiediamo come o perché: il nostro problema più grande è il futuro, o meglio ancora, siamo sempre presi da un passato che non c’è più o da un futuro che non c’è ancora e che ci interroga e ci spaventa.

Badate di non lasciarvi ingannare! Gesù parla al presente: la Parola di Dio non parla ieri, o domani, ma oggi. È oggi che tu sei chiamato a vivere, a dare risposte coerenti con i valori che professi. Oggi è il tempo di Dio, eterno presente. E Gesù ci invita alla diffidenza di chi si improvvisa Dio, di chi ha fretta e improvvisa scenari da apocalisse. Vivi il tuo oggi e sii presente nel tuo presente. Vivilo fino in fondo, e quando vorresti scappare, ricorda le parole del Maestro: “Non andate dietro a loro.” Non farti prendere in giro!

Metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno. Effettivamente la prospettiva futura alla quale Gesù allude non è rosea, ma il Signore, in tutti questi sconvolgimenti, trova due aspetti positivi:

– a causa del mio nome. Vi succederà tutto questo perché il mio nome è presente nelle vostre vite, è il senso dei vostri giorni, è la presenza che consola, è il nome che asciuga le lacrime e che incoraggia a rialzarsi. La causa è una Persona, che da duemila anni continua a essere scintilla di un grande incendio,

– avrete occasione di dare testimonianza. Secondo aspetto positivo. Se il nome di Gesù è la causa di tante difficoltà, rendere testimonianza è la conseguenza di quanto detto sopra. Se Dio è il senso di tutta la mia vita, ogni situazione della vita, bella o brutta che sia, è l’occasione giusta per rendere testimonianza, per vivere la mia relazione con il Signore, per cogliere dalle sue mani ogni situazione e in ognuna di esse vivere l’amore e la donazione, concretamente, nelle mie giornate.

Questa perseveranza non è semplice resistenza o pazienza ma ispira un atteggiamento di fiducia e affidamento. Questo rimanere salverà la mia vita. Non la paura del domani, non la nostalgia di ieri ma il rimanere nonostante tutto e tutti. Nessun sconvolgimento naturale, sociale o politico potrà privarmi di quel Nome, e rimanendo sotto la sua croce, vivrò la salvezza nel presente di oggi, carico dell’esperienza di ieri e in cammino verso il futuro.

don Franco Bartolino

In questa 26^ domenica del t.o. il Vangelo ci pone davanti ad una parabola che misura la temperatura della nostra fede.

Con Gesù non possiamo illuderci, né barare, la sua parola sconfessa ogni nostro tentativo di crederci giusti, pii, devoti Invano vi alzate presto al mattino, andate a riposare tardi la sera…il Signore ne darà ai suoi amici (Salmo 127)…Non sono i riti, le liturgie, le abluzioni a renderci Suoi amici. Non è il nostro fare le cose di Dio che ci rende uomini e donne credenti, ma semmai fare le cose come Dio, con il suo stile.

Ed ecco che Gesù racconta, ai farisei appunto, la parabola del “ricco epulone”. Uomo senza nome, senza volto, di lui sappiamo solo del suo apparire “indossava vestiti di porpora e di lino finissimo” e si dava “a lauti banchetti”. E sappiamo anche di quanto fosse incurante del povero Lazzaro che stava alla sua porta, piagato e affamato. Ogni giorno si consumava davanti a quella casa un’ingiustizia che scavava un “grande abisso” di indifferenza, di noncuranza, di solitudine… La stessa ingiustizia che si consuma davanti ai nostri occhi, fatta di degrado umano, etico e ambientale (Laudato si’ 56).

La Parabola di Gesù è un invito pressante a ripartire dal nostro cuore – è qui che nascono le cattiverie, le chiusure, le invidie, la grettezza – e a prenderci cura di esso. Un cuore che ascolta è un cuore umile che sa raccogliere i messaggi di Dio, il grido del povero e della madre Terra. E’ un cuore ecologico.

Oggi, giornata mondiale del migrante e del rifugiato, e alla vigilia del Sinodo per l’Amazzonia  la parabola suona come un monito a intraprendere quel cammino di “conversione ecologica” (papa Francesco) che ci fa superare “la cultura dello scarto” e dello spreco e approdare all’incontro solidale e fraterno. Allora ci può essere ancora futuro per la comunità umana e per la nostra Casa comune.

viola mancuso, pme

Dopo l’ascolto nella scorsa domenica delle parabole sulla misericordia, inizia oggi, XXV domenica del tempo ordinario, la lettura del capitolo 16 del Vangelo di Luca che è tutto incentrato sull’uso cristiano della ricchezza.

 La parabola di oggi, dell’amministratore disonesto, ci fa nascere spontanea la domanda sulla giustezza o meno della disonestà di quest’uomo.

Ma leggendo con attenzione ci rendiamo conto che Gesù non ne loda la disonestà, ma l’astuzia.

Gesù prende ad esempio quest’uomo per farci cogliere la sua furbizia; questi, avvertendo la gravità della sua situazione, anziché piangersi addosso o fuggire dalla realtà, la accetta e, facendo i conti con i propri limiti, cerca subito una soluzione, prendendo delle decisioni che gli possono assicurare il futuro.

Ha usato la ricchezza che il padrone gli ha affidata per farsi degli amici.

Il padrone, che è certamente Dio, non loda affatto l’inganno, ma l’astuzia in cui “i figli di questo mondo” sono più abili dei cristiani.

L’insegnamento di Gesù è molto chiaro: i beni sono un ostacolo insuperabile per il Regno; i ricchi, che non investono i loro beni per il Bene, non entreranno nel Regno dei cieli.

Il denaro, la ricchezza, ritenuto così pericoloso, può essere però convertito. Può diventare un tesoro per il Regno se è investito per la carità verso i fratelli.

Nella liturgia di oggi il Signore ci invita ad un discernimento di ciò che è essenziale veramente per la nostra vita in modo da separarci da ciò che ci allontana da Lui; tutto ciò che abbiamo viene da Lui ed è dono Suo.

Chiediamo al Signore di insegnarci a custodire i beni che ci ha affidato e a non sperperarli; la fedeltà a Lui e al Suo amore ci faccia custodi creativi, attenti e premurosi che sappiano mettere al centro delle proprie scelte l’altro e non noi stessi.

sr Maria Assunta Cammarota

Tutti perdono qualcosa in questi tre racconti parabolici, e tutti i personaggi descritti sono dei veri perdenti.

Un pastore perde una pecora, una donna perde una moneta, un padre perde il figlio minore e perde anche l’altro maggiore dal quale è trattato come padrone e non come padre, il figlio minore perde i suoi averi perdendo così anche la sua dignità.

Ho pensato quanto l’esperienza del perdere sia profondamente umana e tocchi prima o poi tutti in un modo o l’altro. Possiamo perdere un oggetto a cui teniamo, possiamo perdere dei beni necessari, possiamo perdere anche la salute, il posto di lavoro, una relazione importante. Arriviamo spesso anche a perdere la fiducia in noi stessi e alla fine anche la fede in Dio. Ci sono perdite piccole e perdite grandi, perdite sopportabili e altre che ci segnano profondamente e ci sembrano insuperabili.

Ma l’esperienza di ritrovare qualcosa che si era perduto è una delle più forti e belle della vita. Non vorremmo mai perdere qualcosa o qualcuno, ma nel momento in cui lo ritroviamo la vita si illumina e diventa più bella.

È proprio questo quello che racconta il brano del Vangelo, che inizia con la descrizione di quello che Gesù faceva abitualmente e che dava sempre più fastidio ai suoi nemici, cioè l’incontro con coloro che erano considerati perduti davanti a Dio. Gesù va dai lontani e dagli allontanati, dai peccatori che nella mentalità dell’epoca erano considerati persi davanti a Dio. Gesù li va a cercare, sta con loro, li circonda con quel calore umano e divino che vuole comunicare loro che sono stati cercati e ritrovati da Dio stesso che li aveva persi. Tutto questo i farisei e gli scribi che si considerano fedelissimi di Dio, non lo capiscono. Non possono capire perché vedono i pubblicani e peccatori come un qualcosa che non appartiene a loro e alla loro comunità, quindi non sono una cosa perduta da andare a cercare.

Per Gesù invece è proprio l’opposto, lui vede negli uomini peccatori, nei poveri, nei piccoli, nei malati, qualcosa di suo che vuole ritrovare e gioire nel profondo per l’esperienza del ritrovamento.

Nell’ultima parabola, la scelta del figlio maggiore  che tratta il padre come padrone e suo fratello come un nemico estraneo, rimane in sospeso e interroga anche noi come persone credenti. Che scelta allora farà il figlio maggiore? Si riconoscerà anche lui perdente e vorrà sperimentare la gioia di ritrovare il padre e il fratello minore? Gesù non lo racconta e lascia volutamente la parabola in sospeso. Il Vangelo ci racconta che alla fine i farisei e gli scribi hanno fatto la scelta di perdere anche il Messia e i suoi insegnamenti mettendolo in croce, mentre noi siamo chiamati a fare una storia diversa e a scegliere invece la strada difficile ma molto più gioiosa di ritrovare coloro che erano perduti.

Dio nel Vangelo appare dunque come un perdente, cioè come uno che ha perso e vuole ritrovare. Dio non smette mai di cercare gli uomini e anche me, e non sarà mai stanco finché ogni uomo avrà ritrovato la strada del ritorno a Lui e al suo abbraccio paterno.

don Franco bartolino