Nel testo evangelico di questa quinta domenica di Pasqua, Gesù prepara i discepoli alla sua prossima assenza. Siamo all’interno di un vero e proprio “discorso d’addio”, paragonabile a quello di Giacobbe che prima di morire benedice i figli o a quello di Mosè che si congeda da Israele e lascia le consegne a Giosuè. Dopo la grande scena della lavanda dei piedi e la predizione del tradimento di uno dei dodici, Gesù annuncia il suo ritorno al Padre: da Lui è venuto e la comunione con Lui è il suo ritorno.
“Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me”. Fidatevi di ciò che non comprendete fino in fondo, di ciò che avete davanti ai vostri occhi, della realtà che vi sta davanti. Occorre una doppia dose di fiducia nel mistero della vita e in ciò che vediamo e che molto spesso si mostra contraddittorio, non risolutivo, a volte troppo umano. “Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?».
«Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”. Gesù rispondendo all’interrogativo infuocato di Tommaso indica la strada più giusta da percorrere: raggiungere la casa del Padre non nel distacco dalla realtà, ma attraverso di essa.
La fiducia, di cui parla Gesù, ha la sua origine nell’adempimento delle promesse di Dio, che ci assicura un posto nella gioia senza fine. Nei momenti e nelle vicende in cui essa rischia di attenuarsi, Dio irrompe con la sua Presenza liberante e si prende cura delle nostre ferite e delle nostre insicurezze, diventando per noi garanzia di pace, di giustizia, di novità.
Bisognerà imparare, giorno dopo giorno, il coraggio di distogliere lo sguardo dalle cose caduche per tenerlo fisso su Gesù, che ci rivela il volto misericordioso del Padre. E’ lì la sorgente della fiducia, la risorsa interiore per vincere ogni difficile prova. Vedere Dio è il più grande desiderio dell’uomo. La richiesta rivolta da Filippo a Gesù, altro non è che l’esplicitazione della domanda profonda, presente in ogni cuore.
«Mostraci il Padre»: una volta fatto questo, “ci basta”; come a dire, che cos’altro dobbiamo attenderci dalla vita? La novità di Gesù, la risposta inaspettata data a Filippo, che distingue la nostra fede da quella di Abramo, sta nelle parole: «Chi vede me vede il Padre”.
Il cristianesimo non è una via ascetica, un prendere le distanze dal reale, da ciò che esiste davanti a noi, ma un cammino che ci chiede di passare seriamente, appassionatamente, totalmente tra le cose che abbiamo davanti, nella certezza che prendendo sul serio la realtà, prenderemo sul serio Dio.
Chi vive cercando di non scappare dalle proprie responsabilità, insicurezze, difficoltà, ma le affronta con impegno e buona volontà, sperimenta la Verità e la Vita e percorre una Via di senso che lo conduce verso una meta stupenda e radiosa.
Seguire Gesù non significa fuggire dal mondo, rinchiudersi in se stessi o semplicemente sopportare la vita. Significa, invece, entrare nel mondo, immergersi nella realtà che ci circonda e fare una sola cosa: ”amare” e chi ama lascia sempre un segno indelebile intorno a sé. Questo è il motivo per cui si fraintende la vita contemplativa. Pochi riescono a comprendere che la distanza apparente da ciò che li circonda, non è una via di fuga, ma un’immersione ancora più profonda nel cuore della realtà.
Non basta desiderare di arrivare ad una meta, bisogna trovare il coraggio di percorrere la strada per raggiungerla, altrimenti il viaggio non è altro che un sogno. E non saranno certo i sogni a renderci felici, ma i tentativi di realizzarli e la passione con cui affrontiamo gli imprevisti, ponendo la nostra fiducia nel Dio della vita, della misericordia e della pace.
Questa quarta domenica della Pasqua ci presenta alcune azioni molto interessanti per la nostra riflessione: “entrare” per la porta; “ascoltare-conoscere” la voce; “chiamare” una per una, per nome; “camminare” innanzi; “seguire” indietro. Sono tutti accenti vocazionali, che rivelano una certa familiarità, un’intimità tra Colui che chiama, il Buon Pastore, e colei che è chiamata, la pecora-persona, io e te.
“Chi entra per la porta, è il pastore delle pecore” (10,2). Infatti, entrare per la porta è possibile soltanto a chi è familiare, oppure al padrone che uscendo per un pò lascia il guardiano a custordire la Sua casa. Anche qui, una rivelazione di amicizia e familiarità in cui si rispecchia profonda fiducia e profonda responsabilità tra il padrone di casa e il guardiano.
“Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore una per una e le conduce fuori” (10,6). Bello pensare a questo rapporto di mutua conoscenza. L’amore vero si basa e cresce nella conoscenza, per cui quanto più si conscosce, più si ama e questo movimento di amore crea un circolo infinito di dato e ricevuto che permette non solo la crescita dell’amore tra amante e amato, ma anche la crescita di tutta la persona e questo se evidenzia per l’aspetto della libertà. Solo chi è libero può entrare e uscire, conoscere quello che sta fuori, trovare fuori il ‘verde pascolo’ per poi rientrare nella quiete del ‘recinto’.
È l’immagine della Chiesa, piccolo gregge del Buon Pastore: Gesù. È l’immagine dei guardiani: il papa, i vescovi, i sacerdoti, responsabili per cusodire il gregge e prepararlo ogni giorno, rendendolo capace di ascoltare la voce di Gesù che ama e salva. È l’immagine del cristiano maturo, che sa di appartenere ad un unico gregge, dove è bello stare insieme mantenendo ognuno la propria individualità. Non isolati, bensì in comunione di amore e di conoscenza, di attenzione ed obbedienza all’unica voce che sostiene ogni chiamata, garantendo la libertà di risposta.
“E quando ha condotto fuori tutte le sue pecore, cammina innanzi a loro e le pecore lo seguono, perchè conoscono la sua voce” (10,4). Siamo in tempi difficili, occasione adatta per coloro che si vestono di pastori, ma che non possono entrare per la porta e entrano da altre parti per ‘rubare’... per garantire i propri interessi, non il bene delle pecore. Dobbiamo essere familiari a Gesù per non lasciarci ingannare... E anche se questo tempo ha messo alla prova la nostra fede -attraverso le porte chiuse delle nostre chiese- d’altra parte ci ha svegliato dal nostro quieto vivere, magari abituati a cercare le cose “sante” per abitudini, e ci ha aperto le orecchie del nostro cuore per accogliere le diverse vie attraverso le quale il Signore ha continuato a guardarci, a chiamarci per nome, a sostenerci, a mantenerci “più familiare” con Lui e con i nostri.
“Io sono venuto per che abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (10,10). Noi sappiamo che Gesù è ‘la Vita”. Noi sappiamo che il Signore non riserva nulla per sè, al contrario, il Suo Amore non conosce misure, dona sempre, con misura sempre crescente, fino all’abbondanza. Siamo noi che resistiamo a seguirlo, perché sappiamo che se è vero che siamo pecore, è pure vero che siamo gregge, e un cristiano vero non sarà mai in pace se sa che l’altro fratello è lontano dal gregge, perduto, senza i verdi pascoli e l’acqua che zampilla di eternità. Un cristiano vero sa che è importante trovarsi insieme nel recinto per “ascoltare insieme” il Buon Pastore, per dopo uscire fuori, ognuno alla propria responsabilità.
Ecco in questa Domenica, in un momento storico per tutto il mondo così speciale, la Parola del Vangelo bussa alla nostra porta, richiama la nostra conoscenza e coscienza, fa appello alla nostra libertà per scegliere ancora una volta Chi di fatto vogliamo seguire. Fra qualche tempo si riapriranno le porte delle nostre chiese…Perchè possiamo andare veramente alla ricerca del Buon Pastore, che non offre un cibo qualsiasi. Gesù ci offre Se stesso come vero cibo, come vera bevanda, come abbiamo potuto ascoltare e seguire nella liturgia in quest’ultima settimana al capitolo sesto di Giovanni. Egli è il pane di vita e vita in abbondanza; solo Gesù si dà ugualmente a tutti nella misura di ognuno senza mancare a nessuno. Solo Gesù ci conosce fino in fondo e, per questo, solo Lui è garante della nostra libertà… Solo Lui è la Porta che ci conduce alla Vita e Vita in abbondanza.
Il vangelo di questa domenica (Lc 24,13-35), terza di Pasqua dell’anno A, ci presenta l’episodio dell’apparizione del Risorto ai discepoli di Emmaus.
Un viandante solitario che si affianca a due uomini che, scoraggiati e delusi, stanno facendo ritorno a casa condividendo tra loro le ragioni della propria delusione. Avevano creduto e sperato che Gesù fosse il Messia atteso, avevano posto in lui ogni loro speranza e invece egli era stato crocifisso ed era morto e il suo corpo era addirittura scomparso nella tomba.
I discepoli avevano sognato la loro salvezza e avevano visto in Gesù il loro Salvatore e invece ai loro occhi tutto era finito. Esperienza che capita spesso anche a noi, soprattutto in questo tempo particolare che stiamo vivendo, ogni qual volta siamo incapaci di riconoscere la presenza del Signore nella nostra vita, ogni qual volta lo sentiamo assente, lontano.
Ma questa delusione non nasce, ovviamente, dall’assenza reale di Dio, ma dell’immagine che noi stessi ci siamo costruiti di Dio. Antidoto per sconfiggere questa delusione è l’ascolto della Parola di Dio. Il divino viandante prima spiega loro le scritture in modo da scaldare i loro cuori , e cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui , e poi celebra l’Eucarestia. È a quel punto che i loro occhi si aprono e lo riconoscono. E anche quando il Maestro scompare dalla loro vista non sono più inquieti, perchè lo hanno realmente incontrato e sono pronti per tornare indietro e testimoniare a tutti il loro incontro con il Risorto.
Chiediamo al Signore occhi capaci di saperlo riconoscere nei segni del Suo amore che quotidianamente ci dona, nei segni della sua Parola e dell’Eucarestia per poter essere anche noi testimoni gioiosi del suo amore.
Il momento che stiamo vivendo in questo tempo di pandemia, ci rende più che mai familiari con il gruppo degli apostoli rinchiusi nella sala: anche loro sono costretti a dire: “io resto a casa!”.
Quel primo giorno di Pasqua ciascuno di loro era chiuso nel suo mondo, nei suoi dubbi, nelle sue speranze, nella sua tristezza, tutti schiavi della paura come noi in questi giorni. Solo Tommaso era fuori: “non era con loro quella mattina di Pasqua” come ci racconta Giovanni nel suo Vangelo. Certamente oggi, la Pubblica Sicurezza l’avrebbe fortemente multato! Tommaso aveva invece preferito rinchiudersi ancora di più in un'esperienza di fede individuale e solitaria.
La prima apostola, Maria Maddalena, era appena tornata per la seconda volta dal gruppo rinchiuso nella casa. Questa volta però aveva annunciato loro, di aver visto il Signore Gesù e che l'aveva chiamata per nome. Quale risposta ricevette dal gruppo? Un silenzio pesante! Il cuore era indurito, chiuso, come erano chiuse le porte del luogo in cui si nascondevano.
Anche noi da sempre viviamo una dolorosa esperienza di cuori induriti, dalla subdola tentazione del voler pretendere di bastare a noi stessi, da quel delirio di onnipotenza di avere tutto sotto controllo e invece stiamo toccando con mano la vulnerabilità della nostra condizione umana, la paura della morte che ci può travolgere a causa di un demonio così invisibile e micidiale come ricordavo nel giorno di Pasqua e assistendo impotenti alla strage degli innocenti: i nostri anziani nelle case di riposo; i poveri delle periferie costretti a bruciare i corpi dei loro cari abbandonati in strada.
Eccoci allora chiusi in casa come gli apostoli, con tutto il travaglio interiore a macinare e frantumare la durezza del nostro cuore, divenuto un cuore frantumato ancora incapace di sentire gioia. Eppure la Parola di Dio di questa Domenica Seconda di Pasqua o della Misericordia, irrompe nel nostro pesante isolamento.
Tra le cose più belle che si potrebbero dire di un funzionario pubblico, o di un operatore pastorale, o di un presbitero, o di una consacrata, c'è sicuramente quello di essere una persona capace di comprendere e di stare fra la gente. È bello e gratificante quando ti senti dire dalla “tua” gente che si sente da te compresa, capita, accompagnata, parli il loro stesso linguaggio, condividi la loro quotidianità, stai in mezzo a loro senza atteggiamenti di superiorità, ma è soprattutto il Vangelo di oggi a ricordarci che dobbiamo imparare a sentirci sempre meno "alla testa del gruppo" e sempre più "in mezzo alla gente", senza per questo rinunciare al ruolo di guida all'interno di una comunità, naturalmente con le dovute cautele.
L'episodio suggestivo che l'evangelista lo ripete per ben due volte nell'arco di pochi versetti: ossia, che Gesù risorto venne nel luogo dove i discepoli si trovavano a porte chiuse e "stette in mezzo" è l'esatto opposto che "stare alla testa del gruppo": significa non sedersi sullo scanno dell'autorità, pronto solo a giudicare ed emettere sentenze, ma mettersi in mezzo, parlare con loro, ascoltarli e cercare di comprenderli nella loro angoscia di aver rinnegato il Maestro e di essere fuggiti quand'egli veniva crocifisso. Gesù invece di sedersi di fronte a loro, pronto a giudicarli per il loro atteggiamento, "sta in mezzo a loro" perché così essi, facendosi tutt'intorno a lui, possano essere raggiunti dal suo amore e dalla sua misericordia; ed egli affida questo suo amore alle parole più belle che essi potevano sentirsi dire: "Shalom".
Era di questo, che avevano bisogno i discepoli: la pace interiore, una pace che avevano perso al Getsemani e che due giorni dopo la drammatica morte del Maestro ancora non avevano ritrovato. Di fronte all'annuncio della tomba vuota, del corpo sparito e delle voci di chi lo ha visto in vita, l'unica cosa certa di cui avevano bisogno era la pace.
È questa la maniera di rivivere, oggi, la venuta del Signore risorto in mezzo a noi, nella condizione in cui ci troviamo a vivere, condizione di prova, di sacrificio, di restrizione, di povertà, di incertezze per il futuro.
Lasciamo allora sprigionare la forza liberante e consolatoria dello Spirito, eredità incorruttibile già presente dentro di noi, per poter vivere la gioia di un tempo di nuove relazioni tra di noi dove regna la gioia della nostra comunione fraterna, la scelta della preghiera quotidiana e la bellezza della condivisione di vita e di beni tra di noi, come ci fa sognare il bellissimo ritratto della comunità cristiana offertoci nella testimonianza degli Atti degli Apostoli.
Se ancora non possiamo condividere il pane eucaristico che ci rende uniti, ci sostenga almeno questo vento di letizia e di semplicità di cuore, frutto del dono dello Spirito che ci rende uniti nella carità.
Il testo giovanneo che la liturgia di questo mattino di Pasqua offre alla nostra meditazione è un invito a guardare con profonda speranza al nostro futuro. Nel tempo della pandemia che ha sconvolto la nostra vita, la Parola di Dio infonde serenità al nostro cuore, certezza che, dopo il tempo del buio, sorgerà per tutti una nuova primavera che ci aiuterà a guardare ogni cosa con uno sguardo più limpido e grato.
“Nel giorno dopo il sabato, Maria di Magdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancorabuio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro….”.
Come tutti quelli che avevano assistito alla morte di Gesù, Maria di Magdala era tanto sicura di trovarlo nella tomba che credette che gli avessero cambiato posto quando non lo incontrò come sperava e tornò indietro con la tenebra nel cuore: il suo incontro con la tomba vuota non la condusse alla fede nella vita. Era tanto sicura della morte di Gesù che non poteva immaginare che fosse già risuscitato.
Maria è figura di ogni discepolo che confonde la sua necessità di Gesù con la fede, la sua voglia di credere col fatto accaduto: l'amore che sentiva per Gesù morto non la condusse alla convinzione che era vivo. Accorsa al sepolcro di buon mattino, si trovò dinanzi un insolito scenario e presa dallo stupore e dalla paura, non riuscì a fare altro che ripercorrere la stessa strada, in fretta, per portarne l’annuncio ai discepoli, timorosi ed increduli.
Anch’essi intrapresero il cammino verso il sepolcro con la convinzione che si trattasse di un abbaglio. Corsero, ansimando e confermarono quanto era stato loro riferito: il sepolcro era vuoto.
Il racconto evangelico ci ricorda gli inizi della nostra fede cristiana: quello che è successo in quell'alba, vicino alla tomba vuota di Gesù, segna il principio della nostra esperienza. Lì accorse Maria e continuò a cercare il corpo di Gesù; lì si affrettò Pietro e rimase sorpreso di quanto vide; lì arrivò e credette, l'altro discepolo, quello che non dubitò mai dell'amore che Gesù aveva per lui.
In questi tre discepoli possiamo vederci rispecchiati tutti noi, se vogliamo davvero celebrare la sua resurrezione ed arrivare alla convinzione che Gesù vive realmente.
Pietro non fu il primo ad arrivare alla tomba, ma fu il primo che entrò, si avvicinò al mistero e poté comprovare la verità di quello che era successo. Lo slancio e la fretta lo condussero alla tomba, ma non alla fede.
L'altro discepolo, che era arrivato per primo alla tomba ed aveva atteso Pietro, subito credette e seppe resistere alla sorpresa della tomba vuota senza fuggire, sapeva di essere amato da Gesù. Chi si sa amato da Gesù, sa che Egli è vivo: non ha dubbi sul suo amore. Chi si sa amato da Dio scopre ovunque le orme della sua presenza. Credere nella risurrezione di Gesù è scoprirsi amati da Dio, senza meriti propri. Non dovrebbe risultarci difficile: basterebbe che lo lasciassimo parlare, riconoscendoci suoi discepoli in docile ascolto.
La domenica di Pasqua, il primo giorno della settimana, dischiude un tempo completamente diverso, nel quale tutto ciò che è stato compiuto fino ad ora si rivela come novità. Il Signore è Risorto proprio per dirci che, di fronte a chi decide di "amare", non c'è morte che tenga, non c'è tomba che chiuda, non c'è macigno che non rotoli via, non c’è virus che non possa essere debellato…
“Cristo, immagine radiosa del Padre, principe della pace, che riconcili Dio con l’uomo e l’uomo con Dio, donaci di cercarti con desiderio, di credere in Te nell’oscurità della fede, di aspettarti nell’ardente speranza, di amarti nella libertà e nella gioia del cuore.
Fa’ che non ci lasciamo vincere dalla potenza delle tenebre, sedurre dallo scintillio di ciò che passa.
Donaci il Tuo Spirito, che diventi Egli stesso in noi desiderio e fede, speranza e umile amore. Allora ti cercheremo nella notte, vigileremo per Te in ogni tempo e i giorni della nostra vita mortale diventeranno come splendida aurora, in cui tu verrai, stella chiara del mattino, per essere finalmente per noi il Sole che non conosce tramonto. Amen. Alleluia!” (Bruno Forte)