Nel vangelo di questa domenica, XXI del Tempo Ordinario, troviamo Gesù che rientra in patria, a Cesarea di Filippo, e chiamati a sè i suoi discepoli fa loro una domanda: "La gente chi dice che io sia?" e dopo aver ascoltato la risposta della gente Gesù pone la stessa domanda agli apostoli: "E voi chi dite che io sia?".

Chi era Gesù per la folla? sicuramente un grande profeta.

Chi era Gesù per i discepoli? Era il loro Maestro e Signore per il quale avevano lasciato casa, barca, padre, per seguirlo, ma erano ancora lontani dall'averne capito il mistero. Si aspettavano ancora un Messia, un liberatore d'Israele. Ma questa volta Pietro dà una bellissima risposta:"Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente", tanto da farsi definire beato da Gesù stesso: "Beato te Simone, perché né la carne, né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli".

La domanda, posta da Gesù: “Voi chi dite che io sia?” è rivolta ancora oggi ad ogni uomo, ad ognuno di noi. Io, cosa penso di Cristo? Forse lo conosciamo perché viviamo in una società in cui ancora si intravedono i Suoi principi. Lo conosciamo, forse, per l'educazione religiosa ricevuta. Ma la domanda resta e le nostre labbra, spesso, sono senza risposta, o perlomeno senza una risposta piena, perché la sentiamo troppo impegnativa, perché implica tutto il nostro essere umano e spirituale: conoscerlo vorrebbe dire seguirlo e vivere per Lui e in Lui.

Conoscere Lui significherebbe anche conoscere chi siamo noi, ma finché non sappiamo bene chi Gesù è per noi, non sappiamo bene neppure chi siamo noi.Così, a bruciapelo, oggi Gesù domanda a te e a me: chi sono io per te? Cosa sei disposto a giocarti su di me? Quanto conto sul serio nella tua vita di tutti i giorni?

Pietro rischia, osa tutto. Questo significa dire a Gesù che è il Cristo, il Messia tanto atteso, il senso vero della vita.

Domenica della scelta allora, scelta che continuamente siamo chiamati a compiere, giorno dell'incontro con lo sguardo del Nazareno che ci chiede adesione al suo progetto, che non vuole un'appartenenza di abitudine, ma una passione almeno pari a quella che lui ha per ciascuno di noi.

Sr Maria Assunta Cammarota

Le donne silenziose che nessuno nota, ma che sanno continuamente amare, sono quelle che scrivono la storia del mondo. Crescono custodendo la meraviglia dei doni di cui Dio le ha rese preziose. Sanno soffrire senza lamenti. Sanno amare con tutta la loro persona. Portano le fatiche e la grazia dell'esistenza quotidiana. Sono sempre pronte al dono. Piangono in silenzio e sorridono con delicatezza. Spesso non le notiamo, tanto sono discrete. Un giorno, quasi per miracolo, le incontriamo nelle circostanze più normali della nostra ferialità: attente e premurose.

         La Donna che, tempestata di luce viene assunta al cielo, è questo stupore di semplicità ed è la Donna dalla quale è nato il Figlio dell'Altissimo. È la Donna che, immersa nel vortice dell'Amore Divino, sa essere premurosa con una cugina che ha bisogno di Lei. Non solo le dona l'aiuto ma, straordinariamente, le porta Dio in casa.

         La Donna è Maria di Nazaret, la Madre di Gesù. Colei che nutre. Colei che educa. Colei che ama. Soprattutto, colei che soffre la pienezza d'amore del Figlio fino ai piedi della croce. In quel momento inizia la “dormizione” che la renderà simile in tutto al Figlio, fino a morire come Lui: povera, fragile, umile, debole, trasformata sempre dal fuoco dell'amore, fino all'incontro pasquale con il Figlio, fino all'effusione dello Spirito.

         In quel momento per Lei si compie la missione. Si addormenta per vivere il passaggio dell'incontro glorioso col Figlio. È assunta in cielo. Supera i cieli dei cieli: Lei primizia della nostra risurrezione nel corpo ha patito con noi, è stata solidale dei nostri tormenti, ha attraversato le nostri notti oscure e in ogni esperienza ha amato a dismisura.

         Oggi entra, in uno sfolgorio di gioia, nella Casa del Padre che l'ha scelta, del Figlio nato dal suo grembo, dello Spirito, Amore instancabile che l'ha condotta.

         Se noi, abituati soprattutto a tenere lo sguardo rivolto alla polvere della terra, alle morti che ci circondano, ai dolori che non sappiamo spiegare, solleviamo appena gli occhi, vediamo Lei: la Donna, la Madre. Sempre con la stessa tenerezza, sempre con il caldo del suo abbraccio, sempre con l'ospitalità del suo grembo, sempre accanto, sempre pronta. La nostra vita trova ristoro, il nostro cuore trova consolazione, i nostri occhi trovano la Luce, la nostra orfanezza trova la Madre: splendente, bellissima, unica, dolcissima. Quel suo fulgore non ci incute soggezione, scatena i desideri inappagati della nostra vita e in Lei vediamo la speranza che si realizza, l'amore che ci coinvolge, il cielo che ci accompagna nell'anima, mentre ancora come pellegrini camminiamo sulla terra.

Dedicato a tutte le donne umiliate, perseguitate, uccise!

                                                                                                                    don Franco Bartolino

Il Vangelo di questa Domenica XX del Tempo Ordinario, racconta la storia di una povera donna, una pagana, una lontana da Dio. Essa si avvicina a Gesù urlando e invocando una guarigione. Il Maestro non le rivolge neppure una parola, il suo è un atteggiamento duro che obbliga la donna a cambiare stile. E intanto Dio tace! La donna cananea  riflette, mette da parte il suo amor proprio e confessa: «Hai ragione Signore, sono proprio un cane, vengo da te solo ora che ho bisogno. Però, ti prego, fai qualcosa. Il volto duro di Gesù si scioglie in un accogliente sorriso: «Risposta esatta: la tua fede ora produce miracoli». Il Vangelo ci dimostra che anche uno schiaffo ci richiama a verità. Il silenzio di Dio, talora, è teso a metterci in discussione, a suscitare la fede, a produrre la conversione del cuore. Solo chi sa restare al di là di queste sensazioni incontra davvero Dio e non un Dio qualunque, ma un Dio che salva, perché è un Dio che ama e ama tutti.

                                                                                                      don Franco Bartolino

Nell'episodio evangelico odierno Gesù ordina ai discepoli di precederlo sull' altra sponda mentre si congeda dalla folla, per poter rimanere da solo a pregare. Egli ama gli uomini, ha costituito una comunità di discepoli, ma come figlio di Dio, desidera incontrarlo nella preghiera intima e silenziosa. Anche per noi la preghiera è l'affiorare alla coscienza della nostra condizione di «figli» ed è il confronto con una parola che ci indica la strada. E’ l'espressione della nostra solitudine e della nostalgia di Dio: al fondo di noi stessi c’è qualcosa che solo Dio può comprendere e soddisfare.

I discepoli sono soli in mezzo alla tempesta. La loro barca dista «già molte miglia da terra», molto lontano da lui ed un «vento contrario» impedisce loro di tornare indietro. Con questo linguaggio biblico l’evangelista sta descrivendo la situazione di quelle comunità cristiane esternamente minacciate dall'ostilità e internamente tentate dalla paura e dalla mancanza di  fede. Sul finire della notte, «Gesù va verso di loro camminando sul mare», ma i discepoli sono incapaci di riconoscerlo. La loro paura fa vedere in lui «un fantasma». Le paure sono l'ostacolo maggiore, impediscono di  riconoscere, amare e seguire Gesù come «Figlio di Dio» che  accompagna e salva anche e soprattutto nella crisi.

Gesù vuole infondere in loro la sua forza, la sua sicurezza e la sua stessa fiducia nel Padre e pronuncia  le parole più rassicuranti: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Pietro è il primo a reagire. Il suo comportamento è allo stesso tempo modello di affidamento fiducioso ed esempio di paura e debolezza. Dapprima cammina sicuro sulle acque, poi «s'impaurisce», dimentica la sua Parola, sente la forza del vento e comincia ad «affondare».

  Cristo è realmente presente nella storia in un modo nuovo e noi possiamo trovarlo  dove normalmente  non riusciamo a scorgerlo; siamo invitati ad  identificarci con Pietro, con la sua generosità e debolezza, ad  appoggiarci su Cristo più che su qualsiasi realtà di questo mondo. È nella fiducia di quel  “se sei tu, comanda che io venga da te sulle acque” che si intraprende il cammino spirituale della vita. Ma c'è da vincere la paura che agita, paralizza, chiude, affonda.

La barca sballottata dal mare in tempesta, la paura dei discepoli, le parole di Gesù e il grido di Pietro ci aiutano a comprendere che l'episodio vuole essere un simbolo della comunità cristiana alle prese con la persecuzione e  la paura. Eppure un credente non può mai dire di essere solo perché nel suo respiro c’è sempre quello di Dio. E la barca, simbolo della nostra vita fragile, riesce ad avanzare  nella notte grazie a rematori che non si arrendono.

La fede ci chiama a vivere un particolare  rapporto con il Signore che ci attira a sé ed è proprio grazie a questa relazione con lui che possiamo imparare ad aprirci alla relazione e alla comunione fraterna.

 E’ fiducia nel Signore, ma è fatta anche di fatica e conosce il momento dell’esitazione e della paura,  ma può condurci alla quiete nella comunione con il Signore (“appena saliti sulla barca il vento cessò”, v. 32). La fede non ci esime dal difficile discernimento della presenza del Signore che viene a noi per vie e in modi inusuali e inattesi e proprio per questo noi non sappiamo riconoscerlo (è significativo che qui i discepoli scambino Gesù per un fantasma).

 Nella fede possiamo lasciarci raggiungere da Lui e possiamo accoglierlo sulla nostra barca, navigatore in mezzo a navigatori, Salvatore in mezzo a salvati e da questa comunione può sfociare la professione di fede: “Davvero tu sei il Figlio di Dio” (v. 33). L’episodio del vangelo di oggi potrebbe sembrarci distante, lontano, non riguardare la nostra vita quotidiana dove, apparentemente, questi prodigi non avvengono, ma possiamo leggere in esso la narrazione metaforica di ciò che dovrebbe essere il dinamismo concreto della nostra fede, sempre chiamata a credere l’incredibile e a sperare l’insperabile.

                                                                                                                             sr Annafranca Romano

Questa domenica ci presenta Gesù circondato da una folla che ha fame della Sua Parola, più che del pane quotidiano...  Infatti la folla ascolta Gesù, che viene incontro alla loro necessità, fino alla sera. La preoccupazione per il pane materiale nasce dai discepoli, che hanno la soluzione più ovvia: “Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare”, lasciando ad ognuno la propria responsabilità.

Gesù, invece non pensa così. Invita anche i suoi discepoli ad andare ben oltre: “Date loro voi stessi da mangiare”…Che stupore! Che sfida pazzesca, ma che sfida attraente quando guardiamo Lui, che prima ancora di comandare, ci dà l’esempio!

La vita di Gesù è stata cibo costante, donazione senza sosta di se stesso, consegna totale fino alla fine! Ma la cosa più bella è che il Signore è cibo di comunione. Insegna che è necessario mettersi insieme, donarsi senza paura, donare ciò che siamo e il poco che abbiamo; mettersi interamente in gioco con gli altri e per gli altri, senza fretta. Cibarsi è sempre un atto solenne, una cerimonia sacra. Al di là di ridurre il cibarsi a un culto rituale, Gesù lo trasforma in preghiera di grazia. Diventa il suo stile di vita: “E dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci e, alzati gli occhi al cielo pronunziò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli e i discepoli li distribuirono alla folla” (Mt 14,19).

Della solennità e dell’eleganza dei gesti di Gesù erano partecipi tutti: tutti quelli che lo ascoltavano e lo toccavano, ansiosi di essere benedetti da Lui, ansiosi di scambiare con Lui uno sguardo di profondità che ridava vita e risuscitava speranza. Tutti sedettero sull’erba per ascoltare il Buon Pastore che realizza la profezia di Isaia: “Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti. Porgete l’orecchio e venite a me, ascoltate e coi vivrete. Io stabilirò per voi un’alleanza eterna” (Is 55,2-3).

Ecco l’alleanza eterna: l’Eucaristia!  Chi mai ci separerà dall’amore di Cristo (Rom 8,35), se Egli si spezza in pane di vita per noi? Chi mai ci separerà dall’amore di Cristo, se da allora la Chiesa non smette di moltiplicare quei gesti solenni, offrendo, nella sua povertà, quello stile di vita di Gesù che è salvezza per tutti?

Proviamo ad immaginare lo stupore dei discepoli nel distribuire il pane alla folla… “Cinque pani e due pesci”, così poco! Eppure tanto da non mancare a nessuno, da saziarsi con abbondanza, al punto di raccogliere dodici ceste piene di pezzi avanzati (cf. Mt 14,20). Ecco la missione della Chiesa: essere in mezzo alla gente, capire la sua fame, prepararla per l’ascolto del cibo che sazia prima il cuore. Solo chi ascolta con il cuore è capace di aprire l’anima e disporre di ciò che ha, mettersi a disposizione di tutti senza paura di rimanere povero.

Questo è il miracolo che il mondo non conosce e di cui la Chiesa è garante, in tutti i luoghi dove si riunisce nel nome del Signore, ovunque si ringrazi per quello che c’è, ovunque si benedicano i doni e la vita offerta.  La Chiesa continua a trasmettere il segreto del moltiplicarsi: lasciarsi spezzare, fiduciosi solo dalla parola di Gesù: “date loro voi stessi da mangiare” (Mt 14,16).

                                                                                                      suor Maria Aparecida Da Silva