Talvolta mi piace mettermi nei panni di un evangelista alle prese con il compito di trasmettere il “vangelo” a coloro che lo avrebbero poi letto, da qualunque “provenienza religiosa o culturale” fossero partiti.

            In questo caso si tratta di Matteo, alle prese con il difficile compito di scrivere tenendo presente la complessa situazione in cui si trovavano i primi cristiani provenienti dal giudaismo e attaccatissimi alla legge Mosaica, e i primi cristiani provenienti dal paganesimo e ignoranti delle leggi ebraiche. E Matteo, da saggio ebreo divenuto poi fedele cristiano, svolge bene questo compito e chiarisce, proprio all’inizio del suo vangelo, l’unico passaggio obbligato per giungere ad un punto di arrivo comune, quello di accedere all’anima della legge, anziché fermarsi alla osservanza formale della medesima.

            Accomuna cioè le due categorie di cristiani provenienti dal giudaismo e di cristiani provenienti dal paganesimo, proponendo loro un unico salto di qualità spirituale convergente sul Messia. Con i suoi fratelli ebrei lo fa rassicurandoli che Gesù Cristo, il Messia preannunciato, non va “contro” la legge, ma “oltre”, che non è alternativo a Mosè, ma perfezionativo, migliorativo, completivo. Gli appartenenti al nuovo Regno non dovranno accontentarsi di una osservanza esteriore, seppur scrupolosa, della Legge, ma accedervi al suo interno per trovarvi l’anima, cioè l’Amore.

            Esemplificazioni di estrema attualità, perché anche oggi è sempre in agguato per noi cristiani il pericolo di cadere nella tentazione subdola di limitarsi a comportamenti di osservanza formale con il rischio di arrivare addirittura ad una osservanza sospettosa, guardinga e tirchia del medesimo comandamento dell’Amore. Se in nome della Legge è stato ucciso l’Amore, in nome dell’Amore viene vivificata la medesima Legge.

            L’invito di Gesù con quel suo martellante e paradossale uso dell’espressione “Mosè vi ha detto… ma IO vi dico”, non lascia spazio a tatticismi interpretativi ed indica la strada della sequela senza “se”, senza “ma”, senza “però”, senza “distinguo”.

L’invito di Gesù indica la strada per accedere all’anima della Legge che è l’Amore. Invito che sant’Agostino sintetizzerà in una dei suoi fulminanti aforismi: “Ama e fa’ quello che vuoi”. Non certamente da interpretare nel senso di “fare come ci pare”, ma da interpretare nel senso di amare “facendo come Dio comanda”. E il cerchio si chiude perché Dio è Amore.

don Franco Bartolino

Il brano evangelico di questa quinta domenica del Tempo Ordinario è tratto dal discorso della montagna ed è il proseguimento del brano delle beatitudini. Gesù annuncia ai discepoli che sono il valore più prezioso, indispensabile per la terra. Essi hanno accolto la sua chiamata e sono definiti “beati” in vista del Regno dei cieli.

Se con le beatitudini Gesù indica come rispondere al suo appello, nella pericope odierna indica ai discepoli il destinatario e la natura della loro missione: essere il sale della terra e la luce del mondo, pienamente inseriti nella sua azione di annuncio.

Egli dice:  ”Voi siete sale…voi siete luce” e non voi sarete. La sua chiamata impegna immediatamente la totale esistenza dei discepoli: non vi è spazio per una decisione da prendere, essa è stata già presa per loro da Gesù.

Le immagini del sale e della luce, così semplici ed incisive, che appartengono al vivere quotidiano, indicano l’irrevocabilità dell’annuncio.

Essi sono chiamati a permeare il mondo con la sapienza del Vangelo, custodendo l’universo degli uomini nell’alleanza con il loro Dio, che li vuole in comunione con lui e tra di loro, per far splendere la sua presenza e rendere la vita desiderabile ed amabile.

Diventano luce del mondo nel senso che la presenza di Dio, resa visibile attraverso il loro agire secondo le beatitudini, costituisce l’orizzonte di senso della vita.

Essere il sale della terra e la luce del mondo significa vivere da poveri, non violenti, misericordiosi, impegnati per la pace, perseguitati per l’annuncio dell’amore di Dio per l’uomo, passando attraverso la croce e la risurrezione nel vissuto concreto.

 Lo scopo è quello di dare sapore, gusto e senso alle cose.  E’ tenere accesa la luce quando il buio tenta di prevalere. Un cristiano si occupa di insaporire le cose e di illuminarle.

Il nostro “esserci” deve trasformare la realtà in termini di qualità, non di quantità.   “Vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli”.                 E’ la visibilità dell’amore.

Un cristiano è chiamato a mostrare un bene che indica molto di più di ciò che sembra; è chiamato a rendere visibile la profondità delle cose, la preziosità del creato, la dignità della vita.
             Essere sale e luce non può mai significare, per il cristiano e per la comunità nel suo insieme, un dato acquisito una volta per tutte e una garanzia; ma è sempre un evento di grazia che avviene quando c’è l’obbedienza del credente e della comunità alla Parola del Signore Gesù, quando si custodisce e si vive la Parola del Vangelo.                                                                                                                               suor Annafranca Romano



In questa IV settimana del tempo ordinario, trova spazio l’antica festa della presentazione del Signore al tempio e dunque dell’incontro tra Gesù e l’umanità. Di fatto, il vangelo proposto per l’odierna liturgia ci presenta l’ingresso di Giuseppe e Maria al tempio, essi, non fanno neanche in tempo ad entrare che incontrano subito braccia pronte ad accogliere il bambino, braccia che per lungo tempo sono state in attesa di poter stringere a sé la luce che vince le tenebre. Braccia “solide” di due anziani, Simeone ed Anna, due persone desiderose di incontrare il Signore e, seppur anziani, ancora carichi di attesa e di desiderio.
Questa loro attesa deve diventare sprone per ognuno di noi e deve essere di aiuto per interrogarci circa la nostra capacità di attesa e di speranza. Attendere significa tendere verso qualcosa o qualcuno. E noi? Verso chi tendiamo le braccia?
La nostra fede, il nostro incontro personale con il Signore, deve essere alimentata sempre dal desiderio e dalla speranza. Una speranza non vuota, sterile, inutile che aspetti chissà cosa piova dall’alto, ma una speranza certa, sicura della presenza di Dio nella nostra vita e nella nostra storia. Egli c’è ad illuminare le tenebre del nostro cuore, Egli è presente come nostro compagno di cammino; Egli è presente come aiuto nelle difficoltà, forza nelle prove, sollievo nella sofferenza. E noi? Ce ne rendiamo conto? Sperimentiamo questa presenza verso cui tendiamo le braccia?
Se sappiamo aspettare, impareremo ad essere attenti, vigili verso tutto ciò che ogni istante siamo chiamati a vivere e man mano sapremo anche uscire dall’abitudine che spesso attanaglia la nostra vita privandoci della capacità di stupirci ancora del dono della vita. Sperimenteremo così la salvezza di Dio, il suo dono di prossimità, il suo abbraccio che ci unisce alla sua vita, al suo amore.
Con il Signore nella nostra vita cadrà in rovina tutto ciò che ci lega, ci opprime, ci blocca, tutto ciò che contraddice la nostra vita in lui e impareremo a vivere liberi nella gioia e nella forza della risurrezione che ci rende figli chiamandoci ad essere fratelli.

suor Simona Farace

L’evangelista Giovanni, nel Prologo del suo vangelo, ci aveva presentato Giovanni il battezzatore, come testimone della luce: «Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce» (Gv 1, 6-8). Dopo aver annunciato la luce vera nell’evento dell’incarnazione – «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14) – l’evangelista ritorna a parlare del Battista dicendo le stesse parole ascoltate oggi: «Giovanni gli dà testimonianza e proclama: «Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me» (Gv 1, 15).

Accogliamo l’invito del Cristo risorto, il quale oggi ci chiede di prendere consapevolezza della nostra responsabilità di essere testimoni della sua luce in tutte le relazioni che intessiamo nella nostra vita quotidiana.

Per essere testimoni della «luce vera che illumina ogni uomo» (Gv 1,9), cioè Cristo Signore, come vogliamo procedere? Vogliamo farlo immedesimandoci nella persona di Giovanni Battista. Egli oggi ci sorprende per la sua profonda conoscenza delle Sacre Scritture e ci insegna che, per essere testimoni di Cristo Signore, «Luce del mondo» (Gv 8, 12; Gv 12,35-36; 1Gv 1,5) ci sono due cose da scegliere: pregare e custodire nel cuore e nella mente la Parola di Dio ed  essere servi in condivisione con i più sofferenti.

Solo chi si nutre del pane della Parola di Dio ogni giorno, solo chi si nutre del pane dell’Eucaristia, adorando e accogliendo lo stesso Cristo non solo nel pane consacrato, ma anche nella carne dei più sofferenti, sentirà la gioia profonda della «grazia e pace» dello Spirito che unisce eternamente il Padre e il Figlio e che unisce in comunione gioiosa «tutti quelli che in ogni luogo invocano umilmente il nome del Signore nostro Gesù Cristo» (1Cor. 1,2).

don Franco Bartolin

Con il Battesimo del Signore, assieme all’Epifania e alle Nozze di Cana,  la liturgia ci fa celebrare la “manifestazione del Signore”: Cristo Gesù si manifesta Re-Pastore nella piccolezza (Epifania), Figlio amato del Padre (Battesimo), Sposo dell’umanità (Nozze di Cana).
          Nel brano di oggi l’evangelista Matteo riporta la vicenda del Battesimo di Gesù segnalando la forte resistenza del Battista all’idea di battezzare Gesù: ”Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: ”Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?”. Nella resistenza del Battista affiorano anche le nostre domande:” Perché Gesù si fa battezzare, viste le sue origini e la sua regalità divine? Non c’è una contraddizione con il significato penitenziale del Battesimo praticato da Giovanni”?

Matteo replica a questa difficoltà riferendo la risposta di Gesù:” Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia”.

Adempiere la giustizia, nel linguaggio biblico indica la disponibilità a compiere la volontà di Dio, obbedendo al suo piano d’amore, che è quello di mostrare come Egli non si lasci respingere dal mondo a causa del peccato degli uomini, ma intende mostrarsi come Padre che perdona e salva.

Bisogna che Gesù renda evidente questa decisione divina di essere il Dio con noi, anche per l’umanità peccatrice. Deve quindi rivestire una duplice solidarietà: con Dio perché innocente, libero dalla ribellione del peccato; con l’umanità bisognosa di perdono e di redenzione.

E’ questa la giustizia che Gesù vuole inaugurare con tutto se stesso e lo fa a partire proprio da questo momento che è il suo Battesimo.

Le parole di Gesù aiutano il Battista a superare le proprie resistenze e a battezzarlo. Non appena esce dall’acqua, accade a Gesù qualcosa di assolutamente importante: l’aprirsi dei cieli e lo scendere su di Lui dello Spirito di Dio.

            Il racconto evangelico tenta di dire qualcosa di un’esperienza intima vissuta da Gesù. Lo squarciarsi dei cieli attesta che Dio non resta isolato da questa terra, ma la incontra, trasformandola e portandovi la sua novità.

L’apice del racconto sta nella voce divina che lo raggiunge. Dio lo dichiara Figlio amato, oggetto di tutto il suo compiacimento. La voce che Gesù sente è parola di rivelazione, in cui Dio riconosce il suo Servo, che annuncia alle genti il suo messaggio di vita e di perdono.

Il Battesimo di Gesù rappresenta la sua investitura ufficiale come Messia, l’inizio del suo ministero pubblico. Ma è un Messia che lascia sorpresi, perché il primo gesto che compie è quello di mescolarsi con i peccatori.
            La Liturgia ci fa celebrare questo mistero di Cristo per illuminare anche il nostro Battesimo, fatto come quello di Gesù “in acqua e Spirito Santo”.

                                                                      sr Annafranca Romano