Questa beatitudine che riscontriamo nel vangelo di Giovanni è rivolta a me, a te, a noi tutti cristiani di oggi riuniti come Chiesa. È un’esclamazione di Gesù che da pace e gioia al nostro cuore, a noi cristiani chiamati realmente a testimoniare la nostra fede nel Risorto pur tra tante controversie, accuse, difficoltà.

Il testo ci dice che è ancora domenica e che il Risorto torna tra i suoi rinchiusi nel cenacolo, atterriti di paura. L’annuncio delle donne circa la tomba vuota e la Risurrezione del Maestro non era riuscita a rinfrancare e a dare coraggio al loro cuore. In questo clima di chiusura in uno spazio ben definito come luogo, il cenacolo, e quella interiore generata dal timore, ritorna il Cristo portando pace (che non è solo assenza di guerra) e suscitando gioia nei discepoli chiamati a prendere atto delle piaghe gloriose del Signore.

Il testo evangelico che la XV domenica del Tempo Ordinario propone alla nostra riflessione, è quello del Buon samaritano. La parabola ci aiuta a comprendere cosa vuol dire amare gli altri. Attraverso le scelte e le azioni dei tre personaggi (un sacerdote, un levita, un samaritano) possiamo comprendere, infatti, quali siano gli atteggiamenti ed i comportamenti propri di chi sa amare.

   Le prime parole di Gesù ci presentano la situazione provocante che i tre si trovano davanti. E’ una situazione che interpella profondamente, c’è un bisogno ineludibile al quale dare risposta: un uomo depredato di tutto, ferito, in pericolo di vita, senza più neanche voce per invocare aiuto.

     I primi due personaggi, entrambi legati al servizio a Dio nel tempio, rappresentano un primo tipo di reazione. Entrambi vedono il bisogno, analizzano la situazione, prendono coscienza della necessità, ma entrambi passano oltre, senza lasciarsi coinvolgere, senza adoperarsi in alcun modo per soccorrere l’uomo ferito. E’ il segno chiaro che non basta vedere, magari anche commuoversi davanti alla sofferenza, è necessario farsi prossimo e agire. E’ quello che fa il terzo personaggio, che la parabola evidenzia: è un samaritano, un uomo considerato eretico dagli ebrei. “Invece un samaritano, che era in viaggio…..”.

    Per comprendere cosa vuol dire amare gli altri è importante porre attenzione ai verbi con cui l’evangelista indica l’agire dell’uomo: anch’egli passa accanto, anche egli vede, ma ciò che fa la differenza e che spiega tutte le azioni successive è indicato dai due verbi ”avere compassione” e “farsi vicino” . E’ questo atteggiamento basilare che si traduce poi in tutte quelle azioni che il samaritano mette in atto: fascia le ferite, presta le prime cure con olio e vino, carica l’uomo sulla sua cavalcatura, chiede aiuto da altri, si assume le spese del soggiorno in una locanda fino alla guarigione.

   Il samaritano non si chiede chi sia il ferito, il suo aiuto è disinteressato, generoso, concreto. Il prossimo da aiutare non si può definire, è colui che incontri nella tua giornata e che ha bisogno di sostegno, di attenzione, di presenza. La domanda da porsi è se nel nostro cuore vi sia realmente spazio per la prossimità verso i fratelli ,che sono nel bisogno, chiunque essi siano.

   Nei gesti e nelle azioni del buon samaritano riconosciamo l’agire misericordioso di Dio in tutta la storia della salvezza. E’ la stessa compassione con cui il Signore viene incontro a ciascuno di noi, Egli non ci ignora, sa quanto abbiamo bisogno di aiuto e di consolazione, di conforto e di speranza.

   Sappiamo bene che il Buon samaritano è Gesù. Quando venne nel mondo ebbe tanta compassione di noi, da portare a compimento il grande disegno del Padre suo, che era quello di dare la vita per i fratelli. Ora anche lo scriba, che aveva chiesto: ”Chi è il mio prossimo?” sa chi è, e Gesù lo conferma: ”Va’ e anche tu fa’ lo stesso”.

   A ciascuno di noi, oggi, Egli ripete ciò che disse al dottore della Legge: ”Va’ e anche tu fa’ così”. Siamo tutti chiamati a percorrere lo stesso cammino del buon samaritano, figura di Cristo, che si è chinato su di noi, si è fatto nostro servo e ci ha salvati perché anche noi possiamo amare allo stesso modo.                                                                                                             

    sr  Annafranca

La pace e la gioia, dono del Risorto e segni messianici della Sua presenza tra noi, devono essere però condivisi con tutta l’umanità. Perciò essi, i discepoli e con loro anche noi, vengono “riplasmati” dall’alito del Signore in una creazione nuova e dal soffio di quello Spirito che Gesù stesso emise dalla croce (Gv 19, 30). Spirito santo e dunque remissione dei peccati sono necessari per appartenere realmente al vero corpo di Cristo che è la Sua Chiesa.

Il Risorto ricrea, rigenera, riforma in ognuno di noi l’uomo nuovo, l’uomo della Risurrezione.

Scopriamo così che, grazie al dono dello Spirito, passiamo dalla paura alla fede, dal dubbio alla certezza. È il caso di Tommaso che non era presente nel giorno in cui il Signore si manifesta. Tommaso è un po’ quel discepolo che abita in ognuno di noi quando, per credere, abbiamo bisogno di mettere il dito (v. 25), di segni che il Cristo realizza però all’interno della comunità, nel giorno di domenica.

Anche a noi, ogni domenica, sono offerti i segni del pane e del vino nei quali, grazie al dono dello Spirito Santo, possiamo scorgere la vera presenza del Cristo risorto in mezzo a noi nel Suo corpo donato e nel Suo sangue versato, ma spesso, i nostri occhi sono incapaci di scorgerlo e di riconoscerlo.

Ma è proprio nella celebrazione domenicale di questi santi misteri che il nostro cuore ha bisogno di professare la propria fede: mio Signore e mio Dio (v. 28). Tommaso abita in noi e noi abitiamo con gli altri nella Chiesa e ci siamo con i nostri dubbi e le nostre perplessità ma sappiamo di non essere soli perché il Vivente cammina con noi e con tutti gli uomini della terra.

Abbiamo allora bisogno di riscoprire il valore della nostra preghiera, del nostro incontro con il Risorto che ci introduce sempre più nel tempo della Risurrezione, nel tempo della novità di vita per ascoltare l’invio del Signore: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” (v. 21).

Celebriamo oggi la festa della Divina Misericordia.

Essa è la più importante di tutte le forme di devozione alla Divina Misericordia. Gesù parlò per la prima volta del desiderio di istituire questa festa a suor Faustina a Płock nel 1931.

La scelta della prima domenica dopo Pasqua ha un suo profondo senso teologico: indica lo stretto legame tra il mistero pasquale della Redenzione e la festa della Misericordia, cosa che ha notato anche suor Faustina: “Ora vedo che l’opera della Redenzione è collegata con l’opera della Misericordia richiesta dal Signore”.

Avviciniamoci dunque al Cuore di Cristo che largamente accoglie e perdona e lì, stabiliamo la nostra dimora!

sr Simona Farace, PME

 Il Vangelo di questa prima domenica di Quaresima ci introduce nel grande mistero della salvezza. L’evangelista narra di Gesù, che appena ricevuto il Battesimo, fu condotto nel deserto. Ecco il primo riferimento per il credente. Entrare nel deserto vuol dire liberare la nostra vita dalle tante cose superflue di cui l’abbiamo riempita. Le tentazioni, a cui è sottoposto Gesù, vanno a toccare gli aspetti basilari della nostra esistenza terrena: il pane, la dignità personale e il nostro rapporto con Dio.

     E’ in questi ambiti che il diavolo tenta Gesù. Ma le risposte annientano il disegno del maligno, grazie alla fede nutrita dalla Parola. La Parola di Dio è ciò che siamo chiamati ad ascoltare, a fare nostra e a mettere in pratica contro le tentazioni del male.

   Le provocazioni, a cui Gesù ha saputo resistere, sono continuamente presenti nella nostra  vita, dove le azioni del male continuamente aleggiano e tentano di penetrare nell’umanità, dove trovano tutti gli spiragli aperti dell’aridità e dell’egoismo. La tentazione più comune all’umanità è il perdere la speranza, il sentirsi isolati, il vedere oscurare la luce di Dio, che continuamente ci illumina con la sua misericordia. Non è con la nostra sola forza che possiamo resistere alle tentazioni ed essere testimoni luminosi di Gesù: è grazie allo Spirito Santo, che ha guidato Gesù nel deserto e di cui anche noi siamo ricolmi, in forza del nostro Battesimo, che possiamo quotidianamente vincere la nostra battaglia contro il male, che tenta di oscurare i nostri cuori impedendoci di  accogliere la luce divina, che ci dona Gesù con la sua Risurrezione.

   In questo tempo siamo chiamati a mettere in atto le tre pratiche della pietà cristiana: il digiuno, la preghiera e le opere di carità fraterna. Il nostro obiettivo è chiaro: l’attesa della Pasqua.

     L’esperienza religiosa deve essere purificata dalle incrostazioni dell’egoismo e dell’orgoglio. La tentazione ci espone alla prova, ci spinge a compiere scelte decise, sull’esempio di Gesù, che rifiuta lo stile di Satana e punta verso realtà più semplici, quali il rispetto della persona, il servizio vero, l’amore verso l’unico Dio e la sua Parola. La vera sfida è tornare al centro, al cuore e trovarvi la voce che ci parla e ci conferma come nessuna voce umana potrebbe fare. Soltanto una vita di costante ed intima comunione con Dio può rivelarci il nostro vero io. Ciò non è per nulla facile. E’ necessaria una disciplina seria e perseverante di solitudine, silenzio e preghiera.

   Tale disciplina non ci ricompenserà con uno sfolgorante successo esteriore, ma con la luce interiore, che illumina tutto il nostro essere e ci consente di essere testimoni liberi della presenza di Dio nella nostra vita.

   La Quaresima sia per noi il tempo favorevole dell’incontro con Dio, ma anche della purificazione del nostro credere attraverso uno stile sobrio, con il quale siamo chiamati a rapportarci agli altri.

                                                                              sr Annafranca Romano

La liturgia delle Palme ci introduce alle celebrazioni della Settimana Santa, durante la quale, la Chiesa attraverso le pagine della Scrittura e le celebrazioni che scandiscono i vari giorni, ci fa quasi toccare con mano fin dove è giunto l’amore del Signore per ciascuno di noi.

    Gesù entra a Gerusalemme, ma in modo nuovo. Manda avanti due discepoli perché procurino per lui una cavalcatura. Il Messia, che fino a quel momento si era tenuto nascosto, prende possesso della città santa e del tempio, rivelando così la sua missione di vero pastore d’Israele.

   Entra trionfalmente in Gerusalemme, acclamato da gente festante. Presto, però, l’euforia cederà il passo alla paura, al tradimento. E quando tutto sembrerà ormai definitivamente cancellato nel silenzio della morte, risuonerà un grido di gioia la domenica di Pasqua. Sarà il grido che attraversa la morte, che la assume, che la libera dai suoi confini mondani, aprendola allo splendore del mistero di Dio.

    E’ significativo che Gesù accolga il riconoscimento del suo essere re soltanto a partire da questo ingresso in Gerusalemme, che introduce la passione.

    Il compendio della celebrazione, infatti, è offerto già nella monizione che introduce la processione delle Palme.” Questa assemblea liturgica è preludio alla Pasqua del Signore…Gesù entra in Gerusalemme per dare compimento al mistero della sua morte e risurrezione…Chiediamo la grazia di seguirlo fino alla croce per essere partecipi della sua risurrezione”.

   Vertice dalla liturgia della Parola è la lettura della Passione, è a questo centro che occorre volgere l’attenzione. La regalità di Gesù si manifesterà in modo sconcertante sulla croce. Proprio in questo misterioso scandalo di umiliazione, di sofferenza, di abbandono totale si compie il disegno salvifico di Dio.

   Gesù sale sulla croce per essere con noi e come noi, perché possiamo essere con lui e come lui. L’amore conosce molti doveri, ma il primo è quello di essere con l’amato. Attraverso la croce Dio entra nella morte perché ogni suo figlio vi entrerà. Gesù non scende dalla croce perché i suoi figli non ne possano scendere, ma imparare ad accogliere la sofferenza sul suo esempio, con lui ed in lui. Anche la risposta data al buon ladrone: ”Oggi sarai con me in paradiso” ci lascia comprendere la sua logica di salvezza. Non c’è nulla che possa separarci da Lui, Egli  viene a salvarci dovunque ci troviamo, se lo vogliamo.

   Solo la fede è capace di leggere l’onnipotenza di Dio nell’impotenza di una croce, perché è l’impotenza dell’amore.

   Viviamo questa Settimana nell’ascolto orante, nel silenzio e nel servizio generoso ai fratelli che incontriamo lungo il nostro cammino ed avremo la gioia di  gustare i frutti della vera Pasqua.

                                                                                     sr Annafranca Romano

È questo il messaggio che il Signore ci consegna nel vangelo proposto in questa ottava domenica del tempo ordinario.

Essere discepoli cioè essere disposti a lasciarci istruire da lui, il Maestro, riconoscendo la sua “autorità” che è il suo farci crescere attraverso la sua parola nella totale fiducia di chi si decide ad imparare da lui!

La lezione da imparare è quella ricordataci domenica scorsa: siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro (Lc 6,36). Tutto si gioca qui: fare con lui come lui!

Ma a volte questo impegno può risultarci difficile e invece di mettere in pratica la Parola scegliamo facili deviazioni che a volte indichiamo poi anche ad altri diventando così guide cieche. Chi svaluta la Parola è una guida cieca, un falso maestro così come chi cade nel giudizio uccide e chi non si sofferma sulla propria miseria è un ipocrita.

Il vangelo di questa domenica è molto chiaro: l’unico modo per essere figli e fratelli e dunque l’unica possibilità di realizzare la nostra vita consiste nell’essere misericordiosi; solo così saremo capaci di portare frutti buoni.

Se non ci apriamo alla misericordia, se crediamo di vedere bene ponendoci forse anche alla guida di altri siamo ciechi che non sanno orientarsi. Il dono della salvezza e dunque dell’amore salvante di Dio che si fa dono di prossimità per ognuno di noi non è frutto delle nostre conquiste ma frutto della grazia di Dio elargita a ciascuno di noi senza merito. Pertanto, vero discepolo è colui che resta sempre in ascolto del Maestro sapendo che la nostra vita non cambierà attraverso il molto sapere ma grazie al molto sapore cioè all’esperienza continua di lui, del Signore. Per questo nessuno è più del suo maestro.

In questo cammino di conversione, allora, non possiamo essere impegnati a togliere la pagliuzza dall’occhio dell’altro, ma a guardare le travi che ci sono nel nostro tenendo sempre presente il dono di misericordia che il Signore fa a me e che io devo dare ad altri. Il giudizio uccide l’altro e me che lo sto facendo perché ci si mette al posto di Dio, l’unico che può giudicare.

Ma le azioni nascono dal cuore; se abbiamo le radici in Dio i frutti saranno buoni, se invece le mettiamo altrove saranno cattivi. Ognuno agisce secondo la propria natura e parla di ciò che coltiva nel proprio cuore per questo ognuno di noi deve permettere alla misericordia del Signore di entrare nel cuore per sanarlo e per portare frutti di misericordia. Saremo così veri figli e veri fratelli impegnati nel dono della comunione.

A noi la sfida!

sr Simona Farace, PME