Il Vangelo di oggi ( Lc 6,27-28), VII domenica del Tempo ordinario, segue il discorso delle Beatitudini che abbiamo ascoltato la scorsa domenica.

Gesù continua: “Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano”.

Queste parole ancora oggi le avvertiamo lontane dal sentire comune.

Com’è possibile amare il proprio nemico e fare del bene a coloro che ci odiano?

Ma Gesù non si ferma. E aggiunge: “A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra: a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica”.

Tutti sperimentiamo quanto sia difficile perdonare chi ci fa qualche torto. Quanto è ancor più difficile perdonare chi si mostra nostro nemico!

Un Vangelo che invita non solo di perdonare le offese, ma che giunge sino a richiedere l’amore per i nemici, è troppo distante dalla vita quotidiana.

Non un amore astratto, ma un amore che si traduce in tanti piccoli gesti quotidiani che verificano la verità del nostro amore. Sarebbe ridicolo, per Gesù, amare solo quelli che ci amano: non avremmo alcun merito, ma soprattutto il nostro amore non sarebbe segno distintivo della nostra appartenenza a Cristo: anche i peccatori fanno lo stesso (v. 32).

Il racconto evangelico di oggi termina con il “comando” di Gesù: siate misericordiosi come è misericordioso il nostro Padre; non c’è altro traguardo verso il quale tendere, se non quello di un amore che sa perdonare perché ha sperimentato il perdono.

Amare fino al dono di se, senza riserve e senza tornaconti; amare tutti, sempre, senza nessuna eccezione.

Chiediamo al Signore di aiutaci a scoprire la concretezza della carità, una carità che costruisce la fraternità; di aprire i nostri occhi perché alle nostre parole facciano sempre seguito gesti concreti.

suor Assunta Cammarota








 

 







La nuova realtà suscita stupore (v.22) che fa sorgere inquietanti interrogativi sull’identità di quest’Uomo che sembra essere già noto agli abitanti di Nazareth: è il figlio di Giuseppe (v. 22).

I fedeli ebrei presenti nella sinagoga hanno la presunzione di conoscere già il Figlio di Dio e le sue opere… Tutto è già scontato: farà miracoli per aumentare la fede… e aspettano che questo si compia, che il medico curi se stesso ( v.23), la sua gente.

Eppure Gesù non farà alcun segno. Perché? Perché l’agire di Gesù non venga frainteso come “miracolistico”.

La fede, la nostra fede, è storia di incontro, non di spettacolarità di eventi… è cammino verso la vera Patria, non attesa di “magie”.

E così Gesù ricorda ai suoi uditori, l’atteggiamento di fede che, nel corso del tempo, hanno avuto i pagani, i quali, pur senza conoscere il Dio d’Israele, hanno fiducia, fede in Lui ed ottengono la manifestazione dei prodigi del Signore, delle Sue meraviglie. Questo succede a Zarepta di Sidone in cui una vedova che aveva pure un figlio, aveva pochissima farina e pochissimo olio per cuocere focacce, così sarebbero morti. Giunto il profeta Elia, le chiede da mangiare, di fidarsi nell’aiuto di Dio, e farina e olio non diminuirann , nel paese gravava una forte carestia.

Allo stesso modo successe al lebbroso Naaman, Siro, il quale fidandosi della parola del profeta Eliseo, si bagnò nel fiume Giordano, uscendone totalmente guarito dalla lebbra che lo attanagliava.

Tutto questo ci mostra che Dio non fa preferenze di persone (At 10,34) per manifestare i suoi prodigi, ma che richiede da noi solo un’apertura di fiducia verso la Sua Parola.

Gli uditori di Nazareth restano scandalizzati davanti a questi esempi portati da Gesù e così, vogliono cacciarlo. Siccome il Figlio di Dio non si comporta come loro avrebbero voluto, secondo i loro desideri, lo scacciano via, senza nemmeno ascoltarlo, ma Gesù, per primo, se ne va. È questa un’occasione persa per i nazarethani, Gesù è alla porta e bussa: se qualcuno Gli apre, verrà da lui e cenerà con lui (Ap 3,20) dando vita ad una forte comunione, ma se nessuno apre andrà via e sperimenteremo il buoi della solitudine.

Sant’Agostino era solito dire: “Temo il Signore che passa…”.

Che il Signore, al Suo passaggio, ci trovi vigilanti, in attesa del Suo arrivo, pronti all’ascolto della Sua Parola di salvezza, con la lampada della fede accesa affinché la sua fiamma arda per Lui e brilli per il mondo, facendo luce, per tutti i fratelli.

sr Simona Farace, P.M.E.

La liturgia della Parola di oggi, terza domenica del Tempo Ordinario, ci propone due brevi pericopi evangeliche tratte da due diversi capitoli dell’evangelista Luca: l’inizio del suo Vangelo (1,1-4) e quello che Luca ritiene l’inizio della vita pubblica di Gesù (4, 14-21).

Il suo racconto del Vangelo Luca lo scrive “dedicandolo” a Teofilo, amico di Dio, lo dedica cioè agli amici di Dio di ogni tempo, lo dedica ad ognuno di noi perché è solo in chi ascolta la Parola da amico, da figlio, che questa può portare frutto, poiché è l’amico che si fida ciecamente, ascolta, mette in partica i consigli.

Il brano che subito segue l’inizio del Vangelo è quello del racconto dell’ingresso di Gesù nella sinagoga di Nazareth, dove gli viene consegnato un rotolo della Parola di Dio sul quale era scritto un brano del profeta Isaia.

La lettura che Gesù fa possiamo considerarla il manifesto programmatico di tutta la sua missione; annuncia una buona notizia ai poveri, la liberazione per i prigionieri, la vista ai ciechi, la libertà agli oppressi (Is 61,1-2).

Gesù non fa complicate considerazioni sull’antichità del testo, sull’epoca in cui è stato composto, ma afferma che oggi si è adempiuta questa scrittura.

Colui nel quale tutte le promesse di Dio sono diventate concrete non può leggere la Parola senza metterla in pratica, realizzarla immediatamente.

Chiediamo al Signore di donarci il suo Spirito, lo stesso con il quale era unto Gesù e che gli ha dato la capacità di portare avanti la sua missione in questo mondo.

Unti dalla forza dello Spirito anche noi potremo vivere nel nostro oggi la missione che il Padre ci ha affidata a servizio dei piccoli della terra.

Chiediamogli di renderci suoi amici affinché illuminati e guidati dalla Sua Parola possiamo essere Sua presenza nel mondo.

                                                                       suor Maria Assunta Cammarota

Riprendere il cammino ordinario della fede non è cosa facile. È sempre più naturale vivere momenti entusiasmanti, feste ed eventi sorprendenti. Ritornare alla quotidianità è ciò che ci destabilizza maggiormente, in quanto ci riporta alla nostra vita di sempre. È interessante, invece, il movimento della liturgia: dopo le grandi feste natalizie con luci e colori, siamo trasferiti in una festa di nozze. Quello di Cana è il primo dei segni di Gesù: egli si presenta oggi come lo sposo venuto a portare a compimento l’alleanza tra Dio e l’uomo e finalmente l’uomo ottiene il vino “bello”, simbolo di gioia e di amore. Nella Bibbia il rapporto tra Dio e l’uomo è simboleggiato dalle nozze: Dio è lo sposo, fedele, amorevole, forte, mentre l’umanità è la sposa, chiamati tutti ad un rapporto di intimità e di tenerezza con Lui. A Cana manca il vino; oltre a un errore di calcolo degli sposi, ci dice qualcosa di più: dov’è l’amore e la gioia? Con Gesù ognuno può gustare il vino della gioia! Con questo segno Gesù non fa fatto un miracolo di guarigione, ma ci ha semplicemente salvati da quel male sottile che distrugge la nostra umanità: la mancanza di amore e di gioia. Quanti adolescenti e giovani percepiscono che nelle loro case ormai da tempo non c’è più questo vino! Quante donne sole e rattristate si domandano quando l’amore se n’è andato. Quanti anziani si sentono abbandonati e senza il nutrimento dell’amore quotidiano dei loro figli. La mancanza di vino può essere anche la conseguenza della mancanza di lavoro, delle malattie, delle situazioni problematiche che le nostre famiglie attraversano; o un matrimonio che entra in crisi e non sai che fare, una relazione d’amicizia che s’incrina, un sacerdozio che scricchiola. Sperimentiamo così quello che dice il maestro di tavola: tutti prima servono il vino buono, ma poi, con il passare del tempo, quello meno buono; nel mondo tutto all’inizio è bello, pieno di vita e di amore. Poi, se non lo alimentiamo, tutto invecchia, decade: il vino si fa sempre più scadente. Solo chi vive distrattamente non se ne accorge. La nostra esistenza è una chiamata all’amore, a donarci, ad andare oltre noi stessi; ma c’è un momento nella vita in cui non ce la facciamo più, in cui finisce la nostra capacità di salvare le situazioni con le nostre forze, in cui non basta la buona volontà; abbiamo bisogno di aiuto. Cristo viene per darci questa salvezza, questa pienezza, viene per colmare i nostri vuoti interiori con il suo Spirito. Ma attraverso Maria ci chiede una cosa: di ascoltarlo. Lei ha capito che qualsiasi cosa dica Gesù va fatta, perché Lui è il Signore e può tutto! Il Signore ordina di riempire le giare e di portare il vino al maestro di tavola. È curioso: sono i servi a far tutto, Dio sta fermo: Dio lo fa fare a noi il miracolo. Egli ci chiede obbedienza: e smettiamola di fare di testa nostra, di seguire le nostre strategie, obbediamo a Lui! Quante volte noi arriviamo al punto di non farcela; lì abbiamo due scelte: o lasciare tutto,  oppure usare quella crisi per cercare nuove risorse, senza scappare. Ma dove trovare la forza di andare oltre? Ecco, quella è l’ora di mettersi nelle mani di Dio, di provare ad obbedirgli sul serio, di invocare e fare esperienza del Suo Spirito, perché è l’obbedienza a Dio la via d’uscita di tutti i nostri vuoti!

don Franco Bartolino

Il racconto lucano che la liturgia di questa domenica  ci invita a meditare , nella festa del Battesimo di Gesù, tocca una domanda cruciale della nostra fede: ”Chi è Gesù?”. Tale domanda ha ricevuto un’infinità di risposte, che mostrano il tentativo da parte del credente, di accostarsi al mistero della sua presenza..

Sullo sfondo della scena c’è il popolo dei battezzati, da cui avanza la figura di Gesù. Il centro focale non sta nell’azione battesimale, ma nei fatti che l’accompagnano: si aprono i cieli, lo Spirito scende verso di Lui e si ode una voce che annuncia l’identità di Gesù:” Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento”.

I cieli che si aprono non preludono a una  visione  celeste, ma alla discesa sulla terra dei beni divini, dei quali il principale è proprio lo Spirito Santo, effuso su tutti, attraverso il Figlio, che lo possiede in pienezza. Egli è” il Figlio amato”, che offre l’unico sacrificio accetto al Padre; è il nuovo popolo che viene definitivamente liberato: lo Spirito non solo scende su Cristo, ma rimane su di Lui “perché gli uomini riconoscano in Lui il Messia, l’inviato a portare ai poveri il lieto annunzio”. Lo Spirito, che non aveva più dimora fra gli uomini, ora rimane sempre nella Chiesa. La missione di Cristo è prefigurata in quella del Servo di Jahvé, colui che porta su di sé i peccati del popolo. In Cristo che si sottopone ad un atto pubblico di penitenza, vediamo la solidarietà del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo con la nostra storia.

Gesù non prende le distanze dall’umanità peccatrice, al contrario, si immedesima con essa per meglio manifestare il mistero del nuovo lavacro. Dopo il battesimo, Gesù prega, insegnandoci che solo nell’interiorità  anche noi possiamo diventare consapevoli  di ciò che accade nei sacramenti. Solo nell’interiorità, coltivata con determinazione, possiamo fare esperienza di quanto siamo amati. Solo nella preghiera scopriamo che  la presenza di Dio è fuoco che illumina e consuma.

Signore Gesù, Figlio amato, sei venuto tra noi peccatori percorrendo i nostri stessi sentieri di conversione. Tu hai scelto e vissuto il nostro stesso camminare nel mondo per incontrare Dio. Non ci hai svelato un Dio irraggiungibile, onnipotente e lontano, ma il volto di un Dio , come padre vicino e pastore attento. Tu, figlio amato, sei sceso in campo per noi, senza disdegnare la nostra fragilità e il nostro peccato: sei sceso tra noi per sollevarci verso Dio. Noi ti lodiamo e ti ringraziamo!

 

 

sr Annafranca Romano