Il vangelo di Marco, che ci sta accompagnando durante tutte queste domeniche, ha come obiettivo rispondere alla domanda “Chi è Gesù?” e di conseguenza “Chi è il discepolo?”
Il vangelo di oggi, XXX domenica del Tempo Ordinario, ha come protagonista la figura di Bartimeo. Anch’egli ci aiuta a dare un ulteriore risposta a queste domande.
Bartimeo è un uomo cieco che vive nella città di Gerico. La sua condizione di vita lo obbliga a stare seduto e a mendicare.
La notizia del passaggio di Gesù fa rinascere in lui la speranza ed egli grida per attirare l’attenzione del Maestro invocandolo con il titolo di Figlio di Davide.
Fa così la sua professione di fede, si affida a lui implorando la sua misericordia.
Gesù nella sua lungimiranza si ferma, riesce a scorgere cosa c’è nel cuore di quell’uomo e lo fa chiamare suscitando in lui un enorme entusiasmo.
Anche a lui Gesù, come ai due fratelli della scorsa domenica, chiede “Che cosa vuoi che io faccia?”. Alla supplica di Bartimeo corrisponde il miracolo perché Gesù riconosce la sua grande fede.
La figura di Bartimeo rappresenta ognuno di noi, che tante volte presi dallo smarrimento e dall’incertezza sembra che i nostri occhi non vedano vie di uscita.
Gesù attraversa le nostre strade, ha compassione delle nostre infermità, condivide le nostre debolezze. Egli però ci interpella, chiede che cosa vogliamo veramente; Gesù può colmare i desideri più profondi del nostro cuore, ma nel dialogo con lui dobbiamo prendere coscienza di cosa realmente vogliamo e assumercene la responsabilità.
Il Signore illumini gli occhi del nostro cuore e ci doni la gioia e la forza di percorrere, dietro a lui, la via che ha tracciato per ognuno di noi.

suor Assunta Cammarota

Il tema di questa 29^domenica del tempo ordinario è il servizio e cade proprio nella Giornata Missionaria mondiale…una bella coincidenza.

Nel Vangelo di oggi Gesù chiarisce quale sia la missione del discepolo, quale siano i termini e le condizioni nel Regno di Dio, quale il suo orizzonte. Il Vangelo si apre con una richiesta dei fratelli Zebedeo, quelli che avevano lasciato l’azienda ittica del papà e le reti da riassettare sulla spiaggia per seguire il maestro: “Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e una alla tua sinistra”…Una richiesta che dimostra quanto in realtà i discepoli non avessero capito molto dell’annuncio di Gesù, della sua identità e missione e quanto siano lontane le ambizioni dei due giovani dal testo programmatico delle beatitudini, che pur avevano ascoltato.

I due non hanno ancora compreso la logica capovolta del Vangelo e non riescono ad accogliere la sua prospettiva che vince chi perde, regna chi serve, è primo chi è ultimo, è più grande chi è più piccolo…I discepoli sono sconvolti e spesso anche a noi i contano non tornano. E’ nella natura degli uomini il comando, il potere e aveva ragione quel politico di lungo corso, Giulio Andreotti, quando affermava: “Il potere logora chi non ce l’ha”. Gli altri dieci, infatti, non sono da meno, si indignano con Giacomo e Giovanni e contro quel loro privilegio rivendicato.

La logica del Vangelo va in un’altra direzione, possiamo accoglierla come rivelazione dall’alto, come dono…possiamo impararla, lasciandoci educare: “L’essenziale è la trasformazione del nostro cuore che è piccolo, chiuso, egoistico, in un cuore che diventa, come il cuore di Cristo, in comunione di amore, di dedizione, di offerta assoluta di se stesso per gli altri” (Vannucci G.).

Educarci ed educare al servizio, ritrovando le motivazioni profonde e sentendone tutta la responsabilità rispetto alla vita e al mondo. La 92^ Giornata missionaria mondiale, che oggi celebriamo, è un invito e uno stimolo in questa direzione: “Giovani per il Vangelo”.

Viola Mancuso, pme

Il testo evangelico di questa domenica ci invita a riflettere sull’esperienza di un “tale” che corre incontro a Gesù, pieno di slancio e desiderio, e portando nel cuore grandi domande ed attese, vuole sapere come vivere secondo la logica di Dio.

E’ corretto ed onesto nel suo porsi: sa che la salvezza si riceve in eredità se la si desidera con cuore puro. Gesù lo accoglie con simpatia, gli chiede di osservare i comandamenti, concentrandosi su quelli rivolti all’uomo. Il ricco risponde di averli sempre osservati fin dalla giovinezza. Gesù lo ama e lo fissa. Uno sguardo di bene, che vede il positivo e gli chiede di lasciare le ricchezze, di condividere i suoi beni, di entrare nella logica di chi si sente fratello, di chi sa che la ricchezza è dono di Dio. Ma egli non se la sente, resterà ricco, ma triste. Non usa la sapienza invocata nella prima lettura. Non accoglie la spada della Parola, descritta dalla lettera agli Ebrei.

Gesù ama il giovane ricco, lo guarda con tenerezza, vede in lui una grande forza e la possibilità di crescere nella fede. ”Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo: e vieni! Seguimi!” (10,21).     Quello sguardo è la perla preziosa cercata a lungo, che permette di vendere tutto; è il tesoro nascosto nel campo, che una volta trovato, spinge a vendere tutto per comprare il campo. Gesù gli chiede di liberarsi di tutto per avere di più; di fare il miglior investimento della propria vita. La ricchezza può ingannare, può fallire; la pienezza è altrove ed esige un cuore libero e solidale. Ma egli preferisce rimanere intrappolato in se stesso, chiuso come in un guscio, intento a custodire e a non perdere nulla di quanto possiede. Osserverà tutti i comandamenti, ma non avrà la gioia, perché ha scelto di avere e non di essere.

Ha posto la sua sicurezza nei beni e non nelle parole di Gesù, che non propone la povertà, ma la comunione; lo invita ad aprire il cuore a chi non possiede nulla; i beni hanno un senso solo se vengono offerti e condivisi. Solo quando ci accorgiamo che siamo oggetto dell’amore di Gesù, riusciamo a scoprire che in forza di quell’amore si possono fare delle scelte radicali, l’orizzonte del nostro cuore si allarga; allora si può lasciare tutto e affidarsi alla sua potenza e fedeltà, seguendolo nel quotidiano cammino.

Quello che Gesù propone al giovane ricco e a noi oggi, non è tanto di spogliarci di tutto, quanto di essere uomini liberi. A Pietro che afferma: ”Signore, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito, cosa avremo in cambio”? risponde: ”Avrete in cambio una vita moltiplicata, cento volte tanto in fratelli, sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà”.

Seguire Cristo è lasciare tutto, per avere tutto. Il Vangelo chiede la rinuncia, ma solo di ciò che impedisce il volo, per scoprire che il vivere semplice e sobrio spalanca possibilità inimmaginabili. Chi segue Gesù avrà benedizione, avrà tutto, perché avrà Lui, che è il Signore della vita: ricchezza, tesoro che mai si consuma.

sr Annafranca Roman

Nel vangelo di Marco, i farisei, volendo mettere alla prova Gesù per poi incolparlo di un qualche reato, lo interrogano circa la possibilità di divorzio che, secondo la legge di Mosè, era possibile praticare dai soli uomini del popolo di Israele (Dt 24,1-4).

Gesù, come sempre, non si lascia trarre in inganno e va direttamente al centro del problema ricordando loro che il cuore dell’uomo dopo il peccato è diventato insensibile e di pietra perdendo così la sua condizione originaria di essere con, essere per ed essere in Dio e con gli altri. L’alleanza si infrange e l’uomo si scopre solo, limitato e chiuso in se stesso. Ma all’inizio non fu così: Dio creò l’uomo e la donna perché i due vivessero insieme e fossero una carne sola (Gen 2,24). È questa la vocazione originaria di ogni essere vivente: vivere la vita come dono rispondendo nella fede al piano originario di Dio; solo così potremo evitare di cadere in un nuovo legalismo o formalismo come quello dei farisei del tempo e potremo comprendere che amare ed amarsi nella reciprocità è sì difficile perché spesso la durezza del cuore, l’egoismo, la superbia, la prepotenza prendono il sopravvento, ma che è anche una scuola di vita in cui si impara a scoprire l’altro non come oggetto di possesso o mezzo da manovrare a proprio piacimento, bensì un altro da accogliere e valorizzare per dare vita alla “diaconia”, al servizio reciproco nella coppia, nella famiglia, nella Chiesa.

Gesù ci insegna che la via per realizzare tutto ciò è la semplicità: diventare come bambini, come persone cioè che nella fede sanno di non essere soli ma sempre illuminati e guidati dal Padre a cui potersi sempre affidare con tutto il cuore certi di trovare aiuto, comprensione, ristoro.

Signore, ti ringraziamo di averci dato l’amore.
Ci hai pensato “insieme” prima del tempo
e fin d’allora ci hai amato così,
e ci hai creato l’uno per l’altro.
Il nostro amore è nato dal tuo, immenso, infinito.

Signore, che tutto conosci,
fa’ che noi pure ci conosciamo profondamente.
Che le difficoltà e le asprezze dell’indole,
i piccoli malintesi, gli imprevisti e le indisposizioni
incontrino in noi la generosa e cortese volontà
di sacrificarci, di capire, di perdonare. Amen (S. Perico S.J.)

suor Simona Farace

“La gente, chi dice che io sia?” […]”Ma voi, chi dite che io sia?”. Eccoci di nuovo davanti a questa difficile domanda di Gesù. È una domanda che nasce lungo il cammino, mentre si percorre la strada con lui, mentre sotto gli occhi avvengono miracoli, mentre la presenza di Gesù lascia una scia di bellezza e mistero, e nei cuori più sensibili il desiderio di essere felici: “Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?» (Mc 10,17).  Lungo questa strada e percorrendo questi villaggi Gesù ha incontrato una umanità dai mille volti: chi lo accoglie e chi lo rifiuta, chi si fida di lui e chi lo mette alla prova, chi pensa già di sapere cosa fare – basta osservare i comandamenti –  e, chi si domanda se veramente osservare è anche amare.  E allora bisogna interrogarsi, ed è l’atteggiamento proprio di chi è già in cammino, chiedersi  chi stiamo cercando e seguendo.
La prima domanda di Gesù, “La gente, chi dice che io sia?”, è semplice, non impegna il cuore, basta riferire. E i discepoli lo fanno, probabilmente parlano tutti. L’evangelista Marco usa il plurale, forse raccontano molto di più di quanto riportato sinteticamente nel vangelo.
Molto più impegnativa è “Ma voi, chi dite che io sia?”,  interroga la loro persona, le loro vite, il loro cammino. Gesù con questa domanda richiama la loro consapevolezza. Non è infatti una domanda che serve a Gesù, ma ai suoi discepoli di ogni tempo, a noi che ancora oggi con Lui percorriamo strade, villaggi, metropoli incrociando storie e vissuti. E mentre viviamo tutto questo ci può capitare di dimenticare chi sia il Signore per noi o di non averne la piena consapevolezza. Serve a noi sapere chi è Dio per noi. E allora ben vengano le soste che non fanno fermare, ma bensì aiutano a ripartire. Anche i discepoli con Pietro sono chiamati a questo passaggio, ripatire dopo una verifica onesta e mettersi dietro al Maestro che annuncia la via della croce, quale unica strada dell’amore vero e eterno. Ogni volta che si tenta di deviare da questo percorso arriva puntuale il rimprovero che ci riposiziona al posto giusto, cioè dietro a Lui per ri-imparare a pensare secondo Dio. Altra cosa e aver intuito chi è Gesù e altra è condividere poi la sua logica e intraprendere la stessa sua strada. Chi non la pensa come Lui automaticamente diventa ostacolo all’amore vero che chiede tutto e dona tutto.
E allora Gesù ritiene necessario chiarire questa sua scelta, discepoli e folla non hanno compreso che se qualcuno vuole seguirlo deve fare i conti con questa nuova prospettiva che ci vede perdenti ma felici, deboli ma capaci di amare, poveri ma in grado di offrire la vita… perchè “nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (GV 15,13).
                                                                              Sr Giuliana Imeraj