Con questo ritornello ripetuto nel salmo responsoriale, abbiamo la chiara manifestazione dell’intento primario di Dio: tutti sono suoi figli, tutti sono chiamati a vivere in Lui senza preferenze di nessun tipo.
È la storia raccontata oggi da san Matteo circa i Magi, i cercatori dell’oriente, i quali, in base ai propri studi circa l’astronomia e agli studi delle “Scritture” da parte dei sapienti di erode, si mettono in cammino per cercare, trovare e adorare, il nuovo Re, il Figlio di Dio.
La nascita del Salvatore – Re, mette in discussione il potere politico del tempo: Erode ha paura (v. 3) di perdere il proprio impero e vuole servirsi della ricerca dei Magi (v. 7) non per accogliere Dio nella propria vita, ma per vedere come sbarazzarsene, anche se questo costerà la vita di tante altre persone (strage degli innocenti).
I Magi, invece, seguono la stella apparsa sul loro cammino, seguono il desiderio che li porta fino alla casa dove era riunita la sacra famiglia e lì, donando i loro doni (v. 11), si prostrano e riconoscono Dio nell’umiltà, nella piccolezza, nell’infanzia di un Bambino. È questa la vera regalità di Dio che non poggia su regni umani, su potenza, forza e ricchezza, ma sulla piccolezza e sulla necessità!
Quanto è lontano questo modo di pensare dal nostro! Dio ci ricorda che la forza vera che viene da Lui sta nella nostra debolezza e noi ricerchiamo potenze terrene; Dio ci ricorda che la ricchezza vera risiede nella povertà e nell’aver bisogno degli altri per la nostra crescita umana e affettiva e noi ci riempiamo di beni consumistici senza fine per sentirci qualcuno che conta, che vale, che è apprezzato…
Dove ci guida la nostra stella (v. 2)? Dove ci porta il nostro desiderio? Verso questo Dio che fa di noi la Sua dimora o verso altri approdi che ci lasciano sempre un senso di vuoto? Dio si “manifesta” a noi e noi dobbiamo solo accoglierlo nella nostra vita e fare di questa un’offerta continua per Lui e per i fratelli.
È questo il senso della solennità odierna in cui l’epifania – manifestazione del Signore ci ricorda che per scorgerlo presente in mezzo a noi, dobbiamo orientare verso di Lui tutto il nostro desiderio e tutta la nostra persona, perché una volta trovatoLo, possiamo inginocchiarci e adorarLo in un rispettoso silenzio fatto di preghiera, di offerta, di lode.
Dopo aver contemplato la Santa famiglia nella grotta di Betlemme, dove ha inizio la loro storia, ora la troviamo in viaggio verso Gerusalemme. E’ una famiglia chiamata a custodire il mistero, e la sua storia inizia proprio accogliendo il mistero dell’Incarnazione: accogliendo sulla terra il figlio di Dio. Come tutti i buoni ebrei, Maria e Giuseppe si recano a Gerusalemme, al tempio. E il tempio sembra essere il luogo preferito anche da Gesù che ormai ha dodici anni e discute con i dottori della legge, mentre i suoi genitori lo cercano affannati. Proprio come in una normale famiglia ci si perde, ci si cerca e ci si ritrova. Si vive l’ansia dell’essere genitori: Maria e Giuseppe cercano il figlio, sentono la responsabilità della custodia nei confronti di Gesù e, spontaneo, viene il rimprovero di Maria: “Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco tuo padre e io, angosciati ti cercavamo”. Poche parole come sempre, da parte di Maria, ma che esprimono pienamente lo stato d’animo e soprattutto rivelano che ancora i genitori di Gesù non hanno compreso fino in fondo chi è Gesù. Sarà la sua risposta a rimetterli sulla strada della comprensione di questo grande mistero. La risposta di Gesù ricorda loro che il suo posto è la casa del Padre, che lui è il figlio di Dio a loro affidato. La risposta di Gesù ricorda loro di fare come i maestri della legge nel tempio: ascoltarlo e mettersi alla sua scuola. Non comprendono Maria e Giuseppe, ma intuiscono che ancora una volta si devono fidare di questo progetto che proprio a Gerusalemme si compirà. Ricomincia la loro vita di silenzio, tutti riprendono il quotidiano, Gesù torna ad essere sottomesso pur rimanendo figlio di Dio perché chi si abbassa non perde nulla della propria dignità. Il Dio che per trent’anni vivrà silenziosamente a Nazaret ha scelto la via dell’amore e non dell’apparenza, la via delle piccole cose e non i grandi palcoscenici. La sottomissione di Gesù e il silenzio di Maria sono la grande lezione per ogni famiglia che vuole santificare la vita, vuole custodire l’amore, vuole camminare insieme. Per ogni cammino di comunione vero c’è bisogno di chi ascolta, di chi fa silenzio, di chi custodisce nel cuore ogni evento. Di chi accetta di proseguire pur non avendo compreso, di chi non smette di cercare l’altro…Che la Sacra Famiglia ci insegni a vivere cosi le nostre relazioni!
Durante le trascorse tre domeniche del tempo di Avvento la liturgia ci ha invitati a riflettere sulla speranza, sulla conversione, sulla gioia; oggi, quarta domenica di avvento ci viene annunciato dal profeta che il Salvatore nascerà in una piccola città, Betlemme, nella quale è nato il pastore di Israele, Davide, e il Cristo Gesù tanto atteso proprio da lui.
La liturgia di oggi è ancora un invito alla gioia, la gioia che nasce dall’aprire il cuore a Gesù e alla sua Parola; il Vangelo infatti ci racconta dell’incontro gioioso tra Maria e Elisabetta. La risposta di Maria all’annuncio dell’angelo: “Ecco sono la serva del Signore” diventa immediatamente disponibile per tutti gli uomini e si fa servizio.
Maria, saputo che la cugina Elisabetta era incinta, partì subito sostenendo un lungo viaggio attraverso una regione montuosa e giunse in una piccola città della Giudea dove viveva Elisabetta. Non appena fu entrata, il bambino di Elisabetta sussultò di gioia e la cugina, colma di Spirito Santo, la salutò con le parole: “Benedetta tu fra, le donne e benedetto il frutto del tuo grembo. A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?” La gioia di Maria nasce dalla sua fede, dall’aver creduto alle promesse di Dio; le due donne in situazioni diverse aspettano un bambino e sono la dimostrazione che a Dio niente è impossibile!
Ma Maria è soprattutto “Beata, perché ha creduto alla Parola del Signore” e ha realizzato con il suo “sì” la volontà del Padre su di lei, non ha chiesto spiegazioni, si è fidata di Dio, ha avuto fede in lui.
Beato dunque chi ha fede, chi si fida del Signore, chi crede che vale la pena amare, donare senza riserve affinché Gesù possa ancora operare in noi e attraverso di noi… solo così sarà Natale.
È la domenica della gioia e della fiducia. Difatti il nostro cuore è assetato di felicità; la vorremmo a tutti i costi, ci affanniamo per averla, ci arrabbiamo quando non la sentiamo dentro di noi. La Parola di Dio nella liturgia di oggi – in questo cammino di Avvento, che è un cammino non solo di impegno, ma soprattutto di speranza – ci invita con forza alla gioia del cuore.
E allora, che cosa dobbiamo fare? È il grido che le folle rivolgono a Giovanni il Battista. È una domanda che molte volte mi pongo. Per essere il cristiano della gioia, cosa devo fare? È chiaro che, se noi ci guardassimo attorno, troveremmo delle risposte a volte scontate. La gente sostiene che, per riuscire nella vita ed essere gioiosi, bisogna avere più denaro, più potere, più soldi. Sempre di più.
Per essere cristiano, Giovanni suggerisce non un più, ma un meno o meglio vivere la nostra vita condividendo, non rubando, non essendo violenti. Ossia fare le cose di sempre, ma con grande umiltà, perché l’accoglienza nasce sempre dalle piccole cose. Giovanni ci invita a vivere il nostro lavoro ma in modo diverso, ossia con onestà, senza pretendere troppo dagli altri. Essere persone miti, anche se in un mondo di lupi. La vera gioia nasce dalle piccole cose di ogni giorno; chi è attento alle piccole cose, vive i grandi traguardi della vita. Non ha senso proclamare grandi cose, ma poi non riuscire a metterle in pratica. La gente stava pensando che fosse Giovanni il Messia, ma Giovanni subito interviene dicendo che arriverà il vero Messia e battezzerà con lo Spirito Santo e il fuoco: il giudizio e la salvezza insieme. Un fuoco che ti brucia, ti mette in crisi, scardina le tue sicurezze. Lui, Giovanni, può solo sciogliere il legaccio dei sandali di Cristo, anzi non è nemmeno degno di questo. È Gesù che setaccerà il grano per espellere la pula quale giudizio finale, invitando ogni uomo alla conversione.
Noi siamo invitati a rallegrarci sempre nel Signore perché, come dice san Paolo, la nostra gioia sia nota a tutti. La fede cristiana è una gioia autentica e vera. Non una gioia sciocca, perché scaturisce da un incontro vero con Gesù. Una gioia che capisco a partire dalla sofferenza, perché la gioia si gusta maggiormente solo se si riesce a superare una fatica, una tristezza. Solo in quel momento comprendiamo cosa significhi una conversione vera, capace di cambiare la nostra vita. Noi siamo persone profondamente amate da Dio, da Lui stimate e questo è il primo cammino di fede e di conversione. Siamo chiamati ad accogliere con gioia questo Dio. Un Dio che viene a donare a tutti una lieta notizia, anche se stiamo vivendo realtà tristi e difficili e magari non sappiamo dove sbattere la testa specie in questi momenti di crisi. Perché viene in mezzo a noi il Dio della gioia.
Santa Maria, Vergine del mattino, donaci la gioia di intuire, pur tra le tante foschie dell’aurora, le speranze del giorno nuovo. Ispiraci come Giovanni parole di coraggio. Amen.
Inizia per noi cristiani una “nuova avventura” di meditazione. Con la prima domenica di avvento si dà avvio all’anno liturgico e ci si immerge in un clima profondo di attesa del ritorno del Signore.
L’avvento è un periodo di tempo che dura circa 4 settimane. Dal latino ad-ventus, attesa. Esso ci cala sì nel ricordo di un passato (la prima venuta di Cristo) che diventa per noi storia della salvezza, ma ci proietta pure nel futuro, in quella seconda venuta di Cristo che, come un ladro di notte (1Ts 5,2) ritornerà nella vita di ognuno di noi. In realtà, il Vangelo proposto oggi alla nostra riflessione si apre su uno scenario apocalittico per evidenziare meglio il giorno della venuta del Signore, il giorno del giudizio, il tempo futuro, l’escatologia, cioè il tempo del ritorno del Figlio dell’Uomo.
L’apocalittica è un genere letterario sviluppatosi in Israele molti anni prima della venuta del Cristo; il libro del profeta Daniele, per esempio, ne risente molto di questo influsso che punta sul racconto di eventi terribili per raffigurare l’immensa potenza che si sprigionerà nel giorno della venuta del Signore. Ci sono quindi per noi cristiani, due tempi di avvento: uno in cui facciamo memoria della venuta di Cristo nella nostra carne, nell’umiltà della condizione umana e un altro, quello del ritorno glorioso di Cristo. Tra questi due momenti, ha vita la storia dell’uomo e del cristiano che attende con impazienza il ritorno del Signore (escatologia).
Questo termine che indica il discorso sugli eventi finali della storia e del mondo, ci fa pensare ad un tempo futuro ancora da venire, ma che è già presente in mezzo a noi; sappiamo infatti che il regno di Dio è già iniziato e che è già in mezzo a noi (Mc 1,14-15). Noi camminiamo già nella meta e non solo verso la meta; siamo immersi nella venuta del Signore in mezzo a noi e ne attendiamo il pieno compimento finale, quando lo vedremo faccia a faccia. Il Vangelo di oggi, allora, ci ricorda proprio questo: la venuta del Figlio dell’uomo tra le angosce, la sofferenza e le depressioni dell’umanità. Egli, il Figlio dell’Uomo, libererà l’umanità da tutte queste sopraffazioni, ridonandole la vera libertà dei figli di Dio.
Ma chi è il Figlio dell’Uomo? Nei Vangeli è citato ben 70 volte e, molte di queste, sono pronunciate proprio da Gesù. Questo titolo, indica sia l’umanità di Gesù e tutta la sua vicenda storica, sia Colui che detiene un potere eterno che mai tramonterà di un regno che mai avrà fine, come ci ricorda il profeta Daniele al cap. 7 (1° lettura di domenica, festa di Cristo Re). Per gioire della venuta di Cristo, però, dobbiamo imparare ad essere vigilanti e perseveranti nella preghiera, facendo dell’Amore l’unico scopo della nostra vita. Quando il Signore tornerà, non conterà le nostre opere buone, le nostre preghiere, ma ci chiederà quanto abbiamo amato e quanto Lo abbiamo riconosciuto nei poveri, nei sofferenti, nei bisognosi.
In questo tempo di avvento, diventi questo il nostro impegno: imparare ad amare come il Padre ci ama, per essere trovati pronti a partecipare della Sua eredità.