Gesù sta andando verso Gerusalemme e camminando istruisce i suoi discepoli. Alcuni studiosi definiscono questo brano un "piccolo catechismo della comunità". Ad un tratto qualcuno guarisce e scaccia i demoni nel nome di Gesù, i discepoli se ne accorgono e glielo impediscono, perché “non è dei nostri” dicono. Marco riporta candidamente la pretesa dei dodici: “perché non ci seguiva”.

Questo brano mette davvero in crisi il nostro modo di pensare. Nei secoli la Chiesa si è sentita come l'arca di Noè: “fuori dalla Chiesa non c'è salvezza”. Solo chi apparteneva alla Chiesa cattolica, solo chi era “dentro”, solo chi era battezzato aveva la possibilità di salvarsi. Troppa mania di onnipotenza! L'appartenenza, ci ricorda il Vangelo, non è il criterio esclusivo. Dio non è questione di appartenenza, ma di amore.

Il gruppo dei dodici iniziava a sentirsi come una casta, credevano di avere l'esclusiva su alcune attività. Questo atteggiamento riflette il carattere irruente di Giovanni, infatti lui e il fratello Giacomo erano stati soprannominati da Gesù “i figli del tuono”. Gesù, ancora una volta, ridimensiona le pretese di Giovanni e dei suoi discepoli e propone il superamento dello scandalo per essere suoi discepoli in pienezza e la sua risposta, segna una svolta della storia: tutti gli uomini sono “dei nostri”, come noi siamo di tutti e sottolinea tre cose su cui fare attenzione: la mano, il piede e l'occhio.

Perché voler continuare a stare male attraverso compromessi pericolosi? Noi ci salviamo per la decisione con cui tagliamo ciò che ci fa male, ciò che nuoce alla nostra felicità.

- Se quella relazione nuoce alla serenità della tua famiglia, tagliala.

- Se quell'abitudine è pericolosa per la tua salute, tagliala.

- Se quell'ambiente provoca sofferenza ai tuoi pensieri, taglialo.

È meglio soffrire qualche minuto ora per alcuni tagli, che vivere una vita sbagliata e rendere infelici anche gli altri. Scegliere, tagliare, fa male ed è inutile nascondercelo: scegliere provoca sempre una sofferenza perché significa perdere qualcosa; è come il parto: un dolore tremendo che però dà vita. Nella vita ci sono scelte radicali; alcune hanno bisogno di fermezza, decisione, risolutezza e pertanto le nostre mani siano aperte al dono, i nostri piedi imbocchino sentieri di speranza, i nostri occhi ardano dal desiderio di vedere il Suo Volto. Si può essere di Cristo senza appartenere al gruppo dei Dodici, perché tutto il Vangelo sta in un bicchiere d'acqua.

                                                                                                     don Franco Bartolino

Celebriamo in questa domenica venticinquesima del Tempo Ordinario, la solennità di san Gennaro patrono della nostra città e della Regione Campania.

Chiedo a me e a voi: ha ancora un senso festeggiare il nostro patrono oggi, all’inizio del Terzo Millennio, in una civiltà telematica, così avanzata? Non ha il sapore di una cosa antica, ormai sorpassata? E se ha un significato, quale è per noi oggi? E tutto questo avrà un futuro dopo di noi, oppure è destinato a finire, come purtroppo farebbe intendere, e mi auguro sinceramente il contrario, il fatto che ormai sono sempre meno i napoletani che danno ai loro figli il nome di Gennaro?

Si, ha ancora un significato celebrare la festa del nostro patrono in questo inizio di Terzo Millennio, perché san Gennaro è legato strettamente alla nostra città: da sempre i napoletani chiedono grazie non solo legate alla loro persona ma chiedono pure l’intervento del santo per delle situazioni collettive, per i drammi della città, del territorio. Perciò, la festa del patrono è un momento privilegiato, bello, per guardare alla città e riflettere sul suo presente e soprattutto sul suo futuro.

Una città non è un cumulo di pietre! Una città ha, o almeno dovrebbe avere, un’anima, un volto. Una città ha un suo essere misterioso e profondo, un suo destino: «Le città sono misteriose abitazioni di uomini e più ancora misteriose abitazioni di Dio», diceva il grande Giorgio La Pira, sindaco di Firenze negli anni 50 del secolo scorso.

La nostra città ha ancora un’anima, un volto? Siamo noi un popolo o un semplice aggregato di individui che sono raccolti in un determinato territorio senza alcun legame tra loro? Se per disegnare una città, ci si limita ad approcci settoriali, come quello economico, urbanistico, dell’edilizia, non si va molto lontano, perché essi sono necessari ma insufficienti: ci vuole qualcos’altro per disegnare una città, per darle un volto, appunto ci vuole un’anima.

Per passare dall’essere un semplice aggregato di individui a diventare un popolo, ci vuole un collante, qualcosa che unisca quegli individui che vivono in un particolare territorio: Papa Francesco nell’ultima enciclica Fratelli tutti lo chiama «amicizia sociale», senza la quale la città si trasforma in un «inferno collettivo», un «nido di vipere» avrebbe detto il grande scrittore cattolico francese del secolo scorso Francois Mauriac, di tutti contro tutti, del “si salvi chi può”.

Eppure proprio l’esperienza della pandemia che abbiamo vissuto, e che in parte stiamo ancora vivendo, ci ha insegnato, o almeno avrebbe dovuto insegnarci, che nessuno si salva da solo, che siamo tutti nella stessa barca, almeno se non nella stessa barca, siamo tutti in mezzo alla stessa tempesta. Se il noi non prevale sull’io, se non si affronta insieme un altro virus, più pericoloso del Covid: l’indifferenza verso il bene comune, non si va da nessuna parte.

Perciò, mentre all’orizzonte, grazie a Dio e speriamo, intravediamo il tanto sospirato traguardo dell’uscita da questo tempo difficile, diventa evidente che non c’è più tempo da perdere: solo in questo modo renderemo giustizia al patrocinio del nostro san Gennaro; solo in questo modo noi potremo affermare che questo patrocinio è attuale e non è una cosa sorpassata.

Amiamo la nostra città, amiamola come parte di noi stessi, amiamola come un patrimonio prezioso che abbiamo ricevuto dai nostri padri e che siamo tenuti a tramandare alle nuove generazioni; amiamo questa nostra città custodendone le piazze, le strade, le scuole, i giardini, le chiese; amiamola e facciamo che la sua convivenza sia serena e sentiamoci, attraverso di essa, membri di una stessa famiglia, un popolo.

Invoco su di voi e sui tanti cittadini onesti la protezione di san Gennaro che nel silenzio di ogni giorno costruiscono questa città: allora shalom Napoli, sia pace su di te, sia pace sulle tue mura, sia pace su quelli che abitano in te!

                                                                                                                   don Franco Bartolino

 

 

Con il brano evangelico odierno siamo al centro della narrazione di Marco, che presenta Gesù nel suo viaggio verso Gerusalemme. I «villaggi intorno a Cesarèa di Filippo» erano una regione disseminata di numerosi templi pagani. Proprio in quest’area, Gesù decide di interrogare i suoi discepoli circa la sua identità: «La gente, chi dice che io sia?».  L’improvviso sondaggio non esprime la necessità di raccogliere le opinioni prevalenti attorno alla sua persona, ma intende offrire ai discepoli l’occasione di esplicitare il pensiero presente nei loro cuori: “Ma voi, chi dite che io sia?”.

È bello che Gesù non dia per scontato che camminare insieme voglia necessariamente dire essere già arrivati anche ad una condivisione del modo di sentire e assumere le cose. Avendo scelto di condividere con noi il cammino della vita, il Verbo di Dio ci rivela che le relazioni non devono e non possono procedere in modo scontato.

Nel gruppo dei Dodici, Pietro manifesta la sua grande capacità intuitiva, che fin dall’inizio della sequela gli aveva consentito di riconoscere nel volto di Gesù la presenza del Regno di Dio: «Tu sei il Cristo». Eppure, di fronte a questa ispirata professione di fede, potremmo subito chiederci insieme all’apostolo: «Quella fede può forse salvarlo?».

 Per Gesù la risposta a questa domanda non è superflua, visto che la sua reazione non è  caratterizzata da un facile entusiasmo: “E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno”. Nonostante il discorso di Gesù circa il suo imminente mistero di passione, morte e risurrezione venga fatto apertamente, Pietro prova a compiere un passo molto azzardato: “prese in disparte il Maestro e si mise a rimproverarlo”.                       

 L’esperienza vissuta dal pescatore di Galilea, ci rivela che dentro di noi convivono due diversi modi di pensare. Uno viene dal Maligno, ed è così subdolo e diffuso da essere definito da Gesù un modo di ragionare «secondo gli uomini». L’altro viene dallo Spirito, anche se contiene qualche elemento che può suscitare il nostro rifiuto. Ogni volta che il Signore ci pone una domanda non si aspetta soltanto una risposta esatta, ma desidera suscitare una consapevolezza che ci aiuti a compiere un passo ulteriore nella sequela. Non è possibile ascoltare la parola del Vangelo senza lasciarsi radicalmente e concretamente determinare da tutte le sue esigenze. La croce è un passaggio obbligato per chiunque voglia affrontare l’avventura dell’essere uomini e donne degni di questo nome. Il nostro traguardo ultimo non è morire, ma risorgere. Infatti, la croce non viene a toglierci la vita, ma a scolpire i contorni dell’occasione che ci viene data per offrire gratuitamente quello che siamo. Per questo non va mai cercata, ma sempre e solo accolta, ogni volta che si presenta un’occasione. La croce che possiamo abbracciare non è una parentesi dolorosa e fastidiosa che prima o poi passerà, ma è una delle preziose opere che Dio ci chiede di compiere, unendo la nostra vita alla sua.

In questa sequela sofferta e offerta, si compie il nostro ascolto della Parola di Dio, secondo l’esperienza del profeta che annuncia il cammino del Cristo.Nella misura in cui scopriamo di poter seguire le orme di Cristo, anche sulla via della croce, possiamo essere fiduciosi che il Signore resta vicino a noi e ci assiste, per condurre i nostri passi nella terra dei viventi.

La parola con cui Gesù rimprovera Pietro, lo invita a stare dietro. Certamente questo rimanda al posto del discepolo, ma forse ancora più profondamente al posto che è proprio di chiunque accetti di prendersi cura degli altri fino a dimenticarsi. Questa capacità di stare “dietro” non solo a livello mentale, ma soprattutto concreto e pratico, fino ad accettare di perdere la propria vita, donandola.

E’ il grande passaggio che il Signore Gesù ha vissuto in se stesso, che chiede ai suoi discepoli ed a noi, oggi.

                                                                                                   sr Annafranca Romano

Dal libro del profeta Isaìa
Is 35,4-7a
 
Dite agli smarriti di cuore:
«Coraggio, non temete!
Ecco il vostro Dio,
giunge la vendetta,
la ricompensa divina.
Egli viene a salvarvi».
Allora si apriranno gli occhi dei ciechi
e si schiuderanno gli orecchi dei sordi.
Allora lo zoppo salterà come un cervo,
griderà di gioia la lingua del muto,
perché scaturiranno acque nel deserto,
scorreranno torrenti nella steppa.
La terra bruciata diventerà una palude,
il suolo riarso sorgenti d’acqua. (Isaìa 35,4-7a)

Sembra propria scritta per noi oggi questa profezia di Isaia, quasi come se per un attimo di tempo fosse lui trasferito qui, nella nostra realtà, così contrassegnata da sfiducia pesante, le cose che i nostri occhi vedono e i nostri orecchi ascoltano.
E Dio, come sempre, ci dona la Sua Parola di Speranza. Ma dobbiamo ancora domandarci: Crediamo veramente nella Sua forza? Scommetttiamo ancora sulla Sua potenza?
O siamo ancora così presi dalle nostre paure o dai nostri affari che sbagliamo ancora l'indirizzo dove incontrare la risposta giusta ai problemi del nostro tempo?
Forse siamo stati troppo chiusi in noi stessi e questo ci ha fatto diventare sordi alle grida e situazioni dei fratelli che ci sono accanto, lasciandoli alla sorte di se stessi. Chiusi al grido della madre Terra e quindi non cambiamo stile di vita per difendere la Casa Comune che ci ospita.
Ed è sempre Lui, il Signore, che ci prendi in disparte, con Sè, e tocca la nostra fragilità, la nostra debolezza, la nostra sordità e ci apre alla Sua Parola.
"Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente" (cfr. Mc 7,31-37).
Solo la Sua Parola ci rende capaci di parlare e agire correttamente, di comunicare con un linguaggio che sia capito e che edifichi chi ascolta; ci rende capaci di suscitare la gratitudine che è anche profezia, perché è Incontro con il Signore della Vita: «Egli ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».
Vieni Signore! Quando abbiamo bisogno di Te!
Fa' della nostra vita e delle nostre liturgie il lieto annunzio della Tua Presenza e del Tuo amore che abbraccia tutto e tutti senza distinzione, in totale libertà  e in  totalità (cfr. Giac 2, 1-5).

                                                                                                           suor Maria Aparecida Da Silva

In questa 22^ domenica del tempo ordinario la liturgia ci riporta al nocciolo del cuore credente, a ciò che rende la fede avventura dello Spirito…Gesù in più occasione ha tentato di educare a questo messaggio, a questo annuncio bello del suo vangelo, libero e liberante.

Gli scribi, i farisei, cioè gli esperti della Bibbia e di Dio che oggi il Vangelo ci presenta, non riescono ad entrare nella logica di Gesù. Restano abbarbicati alle loro tradizioni, alle leggi e ai precetti che sembrano esaurire il divino e imprigionare lo Spirito… “Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?”. Vivono in un’osservanza ossessiva e ritualità compulsiva, lontani da Dio. Con loro Gesù è duro, usa espressioni pesanti, del tipo: “razza di vipere”, “sepolcri imbiancati”, “guide cieche che filtrate il moscerino e ingioiate il cammello”, “all'esterno apparite giusti davanti alla gente, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità”. Gesù non sopporterà infatti l’ipocrisia degli scribi e dei farisei, la loro presunzione di essere giusti e di sapere chi è Dio e quale la sua volontà. I loro schemi, le loro idee così ristrette non riescono a comprendere la realtà, non riescono a incontrare la vita e accogliere il mistero.

Il vangelo di Gesù ha superato questa tradizione della legge, ha rotto con una religione di élite, per i bravi e gli osservanti  e ha fatto misura del regno i piccoli, gli ultimi, i semplici. Gesù ha inaugurato un nuovo rapporto con Dio, con gli altri, con il mondo…e ha affermato con le sue parole, i suoi gesti che “la realtà è superiore all’idea” (Evangelii Gaudium nn. 231-233). Non ha fatto grandi discorsi programmatici, ha percorso in lungo e in largo la Palestina incontrando l’uomo, la persona, ha incrociato il suo sguardo, accolto la sua storia…Zaccheo, Matteo, Pietro, Maria Maddalena, l’incontro con il giovane ricco…anche lui esperto della legge, ma povero di umanità! Su di lui, sulle sue paure e sulle sue chiusure, e su quelli di tutti, Gesù rivolge il suo sguardo che ama e benedice, “fissatolo lo amò” (Marco 10, 21).

Attraverso questa dinamica di sguardi e di incontri passa il messaggio di Gesù. Ed ecco che nel Vangelo di oggi, ad un certo punto, “chiamata di nuovo la folla” si rivolge ad essa, alla gente della strada, alla gente semplice, che lavora, a quelli che non si sentono all’altezza, a quelli che vivono ai margini, a quelli che sono disposti a seguirlo. A questa folla di ieri e di oggi Gesù consegna la verità del vangelo e della vita. “Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro”, né le cose del mondo possono contaminarlo… E’ nel cuore, per dire il nucleo profondo della persona, che nascono le intenzioni, le motivazioni, i desideri, qui possono maturare gesti e parole di morte. Ma è anche qui che, accolta la Parola, possono maturare germi di vita nuova… Chi sa di essere amato, perdonato non ha bisogno di nascondersi, né di crearsi alibi o programmare in maniera compulsiva. Ma è capace di accogliere il nuovo con fiducia.

                                                                                                                                                                         suor Viola Mancuso