Il vangelo è intriso di un apparente paradosso: più si è vicini alla religione, più è difficile accogliere Dio. Uno scriba va da Gesù, gli fa una domanda sul comandamento più grande, senza cattive intenzioni e gli chiede: "Qual è il più il primo di tutti i comandamenti?". Stabilire quale fosse il primo di tutti i comandamenti, significava trovare l'essenza di tutta la Legge. Lo scriba conosce benissimo la risposta. Il comandamento più grande è quello del "sabato", l'unico al quale anche Dio si era sottoposto: pure lui, dopo sette giorni, si era riposato. Chi disobbediva a questo comandamento era punito con la pena di morte.

Gesù cita due testi dell'A.T: uno dal Deuteronomio, la preghiera che ogni pio ebreo recitava due volte al giorno (Shemà Israel): "Ascolta Israele: amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza" e l'altro dal Levitico: "Amerai il prossimo tuo come te stesso". Interessante vedere che tutto parte dall'ascolto.

Lo scriba riconosce la sapienza di Gesù, e Gesù riconosce la sua voglia di capire e sembra dirgli: "Se ami Dio, lo si vede da quanto ami il tuo prossimo". Solo quando si ama, si è liberi di fare un sacrificio che diventa la libera espressione del nostro amore.

Con Gesù la relazione con Dio non è più basata sull'osservanza di una legge, ma sulla pratica di un amore assomigliante a quello del Padre. Con Gesù di Nazareth, Dio non è più al traguardo della propria esistenza ma è l'inizio. Non siamo noi ad amare Dio, ma è Dio che ha amato noi e l'uomo non deve far altro che accogliere quest'amore, lasciarsi trasportare da quest'onda d'amore e con Dio e come Dio andare verso gli altri. Non è la nostra “agitazione spirituale” ad attirare Dio in noi! È l'opera di Dio che entrando in noi può finalmente renderci uomini e donne felici.

                                                                                                                 don Franco Bartolino

Marco ci racconta l’ultimo miracolo compiuto da Gesù prima che entri a Gerusalemme; come a dire che per comprendere il senso della croce abbiamo bisogno di guardarla con gli occhi della fede. Egli descrive non solo il racconto di una guarigione, ma anche il prototipo del discepolo e del suo cammino: l'ascolto, la preghiera, la chiamata, l'incontro personale con Gesù e la sequela.

Gesù si allontana da Gerico ma sente un uomo di nome Bartimeo gridare: "Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me". Nel grido c'è forza, bisogno, dolore. Bartimeo vuole uscire dalla propria situazione, vuole venirne fuori e sarà questa fede che lo salverà. La folla però lo vuole zittire. Chi è vicino, spesso, invece di aiutarti a vivere ti aiuta a morire.

La folla lo zittisce e lui urla più forte. Insomma non si arrende, non si rassegna. Marco ci sta ricordando che se non crediamo con tutte le nostre forze, nulla accadrà. Gesù si ferma e lo chiama. «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». In queste tre parole che la folla dice a Bartimeo si nasconde il nostro triplice ministero. Coraggio! Siamo chiamati a dare speranza innanzitutto, a tutti coloro che gridano un dolore. Alzati! Siamo chiamati a rimettere in piedi, far ripartire coloro che sono seduti. Ti chiama! Siamo chiamati a far ascoltare la sua voce. Ecco la missione di ogni discepolo: dire a ogni uomo “coraggio, alzati, ti chiama”. Di fronte a un desiderio così grande Gesù cambia i suoi piani.

Bartimeo getta via il mantello, balza in piedi "si lanciò" e va da Gesù. La folla prima lo aveva sgridato, ora lo chiama perché vada da Gesù. Si fa presto a cambiare idea sulle cose di Dio. Gesù "lo vede", ecco perché Bartimeo ha la forza di fare quello che prima non aveva mai fatto. Quando avvertiamo di essere importanti per qualcuno, la vita cambia. Abbiamo tutti bisogno di sentirci importanti per qualcuno, abbiamo bisogno che qualcuno ce lo dica, abbiamo bisogno di essere visti.

Gesù gli fa la stessa domanda che aveva fatto poco prima a Giacomo e Giovanni: "Che cosa vuoi che io ti faccia?". I due apostoli avevano chiesto gloria, potenza; Bartimeo chiede di vederci. La domanda di Gesù a Bartimeo fa sorridere: "Gesù, è cieco, cosa vuoi che voglia?". La domanda, invece, non è per niente ovvia. Gesù vuole sapere se l'uomo vuole guarire. Bartimeo risponde: "Che io veda di nuovo!". Il Vangelo finisce con un'annotazione: "E lo seguiva lungo la strada".

                                                                                                                       don Franco Bartolino

Gesù è in cammino verso Gerusalemme e ai discepoli sempre più impauriti, racconta per la terza volta ciò che gli accadrà una volta arrivato alla Città Santa. Gesù sa che sta andando incontro a ostilità, lotta e morte mentre i discepoli sono convinti di andare a conquistare onore e prestigio e infatti per Giacomo e Giovanni seguire Gesù è sentirsi migliori degli altri.

Umanamente cercano di approfittare di questa loro vicinanza per presentare a Gesù una richiesta a dir poco arrogante: "Noi vogliamo che tu ci faccia quello che noi ti chiederemo". E Gesù risponde: "Ma sapete cosa chiedete?", cioè "vi rendete conto?". I due fratelli, come adolescenti capricciosi vogliono che Gesù si comporti come loro e cercano di piegarlo alle loro esigenze. Dio ci ascolta, ma per fortuna non ci esaudisce sempre.

Gli apostoli non immaginano minimamente l'animo con il quale il Maestro si sta avvicinando a Gerusalemme. A questo punto intervengono gli altri e la figuraccia è ancora peggiore. Gli altri apostoli si irritarono con Giacomo e Giovanni segno che, probabilmente, tutti ambivano a quei posti!

Seguire lui comporta un capovolgimento della logica del mondo: "Tra di voi non dev’essere così". Chi vuol essere grande si deve fare servitore, chi vuol essere il primo si deve fare schiavo di tutti. Questo è stato il programma di vita di Gesù, questo deve essere il nostro. Solo dall'ultimo posto, dal fondo della fila possiamo vedere le cose come le vede Dio. Questo invito a capovolgere la logica sulla quale ruota la nostra vita è rivolto a tutti e nessuno può dire di non avere un piccolo potere: potere di far felice qualcuno, di far soffrire qualcuno, potere di ferire con una parola o di calunniare.

Quella di Gesù è una vera catechesi sul modo evangelico di concepire la Chiesa. Credo che tutti abbiamo incontrato persone straordinarie che con passione hanno messo a disposizione tempo ed energie per la causa del Vangelo. Ma abbiamo anche incontrato chi cercava il consenso, il riconoscimento, la visibilità. Gesù è venuto «non per essere servito ma per servire e dare la vita».

Se il vangelo di domenica scorsa testimoniava quanto il regno di Dio sia accessibile a tutti, quello odierno ci rivela come non sia scontato entrarvi, pur incontrando il volto e l’amore di Cristo. Eppure, quel tale che corre incontro a Gesù e in ginocchio lo interroga, sembra essere proprio sulla buona strada. Dopo aver verificato la sincerità delle sue intenzioni, il Signore Gesù prova a giocarsi fino in fondo con quest’uomo appena incontrato. Qui però finisce il dialogo e si conclude l’incontro.

 Quel tale, rabbuiato nel volto e triste nel cuore, decide di andarsene, senza proferire parola. Come per quel tale, così per ciascun discepolo la sfida è quella di chiedersi se si è felici alla sequela del Vangelo, se l’intimità con il Signore è una felicità capace di riempire la sua vita e dilatarla.

Per questo il Signore non omette di evocare le «persecuzioni», perché ogni felicità esige la disponibilità a essere incompresi e persino maltrattati, senza essere interiormente destabilizzati. Questa consapevolezza può essere l’inizio della felicità o della tristezza e dipende molto da noi e dalla nostra capacità di lasciarci guardare e scomodare.

Non accade diversamente a noi, quando cerchiamo e interroghiamo il Signore, mossi dal desiderio di una vita piena e autentica, ma ancora inconsapevoli di essere pieni di attaccamenti e idolatrie. Del resto, sono proprio questi vani possessi a cui siamo tanto affezionati a farci percepire le parole e i silenzi di Dio come riflessi di un volto esigente, insensibile al nostro passo sempre un po’ debole e incerto.

Non ci accorgiamo che la sua voce vuole solo strapparci da ogni forma di schiavitù per farci abbracciare la vera sapienza, quella che vale «più della salute e della bellezza» e il primo passo da compiere è provare ad ammettere che molte delle tristezze in cui scivoliamo, non hanno origine da quello che ci manca, ma dall’ostinazione con cui stringiamo tra le mani i beni o i traguardi conseguiti come fossero «una ricchezza incalcolabile».

Le parole dell’apostolo Pietro, dopo l’insegnamento di Gesù sul pericolo della ricchezza, tradiscono il sospetto di ogni discepolo che, pur provando a percorrere sinceramente il cammino di Gesù, si accorge di possedere ancora molte cose. Infatti, più che avanzare un’affermazione, sembrano manifestare una timida domanda bisognosa di conferma: “Ecco noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito”. Pur non oscurando il pericolo a cui conducono bramosia e possesso, il Signore Gesù guarda in faccia i discepoli e ribadisce la ragionevolezza della sequela: ”Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio!

Accedere al Regno di Dio non è l’ultima, insuperabile sfida che Egli lancia all’uomo, ma l’incondizionato dono offerto alla sua libertà. Per entrare nel Regno occorre imparare a preferire la logica del dono a quella del possesso, il vangelo della croce a qualsiasi altra buona notizia, fino a poter condividere la beatitudine dell’antico re di Gerusalemme, quando decide di sposare la divina sapienza.

 Essere sapienti non significa avere o conoscere quello che ci evita il contatto con la nostra povertà esistenziale. Al contrario, avere sapienza significa non avere paura di riconoscere qual è la condizione in cui la nostra umanità si trova.

Solo l’accettazione di questa nudità esistenziale ci consente di poter ricevere già ora, in questo tempo, cento volte tanto rispetto a quello che le nostre forze potrebbero procurarci o assicurarci.                                             

                                                                                                                      sr Annafranca Romano

Se tutto è uscito dalle mani di Dio come espressione del Suo amore, ecco che la liturgia di questa domenica ci fa contemplare la prima espressione d’amore dell’essere vivente: “Questa volta è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne”(cfr. Gen 2,18-24).

Ma cos’è l’amore? È quel qualcuno che riempie la solitudine, che aiuta a riconoscere se stessi come uguale, ma allo stesso tempo diverso: “Il Signore Dio disse: «Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda».

Sì, l’amore non è un sentimento in balìa della nostra libertà o schiavo delle nostre emozioni. L’amore è persona! Una persona con cui condividere la vita, i sogni, le speranze; una persona che aiuta la scoperta e la maturazione della propria identità. Una persona che fa uscire da se stessi, dalle proprie sicurezze e comodità e insieme, intraprendere una nuova strada, iniziare una nuova vita:

“Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne”. Questo chiamiamo famiglia!

La famiglia è il luogo dove si concretizza e si manifesta la relazione dell'uomo e della donna. Nulla esiste di più naturale nella legge umana.

L’uno è fatto per l’altro, si incontra nell’altro, ma è l'amore tale come l’ha creato Dio che permette il non confondersi nell’altro, non appropriarsi dell’altro, non abbandonare l’altro.

Allora con ragione Gesù conferma e afferma che all’inizio non era così... che la natura uscita dalle mani di Dio porta in sé il segno dell'eterno e quindi, della fedeltà. “Ma dall’inizio della creazione Dio li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto” (cfr. Mc 10,2-16).

Certamente questo fatto non ha scandalizzato soltanto i discepoli ai tempi di Gesù; continua a scandalizzare anche oggi. Ma come può l’amore abitare un cuore indurito?

Ed ecco che il Signore stesso ci dà la risposta: diventare come bambini, e come piccoli lasciarci condurre e lasciarci educare dal Padre che ci dà il Regno nella persona del Suo Figlio. E Gesù, non si vergogna di assumere questa nostra natura e tanto meno di chiamarci fratelli.

Solo Lui e in Lui, che è l'amore, l’uomo e la donna sono capaci di amare perché “Colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine” (cfr. Eb 2,9-11).

                                                                                                                                                     suor Maria Aparecida Da Silva