La liturgia di questa undicesima domenica del tempo ordinario ci propone un brano evangelico in cui Gesù, attraverso due brevi parabole, ci parla del Regno di Dio. Ci troviamo all’inizio del Vangelo di Marco, dopo la chiamata dei primi discepoli e le prime guarigioni, che non tardano a destare nei farisei un atteggiamento di diffidenza e di ostilità verso Gesù di Nazareth e verso il suo messaggio.

Il Signore insegna alla folla in riva al mare, per mezzo di parabole. Si riferisce sempre ad azioni di vita quotidiana di coloro che ascoltano, attinte dal mondo dell’agricoltura e della pastorizia.

 Nel Vangelo sono poste al centro della nostra attenzione il seme e l’opera del seminatore. Il brano è preceduto da una parabola ben più complessa e articolata del seminatore e dei diversi tipi di terreno, che poi Gesù stesso spiegherà ai discepoli. Il seme ha un grande valore simbolico che Cristo richiama più volte.

Le parabole odierne si riferiscono, in particolare, a due aspetti: il primo è che il seme ha un suo ciclo di vita e di crescita, fino a portare frutto, che gli è proprio e che non dipende direttamente dall’azione del seminatore; il secondo è che il più piccolo dei semi, quello di senape, cresce e diventa un grande albero su cui gli uccelli trovano rifugio. L’elemento comune alle due parabole è l’inattesa potenza di un seme che, grande o piccolo che sia, è sempre molto lontano dalla nostra idea di potere e di forza.

  Il Regno raccontato in queste parabole viene, quindi, a portare un messaggio nuovo su Dio che “sceglie i deboli per confondere i forti ” (1Cor 1,27), diverso dall’idea di un Regno che con azione “di forza” divina agisca e cambi gli eventi della storia.

 La prima parabola presenta il Regno come dono di Dio, che cresce misteriosamente agli occhi dell’uomo, che sia sveglio o dorma, di giorno o di notte (Mc 4,27). A questo mistero della spiga che spontaneamente cresce, potrebbe appellarsi il nostro senso di responsabilità, la coscienza di essere strumenti di Dio affinché il Regno si realizzi. Eppure la consapevolezza che ciò che portiamo è più grande di noi (“abbiamo questo tesoro in vasi di creta” 2Cor 4,7) e ha la potenza, se viene accolto, di crescere oltre ogni possibilità e aspettativa, dovrebbe darci quell’ attiva vigilanza verso noi stessi, verso gli altri, verso gli eventi, che è già lavorare per il Regno, non ostacolarlo, leggere i suoi segni. Mistero immenso quello del rapporto tra responsabilità e dono, che richiede fede, ma all’ accoglienza  La seconda parabola contrappone la piccolezza del seme alla straordinaria grandezza dell’albero che ne deriva. L’intenzione è di mostrare il senso positivo dell’oggi, della potenza che il seme possiede già in se stesso, come promessa di qualcosa di nuovo che può crescere. È la storia di Gesù: la Risurrezione non ripaga il suo “fallimento” terreno, ma mostra la vittoria nascosta nelle vicende della sua morte. La vittoria di non aver mai ceduto a conquistare il cuore degli uomini “forzandolo”, scendendo dalla croce, mutando le pietre in pani, buttandosi dal pinnacolo del Tempio.

        La parabola ci ammonisce: tutti i nostri criteri di grandezza e di apparenza, di ciò che conta e ciò che non conta, di ciò che ha futuro e ciò che non lo ha, non sono quelli del Regno di Dio. La piccolezza può essere grandezza, il fallimento può essere vittoria.

       Il regno di Dio passa attraverso una fase di crescita nella storia degli uomini e coinvolge l’azione della chiesa. La sua manifestazione piena è però rimandata oltre il tempo quando il Cristo glorioso vincerà definitivamente la morte e “consegnerà il regno a Dio Padre”.

      Dio chiede di mettere in atto tutte le energie di natura e di grazia di cui disponiamo; Egli, dal poco che possiamo offrire, saprà trarre il molto. E’, infine, oltremodo paradossale che questo agire di Dio con l’uomo continui nel tempo attraverso la piccolezza e la debolezza di uomini chiamati ad essere sua proprietà, suo corpo, servendosi dei quali il regno di Dio avanza irrevocabilmente nella storia fino al momento finale.

                                                                                                                              sr Annafranca Romano

La celebrazione eucaristica domenicale non è un club esclusivo di persone in grazia di Dio. Per Gesù è l'assemblea dei non salvati, infatti l'Eucarestia è per chi si sente bisognoso, sofferente. Vado a Messa perché ho bisogno del suo amore, non perché sono in regola. Nell'Eucarestia accogliamo il Signore con le nostre mani sporche e Lui viene lo stesso, si posa sulle mie mani non perché lo meriti ma perché ne ho bisogno e perché Lui è più grande dei miei errori. Ecco perché l'Eucarestia è festa, festa degli uomini amati non dei giusti.

Chi celebra l'Eucaristia sa di non meritarla: "O Signore, non son degno di partecipare alla tua mensa" ma conosce quell'abbraccio che fa ripartire, che rimette in cammino, che traduce la debolezza in una potenza inaudita. Amare un pezzo di pane, è facile -  siamo sinceri - credere che lì c'è Dio non ci cambia poi così tanto la vita. Credere, che dietro certi volti ci sia Dio è più impegnativo. Santa Teresa di Calcutta diceva: “Mi è difficile credere che la gente possa vedere il Corpo di Cristo in un pezzo di pane e non lo possa vedere nelle persone, negli uomini e nei volti”.

Per secoli si è pensato che tutto ciò che era corpo era sporco, negativo, dimenticando che il mio corpo è il luogo di Dio. Quando mi accosto alla comunione, il Corpo di Cristo viene ad abitare in casa mia. Se lui non si vergogna di venire dentro di me, se lui si degna di abitare nella mia casa, allora devo amare e accogliere questo mio corpo, devo provare a volergli bene. Quando partecipiamo alla Santa Messa non solo ci viene detto: “Corpo di Cristo” e noi diciamo il nostro “sì”, il nostro “amen”; Dio è onorato di venire nel mio corpo e il mio corpo è onorato di riceverlo.

È bello sperimentare ad ogni Eucarestia Dio che mi cerca, che arriva per avvolgere i dubbi del mio cuore. Anche Lui non può stare da solo, ha bisogno di compagnia, una compagnia spesso fatta di silenzi. Sembra incredibile eppure a Lui andiamo bene così, un intreccio di ombre e luce. Di per sé noi non abbiamo nulla da offrire, solo una storia accidentata che ha bisogno di cure; a noi spetta solo accoglierlo.

Tutto il Suo corpo, la Sua storia, la Sua vita appassionata d'amore sono lì, in quel fragile pezzo di pane da mangiare, da contemplare, da custodire. Peccato che a questo pane ci siamo abituati e spesso o ci addormentiamo o camminiamo distratti verso l'altare; eppure Cristo non si nega, siamo magari inaffidabili, eppure Cristo non si nega perché l'Amore cerca casa, la nostra!

                                                                                             don Franco Bartolino

Spiegare la Trinità è qualcosa di impossibile, come quando vogliamo spiegare il motivo per cui una persona ama qualcun altro. Possiamo spiegare all'infinito che cos'è l'amore, ma lo comprendiamo realmente solo quando facciamo quell'esperienza. Lo stesso vale per Dio: possiamo sprecare fiumi di parole, per spiegare che cosa sia la Trinità, ma Dio si comprende soltanto quando lo si sperimenta dentro la propria vita.

Solo dopo aver ricevuto il dono dello Spirito, possiamo immergerci nel mistero del Dio raccontato da Gesù di Nazareth. Solo Lui poteva dirci in modo profondo e definitivo chi è Dio. Solo Lui poteva raccontarci la novità sorprendente che Dio è Trinità. Un solo Dio in tre persone, Padre, Figlio e Spirito. Il loro amore è talmente profondo che li rende uno!

Oggi è festa di un Dio che è relazione. Dio non è come l'immaginavamo, un'entità solitaria ma una realtà viva, relazionale. Dio non è un’infinita solitudine ma è un'infinita compagnia, Egli è famiglia.

Sulla Trinità il Vangelo non offre formule ma il racconto dell'ultima missione affidata da Gesù agli apostoli: battezzate ogni creatura nel nome della Trinità. Battezzare significa letteralmente immergere ed oggi ci viene chiesto di immergere nell'amore le persone che incontriamo. Le nostre relazioni, gli abbracci, le parole, il perdono... tutto questo significa battezzare!

Potremmo essere veramente diversi se ci lasciassimo stupire dal mistero della Trinità. Andiamo quindi alle fondamenta della fede, alla scoperta di quel Dio amore che continua a creare a Sua immagine e scopriremo che esistiamo solo per amare. Come disse don Tonino Bello, siamo chiamati a vivere sulla terra ciò che le tre persone divine vivono nel cielo: la convivialità delle differenze.

                                                                                                                    don Franco Bartolino

La solennità di Pentecoste, a 50 giorni dalla celebrazione della Pasqua, ci riporta nel cenacolo dove gli apostoli, insieme a Maria, sono in attesa del promesso Spirito Consolatore che Gesù aveva anticipato di inviare, dopo la sua Ascensione al cielo.

Nella prima lettura gli Atti degli Apostoli ci raccontano ciò che avvenne in quel momento e quello che avvenne subito dopo con gli effetti della discesa dello Spirito Santo. Infatti "a quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa?».”(At 2, 6-8)

Questo è il chiaro segno che il miracolo della Pentecoste si era ormai compiuto: l'unità dell'umanità in un solo grande progetto di amore, comprensione, dialogo, fraternità.

Da qui parte la Chiesa della missione e in missione per portare l'annuncio della gioia e della salvezza in ogni angolo della terra.Annuncio che diviene possibile solo con la forza e il coraggio donatici dallo Spirito.

 Nella seconda lettura di oggi, tratta dalla sua lettera ai Galati, ci viene illustrato il cammino spirituale che il cristiano è chiamato a percorrere in ascolto dello Spirito Santo. L’apostolo Paolo raccomanda di camminare secondo lo Spirito per non tendere a soddisfare il desiderio della carne: i desideri della carne e quelli dello Spirito si oppongono a vicenda. Se il cristiano si lascia guidare dallo Spirito, non sarà sotto la Legge.

Gesù aveva preparato il gruppo degli apostoli all’accoglienza dello Spirito dicendo che “quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio". (Gv 15, 26-27)

Uno Spirito che conferma la fede degli apostoli e che li sosterrà nel loro ministero di portare il Vangelo in ogni parte del mondo.

Chiediamo allora con forza al Signore il dono del Suo Spirito affiche questo ci renda annunziatori audaci , senza paura, che annuncino al mondo la loro fede e la loro speranza… sempre!

A quaranta giorni dalla Pasqua celebriamo l'Ascensione del Signore Gesù in attesa della Pentecoste. Fino al V secolo si celebrava tutto in un'unica festa: Resurrezione, Ascensione e Pentecoste; perché queste tre feste fanno parte dell'unico evento: la Risurrezione.

Oggi celebriamo due partenze: Gesù va verso il Padre e gli apostoli sono invitati ad andare verso il mondo per annunciare la bella notizia di un Padre che ci ama alla follia. È la prima Chiesa in uscita. “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura" (Mc 16,15). Tutta la creazione ha bisogno di buone notizie e di questi tempi di quante “buone notizie” ne abbiamo veramente bisogno.

Oggi anche noi riceviamo questa consegna: cosa dobbiamo fare? Solo e semplicemente annunciare questa bella notizia e niente altro. Gesù chiede di continuare il ministero della Parola che aveva formato la sua principale attività.

A noi, per quanto sgangherati, il Signore affida il Vangelo, come tesoro custodito in fragili vasi di creta. Quando annunciamo il Vangelo, diciamo parole infinitamente grandi perché hanno sapore d'eternità. E Gesù assicura che ce la faremo a trasmettere la Parola anche se le difficoltà ci sembreranno insormontabili, ma l'ultimo versetto è la fonte della nostra certezza: “il Signore operava insieme con loro”. Noi non siamo mai soli con le nostre forze, con noi ci sarà sempre la forza di Dio.

Possiamo essere certi che la nostra fede è autentica se da speranza, se conforta la vita e fa fiorire sorrisi intorno a noi. E il prodigio sta in una parola: il Signore opera insieme a noi. Il Signore opera con te quando offri un bicchiere d'acqua, quando accudisci un ammalato, quando aiuti un povero, quando offri una parola di conforto.

L'Ascensione prepara l'arrivo di un’altra Persona: lo Spirito Santo. In fondo l'Amore funziona così: chi ama è disposto a fare un passo indietro affinché l'altro diventi protagonista, emerga con la sua diversità e la sua specificità. L'Ascensione è il passo indietro di Gesù, un passo indietro necessario affinché lo Spirito Santo possa davvero sconvolgere le nostre vite.

 

                                                                                        don Franco Bartolino