Sui Monti, come nel deserto, risuona una voce: “Ecco, la Buona Notizia di Gesù Cristo!” Non più messaggeri, non più lettere da consegnare, non più portatori di un buon augurio, ma Colui del quale si dice: “Nel deserto preparate la via al Signore, appianate nella steppa la strada per il nostro Dio” (cfr. Is 40,1-5.9-11). Giovanni  il Battista conferma: “Dppo di me viene uno che è più forte di me e al quale io non sono degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali” (Mc 1,1-8).

Sì, il Signore viene! Ma stranamente ancora oggi, viene con una forza sorprendente, perchè vieni sì con potenza, il suo braccio detiene sì il dominio, ma non come pensiamo noi. Non come lo vediamo nei potenti del mondo, non come immaginiamo noi la forza e la sperimentiamo anche nelle piccole cose del nostro quotidiano. La potenza del Signore, il suo dominio è, e sempre sarà, la debolezza dell’Amore. Egli viene sempre, non imponendosi con prepotenza ,ma proponendosi con tenerezza. Ecco la Buona Notizia che ancora oggi dà stupore nella mente e nei cuori di ognuno di noi,  abituati al tuono di voce più alto, a scegliere i primi posti, a volere essere serviti, riconosciuti, ripagati... Egli viene e porta con sè il premio che è la dignità di sentirci amati gratuitamente  come figli, per i quali, l’amore della Trinità ha già messo in moto “il nuovo cielo e la nuova terra, dove avrà stabile dimora la giustizia” (cfr. 2Pt 3,8-14).

Allora questa Buona Notizia non é solo qualcosa per me. E’ qualcosa che mi appartiene, fa parte di me: “Sono io una missione in questo mondo” dice papa Francesco!

Beati noi, se accogliamo questa lieta notizia e - come Giovanni nel deserto- ci dedichiamo alle cose essenziali, non per sopravivere ma per vivere realmente, e renderci consapevoli di essere partecipi, protagonisti, costruttori di questo nuovo mondo. Abbiamo con noi Colui che ci ha battezzato con lo Spirito Santo, il divino ristoratori della nuova umanità.

                                                                                             suor Maria Aparecida Da Silva

Inizia il Tempo di Avvento che vuol dire: “Inizia qualcosa che ti viene incontro”. L'Avvento implica sempre un essere sorpresi: ciò che ci viene incontro, infatti, non è mai come noi l'avevamo pensato o pianificato, ha sempre un margine che ci sfugge. Dobbiamo lasciarci sorprendere e permettere al Signore di agire nella nostra vita.

            Tutto quello che noi decidiamo non ci sorprende affatto: lo conosciamo già, per questo l'Avvento è sempre un'avventura: perché è un andare incontro verso qualcosa che ancora non conosciamo e questo, se da una parte ci attrae, dall'altra ci fa paura e ci costringe a cambiare le nostre idee su di noi, sulla vita, su Dio. Insomma l'Avvento è un tempo in cui tutto si fa più vicino: Dio a noi, noi agli altri, io a me stesso.

            L'altro grande mistero dell'Avvento è l'attesa. Tutte le cose hanno un tempo di attesa. Prima del loro tempo le cose non nascono. L'attesa è soprattutto tenacia: è rimanere anche se non si vedono i frutti, anche se non sembra accadere nulla, anche se non ci sono apparenti vie d'uscita, anche se mi sembra di essere sempre al solito punto.

            Il brano del Vangelo di questa ruota attorno ad una mini-parabola. Dio è come quel padrone che torna all'improvviso, senza annunciarsi, infatti ogni ingresso di Dio nella nostra vita è sempre misterioso. Allora Gesù ci dice che è necessario essere persone sveglie e attente per non lasciarci travolgere dalle false urgenze del mondo.

            L'invito è chiaro per tutti: ognuno deve rimanere sveglio e non addormentarsi. Questo è il grande pericolo della vita: prendere sonno, allora non dormire, sii sveglio, assapora questo momento.                       

            Abbiamo una nuova possibilità: il Signore viene ancora per noi. Questa è la bella notizia dell'Avvento: Lui, di certo, non si è ancora stancato di noi! Sereno Anno liturgico a tutti.

                                                                                               I    don Franco Bartolino

La Parola di Dio che ci ha accompagnato nelle ultime domeniche ci ha presentato il Regno di Dio come una realtà gioiosa, come un dono gratuito che va accolto con riconoscenza e gratitudine ma che richiede anche la nostra responsabilità e il nostro impegno. Il Signore infatti ha dato a ciascuno doni e capacità da utilizzare con responsabilità e da mettere a servizio degli altri per poter partecipare alla gioia del “padrone”.

Le opere da realizzare e che ci faranno partecipare alla signoria del nostro Signore, vengono espresse chiaramente nel vangelo di oggi nella solennità di Cristo Re dell’universo. Sono le opere di misericordia, le opere che rivelano la gioia di appartenere a un mondo rinnovato dalla venuta del Signore, che spengono ogni dubbio agli altri che noi stessi siamo stati raggiunti da una gloria indicibile che non è di questo mondo, ma che in questo mondo è entrata per portare a tutti la verità tanto attesa che è verità nella carità.

Gioia che si misura nello sguardo amabile, nella mano tesa, nella compagnia donata, nell’acqua offerta, nei beni condivisi, nel tempo regalato senza condizioni… a tutti, soprattutto agli ultimi, agli esclusi, a coloro da cui solitamente si preferisce prendere le distanze.

La regalità di Cristo, oggi, si manifesta nei nostri gesti. Cristo è Signore se sapremo sempre di più amare i fratelli, diventare trasparenza della misericordia, testimoni credibili della compassione. Chiediamo al Signore, nostro Re, di donarci i Suoi occhi e il Suo cuore affinché il nostro essere nel mondo sia riflesso del Suo Amore.

                                                                                                       suor Maria Assunta Cammarota

Questa parabola nel corso dei secoli è stata letta così: “Metti a disposizione i tuoi talenti, le tue doti, le tue capacità e non seppellirle”. Questo aspetto è vero, ma il suo senso è molto più profondo. Qual è l'elemento che fa la differenza tra i primi due servi e il terzo? La paura! I primi due sono coraggiosi, generosi, concreti; riconoscono la grande fiducia del padrone, ma il terzo servo ha paura e sotterra tutto; vive nel terrore e si accontenta di restituire il talento conservato.

            Ci sono tre paure che spingono il terzo uomo a seppellire il proprio talento. Il primo è la paura degli altri e di quello che potrebbero dire di lui.             Il secondo motivo è la paura di Dio: “Signore so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; per paura andai a nascondere il talento sotterra” (25,25). Il terzo motivo è il pensiero della sicurezza. Quest'uomo ha paura di sbagliare, non vuole fare errori, ma proprio perché non li vuole fare, fa l'errore più grande. Non si può vivere pensando di non sbagliare mai.

            Gesù ci invita, invece, a prendere consapevolezza e coscienza delle nostre risorse e che prendiamo la forza e il coraggio per agire, per osare e rischiare. Il più grande pericolo nella vita non è di sbagliare ma di non vivere. E come si vince la paura? Vivendo! Tutta questa paura che frena e rende dimissionaria la nostra vita cristiana, dipende soprattutto dall'idea di Dio che custodiamo nel cuore.

                                                                                                                                   don franco Bartolino

Le ultime domeniche dell’anno liturgico ci orientano verso le realtà escatologiche attraverso tre parabole: le dieci vergini, i talenti e il Figlio dell’uomo che torna alla fine dei tempi.

La parabola odierna è presentata come manifestazione del Regno di Dio: è un richiamo alla conversione del cuore, a non considerare il giudizio come l’atto finale della storia, ma a ricordarci che il Regno è già in mezzo a noi e che alla fine dei tempi avverrà solo la proclamazione di ciò che, giorno per giorno, scegliamo nella nostra vita rispetto all’olio per le nostre lampade, ai talenti ricevuti, al prossimo che ci è affidato… Tra le righe del vangelo di questa domenica intravediamo la delusione per il mancato ritorno del Signore, da parte della prima comunità cristiana, a cui l’evangelista risponde invitandola a fissare lo sguardo sul vero nocciolo: come prepararsi alla sua venuta e vivere l’attesa nella certezza che verrà, anche se non sappiamo come e quando.

La parabola ha come sfondo un banchetto di nozze, come protagonista Cristo, lo sposo e le dieci vergini, immagini della Chiesa, la comunità dei convocati a uscire incontro allo Sposo. La metafora delle nozze è una tra le più ricorrenti nell’AT e il brano si rifà alla prassi nuziale ebraica; il corteo della sposa è rappresentato da dieci vergini.

Cinque sono stolte perché non hanno previsto il ritardo dello sposo, non hanno preso abbastanza olio e durante l’attesa, invece di andare a provvederne, si sono addormentate.     Le sagge portano con sé l’olio, ma a prima vista non sono diverse da quelle stolte, perché anch’esse si addormentano. Ad ognuna di loro è data una grazia, di cui alla fine dovranno rendere conto; la lampada è il segno della fede vigilante, mentre l’olio è il vero segno di differenza: nella Bibbia è espressione di ospitalità e intimità, ma anche simbolo messianico.

L’olio è il segno delle opere giuste, che permettono di avere accesso al Regno di Dio e nel contesto della parabola sono simbolo di perseveranza fino all’arrivo dello Sposo. Infatti, non basta essere invitati al banchetto, occorre anche essere sapienti, alimentando l’olio dell’impegno.

La parabola ci presenta il tardare dello Sposo utilizzando lo stesso verbo del padrone di casa che non arriva, per sottolineare il tempo lungo dell’attesa e la sorpresa di una venuta imprevedibile. Tutte le vergini “si assopiscono”, allusione alla morte, ma vengono destate dal grido, al termine della notte, che annuncia finalmente l’arrivo dello Sposo. Le vergini “si destano” – è il verbo della resurrezione di Cristo –, sono resuscitate e preparano le lampade.

 La resurrezione diviene così determinante nella separazione delle vergini. Le stolte chiedono l’olio a quelle sapienti, che rispondono con un secco no! Apparentemente sembrano mancare di carità, in realtà manifestano l’impossibilità di prestare il “personale” – l’amore, la passione, il desiderio…– a qualcun altro.

 Le vergini sapienti hanno alimentato giorno dopo giorno la lampada del cuore con l’olio dell’amore, un amore fedele, capace di aspettare senza spegnere l’attesa. L’olio è stato dato a tutte, ma la stoltezza delle vergini è nella loro incapacità di amare e di attendere l’amato, tenendo insieme presente e futuro.

La parabola è raccontata come immagine di ciò che avverrà alla fine, ma anche per mostrare ciò che avviene quotidianamente nella nostra storia terrena, in rapporto al desiderio del cuore di godere pienezza, perché è nella storia terrena che noi giochiamo il desiderio del cielo. L’apice della parabola è proprio la vigilanza, l’attenzione del cuore a far convergere sul vero obiettivo i desideri del cuore perché possa trovare pienezza.

 Ed ecco la conclusione che riprende tutto il discorso escatologico: “vigilate perché non conoscete né il giorno né l’ora”, per questo occorre lavorare con impegno instancabile, facendo splendere attraverso le nostre opere buone l’amore di Dio per il mondo.

 

                                                                                                    sr Annafranca Romano