In questa domenica in cui contempliamo il dono del corpo e del sangue del Signore, l’evangelista Marco, ci presenta il racconto dell’ultima cena e ci invita a riflettere sul valore del dono di sé che il Signore Gesù ha fatto e continua a fare a tutti noi. L’insegnamento che il Maestro da ai suoi discepoli, e quindi anche a noi, è molto chiaro: siamo chiamati a condividere l’esistenza per creare la comunione che è il fine della nostra stessa vita. Il Signore Gesù dona se stesso aiutandoci a comprendere, ancora una volta, la bellezza della relazione che abbiamo con Lui e grazie a Lui; una relazione di alleanza nuova fondata sul cuore nuovo, su un cuore di carne e non più di pietra…. Questo ci apre alla dimensione dell’Altro e degli altri per vivere un’esistenza di comunione.

Vorrei, oggi, solennità del corpus Domini, evidenziarne tutta la bellezza con le parole di madre Ilia Corsaro, nostra fondatrice, che ha vissuto una vita veramente eucaristica; propongo alcuni suoi pensieri, tratti dai suoi scritti, perché credo che siano un alido aiuto anche per noi. Come possiamo dar significato profondo a questo sacramento? Ascoltiamo le sue esortazioni:

Adorare l’Eucaristia “Essere con Lui, vicino a Lui, potergli parlare senza che alcuno ci ascolti, stare raccolti vicino al Suo Altare e adorare così in un perfetto abbandono”.

Accogliere l’Eucaristia  “Quel Pane di vita è cibo degli uomini errabondi, deboli, miserabili, ma che sostenuti da Lui, vivificati da Lui diventano i Suoi eletti, i Suoi prediletti”.

Nutrirsi dell’Eucaristia“Quando nella calma dello spirito, ricevi l’Ostia Santa, conservati nel cuore l’Ospite Divino Cui non è caro altro tabernacolo se non il cuore delle sue creature”.

Vivere l’Eucaristia “Dobbiamo diventare anime eucaristiche. Dobbiamo viver di Gesù: la comunione del mattino deve accenderci la brama dell’amore, dell’unione, del sacrificio”.

L’Eucaristia da noi celebrata e adorata non è però un rito magico… il Tabernacolo in cui si conserva il corpo del Signore non è la lampada di Aladino da sfregare per ottenere la realizzazione dei propri desideri o necessità, ma è la proposta di Cristo per noi che richiede assenso di fede e un’adesione piena alla morte e Risurrezione del Signore. Accogliere l’Eucaristia in noi, significa fare anche noi come Lui che ha dato tutto, con piena disponibilità per tutta l’umanità.

“Noi dobbiamo diventare anime eucaristiche”, ripeteva la nostra fondatrice, cioè, dobbiamo sentire sempre forte l’urgenza di metterci al servizio, di condividere beni spirituali e materiali, di vivere in concordia fra noi, amandoci gli uni gli altri per far risplendere la gloria di Dio sul mondo. L’amen che pronunciamo alle parole: “Il corpo di Cristo”, deve spingerci a tutto ciò; dobbiamo quindi accostarci al banchetto del Signore in piena responsabilità e coscienza. Quell’amen compromette la nostra vita, ci rende tabernacoli viventi, ci trasforma in Cristo perché possiamo dare agli altri “noi stessi da mangiare” proprio come ha fatto Lui con noi e con l’intera umanità.

Sarebbe bello se tutte le nostre comunità parrocchiali, religiose e presbiterali assumessero lo stile eucaristico facendoci vivere nella consapevolezza che il pane, pur essendo uno è formato da tanti chicchi di grano, i quali, seppur diversi, sono tenuti insieme dall’acqua che ne fa un morbido impasto. Anche noi, ci ricorda san Paolo, pur essendo molti, siamo un corpo solo (Rm 12,5) tenuti insieme dall’acqua e dallo Spirito che fanno di noi un’unità ad immagine della Trinità in cui ognuno può essere se stesso sempre, libero, insieme agli altri, formando una vera fraternità. Per arrivare a tutto questo, dobbiamo sfamarci alla fonte del Pane di vita, del Pane vero, lasciando da parte tutti quei surrogati che ci abbagliano per il loro luccichio, ma che ci lasciano sempre e ancora affamati, sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo che possa soddisfare la nostra ingordigia. Solo Gesù, solo il Suo corpo e il Suo Sangue sono il nostro vero alimento. Avviciniamo a Lui con tutto il cuore, accogliamolo in noi e troveremo la vera pace! Amen.

suor Simona Farac

Tutti abbiamo un’idea di Dio, per crederci o per rifiutarlo. Alcuni fingono di non pensarci, altri lo accusano delle storture che viviamo continuamente. Altri lo pregano e lo invocano.

Mai si è sentito dire di un Dio che si è scelto un popolo che lo ha salvato, seguito, che lo ha fatto uscire dalla schiavitù. Chiediamoci se sia mai successo che un Dio abbia indicato ad un popolo il segreto della felicità. Che gli abbia consegnato la mappa per cercarla. Così l’autore del Deuteronomio, stupito, ripensa all’esperienza di Israele, un popolo di nomadi che si è visto scegliere fra le nazioni per diventare sentinella, per raccontare ad ogni uomo chi è veramente Dio. Non un Dio qualunque. Non una proiezione delle nostre paure, dei nostri bisogni inconsci, non il garante dell’ordine costituito. Un Dio che parla, che dice, che si racconta. Questo è il nostro Dio. Un Dio, come dice Paolo, che attraverso lo Spirito si rivela come un Padre e che ci permette di fare esperienza di lui diventando suoi figli. Una scoperta che non passa più solamente per la liberazione da tutte le schiavitù che portiamo nel cuore, ma dall’essere discepoli di Cristo morto e risorto per svelarci il vero volto di Dio. Una conoscenza sofferta, che richiede un percorso, un cambiamento, una crescita interiore. Dio si accoglie, non si conquista.

Nel Vangelo abbiamo ascoltato Gesù che si avvicina ai suoi discepoli. Ha qualcosa di importante da dire, una missione da affidare. Si avvicina a loro anche se dubitano. Non vuole i migliori, non sa che farsene delle brave persone. Vuole figli, non giusti. E ai discepoli dubbiosi chiede di andare fra la gente e non chiudersi in un recinto sacro e rassicurante: essere cioè Chiesa in uscita. Di battezzare ogni uomo nel mistero della Trinità. Un Dio che, finalmente, manifesta la sua sorprendente natura. Un Dio che è comunione, relazione, comunicazione, dono di sé, danza…festa. Non un Dio solitario, immobile nella sua perfezione, statico e distratto.

Dio genera amore che dilaga, si diffonde e contagia. Questo dobbiamo raccontare: che siamo fatti a sua immagine e somiglianza. Che in me c’è la Trinità. E’ faticoso e crocifiggente relazionarsi, certo. Amatevi dell’amore con cui siete stati amati, chiede il Signore Gesù. Ma non si tratta di operare una scelta di vita, più o meno conveniente, ma di assecondare ciò che siamo veramente nel nostro profondo.  Siamo chiamati noi per primi ad amarci dell’amore del Dio Trinità e a raccontare quanto ci sta cambiando la vita, anche nella fatica, nella contraddizione, al di là di ogni limite, di ogni peccato. Non siamo soli in questo compito, ci è stato ripetuto in queste ultime domeniche con insistenza. Lui è con noi, per sempre. Ci è accanto, conferma le nostre parole se le viviamo. Questo è il Dio in cui vogliamo credere.

A Lui ci rivolgiamo con la preghiera tratta dall’enciclica Laudato si’. “Signore Dio, Uno e Trino, comunità stupenda di amore infinito, insegnaci a contemplarti nella bellezza dell’universo, dove tutto ci parla di te. Risveglia la nostra lode e la nostra gratitudine per ogni essere che hai creato. Donaci la grazia di sentirci intimamente uniti con tutto ciò che esiste. Dio d’amore, mostraci il nostro posto in questo mondo come strumenti del tuo affetto per tutti gli esseri di questa terra, perché nemmeno uno di essi è dimenticato da te. Illumina i padroni del potere e del denaro perché non cadano nel peccato dell’indifferenza, amino il bene comune, promuovano i deboli, e abbiano cura di questo mondo che abitiamo. I poveri e la terra stanno gridando: Signore, prendi noi col tuo potere e la tua luce, per proteggere ogni vita, per preparare un futuro migliore, affinché venga il tuo Regno di giustizia, di pace, di amore e di bellezza. Laudato si’! Amen

                                                                            don Franco Bartolino, parroco della Cattedrale di Pozzuoli

Nella solennità dell’Ascensione celebriamo il mistero di Cristo che, avendo assunto la nostra natura umana con l’Incarnazione, dopo la sua Morte e Risurrezione, fa ritorno alla gloria del Padre. Con l’ascesa al cielo termina la sua missione ed ha inizio quella della Chiesa. La missione di Cristo è durata solo pochi anni, quella della Chiesa, invece, si protrarrà fino al suo ritorno glorioso.

Nel racconto dell’evangelista Marco, si evidenzia che il Signore non si separa dalla vita dei credenti, ma si inserisce nella loro esistenza, potenziandola con una forza ed un’energia più grande di quella che avevano conosciuto. Gesù invita i suoi ad andare in tutto il mondo e a proclamare il vangelo ad ogni creatura; conferisce il mandato missionario,e attraverso di loro, anche a tutti i cristiani, a tutti noi. Ricorda, inoltre, i segni che accompagneranno quanti credono in Lui, garanzia della sua presenza al loro fianco:” Scacceranno demoni…” il male che divide da Dio e dai fratelli”; parleranno lingue nuove…” con il dono dello Spirito che permetterà di dialogare ed entrare in amicizia con tutti; “prenderanno in mano i serpenti…” non avranno paura di nessuno, sapranno vedere in tutti l’immagine di Dio; “imporranno le mani ai malati e questi guariranno…” assicura che lo Spirito guarisce ogni malattia interiore e garantisce che il Signore è sempre presente ed opera insieme con noi e attraverso di noi.

“Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro…”. Anche noi, come i discepoli del Risorto, siamo chiamati a partire e a predicare, con la testimonianza della vita, la gioia profonda che Cristo ci ha donato.  Siamo chiamati a rivivere, nel nostro ambiente, questa storia sempre nuova, a rileggerla e a raccontarla agli altri con il linguaggio del nostro tempo, nella concretezza del quotidiano. Il cristianesimo si trasmette così, da persona a persona; non è una dottrina o un insieme di norme di condotta, ma l’incontro con la Vita che ha sconfitto la morte.

“Celebrare la tua ascensione, Signore, significa per noi non guardare più in cielo, ma volgere il nostro sguardo alla terra. Ora inizia il tempo del nostro impegno, lo spazio della nostra responsabilità di cristiani, il banco di prova della nostra fiducia in te. Tu, Signore, non ci lasci soli. Ci hai promesso di camminare con noi e con chiunque cerchi di costruire un mondo più giusto, una Chiesa più umana, una società più solidale.

Ci chiedi solo una cosa: amare te nel volto delle persone che abbiamo accanto. Donaci la forza della fede; sempre e dovunque, concedici di essere canali trasparenti della tua grazia. Amen”                                                                                                                                                                 sr Annafranca Romano











In questa sesta domenica di Pasqua, siamo chiamati a riflettere “sul discorso di addio” di Gesù nel cenacolo in cui il Figlio dell’Uomo lascia il Suo testamento: “Amatevi gli uni gli altri, come io vi ho amati”!

Il Signore, il Dio del cielo e della terra, non impone nulla al nostro cuore, alla nostra vita, ma ci chiede di vivere alla Sua maniera, cioè nell’Amore. È nella fraternità umana, formata da fratelli che si amano, che Dio si rende manifesto al mondo. In qualità di cristiani, quindi, abbiamo assunto una forte responsabilità: mostrare al mondo il volto di Dio. E qui, credo, che possiamo interrogarci in profondità: se il mondo non vede Dio è forse perché anche sul nostro volto, nel nostro cuore, nella nostra esistenza, nel nostro vivere insieme, non traspare più la Sua presenza liberante.

Amare non è facile, per questo Gesù lo rende come comando “Amatevi!” ed è una novità di vita perché ci permette di partecipare alla capacità e al modo di amare di Dio stesso. Dice infatti: “amatevi come io vi ho amati”. L’amore reciproco, quindi, ha come fonte e origine, l’Amore di Dio incarnato nel Cristo. Se accetteremo questa logica e inizieremo ad amare veramente così, il mondo ci riconoscerà come veri discepoli dell’unico Maestro  il quale non ha parlato solo di Amore, ma lo ha vissuto in pienezza quando ha risanato i malati, ha ridato vita agli umiliati, ha lavato i piedi agli apostoli…

In questo consiste la novità: nel fare come ha fatto lui, fino in fondo e senza riserve. In qualità di cristiani, abbiamo tutti i mezzi necessari per fare dell’Amore il nostro distintivo di vita. Tutti siamo assetati e affamati di Amore, di relazioni vere. Se ci guardiamo intorno, vediamo con chiarezza quanto tutto questo sia vero. La parola “amore” è sulle labbra di tutti, ma quanti veramente lo vivono “come” lo ha vissuto Gesù?

Qualche filologo fa derivare il vocabolo amore dal latino A-MORS, dandogli significato di eternità, “privo di morte”; per cui, quando amiamo qualcuno, già gli assicuriamo che lui/lei per noi non morirà mai, che sarà sempre vivo in noi anche se sbaglierà, se ci deluderà, se ci ferirà. Non è questo il modo di amare di Dio? Non è solo l’Amore di Dio veramente eterno? Allora, bella sfida da accogliere e da vivere conservando sempre in noi le parole che san Paolo consegnò alla comunità di Corinto e che ritroviamo nella prima lettera ai Corinti al cap. 13,4-13:

4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. 13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!

Sia questo il nostro impegno, il nostro stile di vita e la nostra incessante preghiera affinché il Padre ci doni di vivere le nostre relazioni, i nostri affetti, ad immagine della Trinità in cui tutte e tre le Persone si amano e si donano senza remore e senza misure! Amen.

suor Simona Farace

“Rimanete in me e io in voi…” è l’invito che Gesù rivolge ai suoi amici nel discorso di congedo, prima “di lasciare questo mondo” (Gv 13, 2), e che oggi rivolge a noi nella 5^ domenica di Pasqua…Ancora una volta Gesù, per dire cose importanti, vitali utilizza un linguaggio semplice, immediato; richiama scene di vita quotidiana ed elementi tratti dalla natura. Ricorre ad una metafora per ribadire quanto aveva cercato di comunicare ai suoi discepoli durante il tempo vissuto con loro, quanto aveva comunicato nell’ultima cena con la lavanda dei piedi e la consegna del comandamento dell’amore. “Io sono la vite …e voi i tralci”: per Israele, per i discepoli, la vigna era evocativa del rapporto del popolo con Dio, evocativa della cura, dell’attenzione di Dio e dell’infedeltà reiterata del suo popolo. Gesù anche in questa metafora fa un passaggio ulteriore, inaugura quella nuova, inedita alleanza nella quale la vite è lui, connesso strettamente alle sue creature che sono i tralci…Siamo una cosa sola: vite e tralci sono strettamente connessi e interdipendenti, la vite produce di più e meglio se i tralci sono potati. E le radici, la linfa che passa attraverso vite e tralci è la stessa. Gesù è inclusivo davvero, ci siamo tutti con lui, nella diversità delle nostre identità e carismi: non siamo entità contrapposte, non c’è più quella dinamica improduttiva  “noi e voi” che ci contamina. Ciò che conta è divenire suoi discepoli, compiere le opere che egli compie e anche di più grandi.

“Rimanete in me e io in voi”: l’invito di Gesù è controcorrente e provocatorio. In un contesto che continuamente ci chiede mobilità, velocità, efficienza…la parola del Vangelo ci chiede di fermarci, di stare, di abitare il silenzio e le parole…E’ necessario lasciar maturare dei processi che richiedono tempo, che sono condizione di una vita sensata, di una pienezza di vita.

“Rimanete in me e io in voi” è l’esperienza che Gesù rende possibile nel dono dell’Eucaristia. Dio sceglie di fare comunione con noi non donandoci qualcosa, ma offrendo la sua vita, “ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e … facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2, 7-8).                                    C’è un segno che dice in maniera inequivocabile l’appartenenza a lui: una vita donata;  una vita mite, umile, generosa che diventa speranza e seme di un nuovo umanesimo.

Viola Mancuso pme