Il brano evangelico di questa domenica è racchiuso tra due parentesi di stupore: inizia con la sorpresa della gente di Nazareth:”Da dove gli viene tutta questa sapienza e questi prodigi?” e termina con la meraviglia di Gesù: ”E si meravigliava della loro incredulità”. Ci rivela che l’incredulità all’operato di Gesù viene proprio dalla sua patria, da chi l’ha visto crescere in quei trent’ anni di umiltà, di lavoro e di servizio. Gli anni trascorsi a Nazareth, con Giuseppe e Maria, non sono soltanto anni di crescita fisica, sono il nascondimento di un Dio salvatore, che decide di condividere con la creatura tutta l’esperienza umana e terrena. Sono il risultato di una scelta di umiltà vera, concreta e discreta di Dio che regna nei cieli; sono il passaggio temporale di una vita umanamente vissuta da Dio creatore. Alla luce della morte e risurrezione di Cristo, possiamo comprendere questi anni di silenzio, così difficili da accettare dai suoi contemporanei, ma anche da noi oggi. Gesù si presenta come un Maestro povero, semplice ed umile, ma che tuttavia parla di cose mai udite prima: ”Da dove gli vengono queste cose…non è costui il falegname….ed era per loro motivo di scandalo”. Scandalizza l’umanità di Gesù, la prossimità di Dio. Eppure è proprio questa la buona notizia del Vangelo: stupore della fede e scandalo di Nazareth: Dio ha un volto d’uomo, il Logos la forma di un corpo.
Hanno proprio ragione a chiedersi da dove viene la sapienza di Cristo; non è certo la sapienza umana, spesso così piena di sé, così desiderosa di riconoscimenti, pronta a mostrarsi superiore e talvolta orgogliosa! E’ tutt’altra Sapienza, che trova proprio nell’umiltà e nel servizio generoso il suo ambiente vitale.
La questione che pongono è giusta, ma non hanno il coraggio di aprire il cuore a tutto ciò che implica la risposta alle loro domande. L’invito per noi è lo stesso; in una società che si proclama cristiana, rischiamo di chiuderci al suo amore e non comprendere in pieno il suo messaggio. A conclusione del brano, Marco annota:” Non vi poté operare nessun prodigio: solo impose le mani a pochi malati e li guarì. Il Dio rifiutato si fa ancora guarigione, anche di pochi, anche di uno solo.
Il Signore ci conceda di essere liberati dall’orgoglio, per lasciar posto a Lui e alla sua Parola; Egli non vuole agire con la sua onnipotenza, ma desidera che collaboriamo con la nostra fiducia e con il nostro desiderio di credere in Lui e di amarlo.
L’evangelista Marco, nella pericope odierna, mostra, ancora una volta, l’attività taumaturgica di Gesù e presenta due personaggi, Giairo e l’emorroissa i quali, pur appartenendo a due mondi culturali, sociali diversi, portano nel cuore, però, la stessa domanda per ricevere speranza, vita: l’uno per la figli dodicenne, l’altra per se stessa ammalata da dodici anni; una speranza che essi non potevano darsi da se stessi, né ricevere da altri (v. 26). Questa marcata differenza tra i due non trova spazio dinanzi agli occhi del Signore perché egli li guarda nel loro essere uomini e donne bisognosi entrambi di una salvezza che non si può né fabbricare, né comprare. Dinanzi al Signore, quindi, c’è l’uomo nella sua umanità, l’uomo di tutti i tempi, l’uomo bisognoso di speranza e di salvezza, cioè ognuno di noi.
È anche vero che i due personaggi di questo racconto, si avvicinano a Gesù con una richiesta che potremmo definire “terrena, ossia la guarigione corporale, fisica, ma già in essa possiamo notare un loro primo affidarsi al Signore che permetterà poi loro di incontrare anche il dono della salvezza. È questo l’atteggiamento vero, profondo, che ci permette di scorgere il Signore nella nostra vita: l’abbandono in lui e la percezione del nostro nulla senza di lui…, è questo il dono di quella fede che continua a sperare nonostante le evidenze contrarie.
Il dono della fede ci permette di toccare il Signore, di saperlo così presente in mezzo a noi, vicino a noi, interessato alla nostra esistenza e alla nostra felicità. Solo il Signore può donarci la salvezza nell’incontro con lui, una salvezza che, come sottolinea pure la prima lettura odierna, si identifica con la vita. L’uomo è fatto per la vita, perché creato ad immagine di colui che è la Vita e possiede la Vita. Tuttavia, a volte, per la ferita del peccato, l’uomo sperimenta quella condizione di morte interiore che lo segna, lo allontana dal Signore, vera sorgente di vita.
Comprendiamo allora che abbiamo bisogno di toccare il Signore, di sperimentare il suo tocco salvifico per ognuno di noi per metterci alla sua sequela e per aprirci alla continua conversione del nostro cuore che ci porterà sempre più vicino al Signore e ai fratelli.
Oggi la dodicesima domenica del tempo ordinario viene sostituta dalla solennità della natività di San Giovanni Battista: uomo mandato da Dio e venuto per rendere testimonianza alla Luce, è colui che il vangelo ci fa conoscere come il precursore di Gesù. Anche se figlio di Zaccaria e di Elisabetta, la sua vita non è frutto dell’iniziativa umana, ma dono concesso da Dio a due genitori avanzati nell’età e perciò destinati a rimanere senza figli.
All’inizio del suo vangelo l’evangelista Luca si preoccupa di narrare l’infanzia di Giovanni Battista accanto all’infanzia di Gesù; un bambino che annuncia la presenza di un altro bambino. La liturgia della Parola di oggi raggruppa la figura di Giovanni Battista intorno a tre temi: il nome, la parola e il deserto.
Il nome Giovanni significa “Dio fa grazia”; dentro la storia siamo anche noi chiamati a vivere il dono che Gesù ci ha consegnato. Giovanni ha risposto alla vita rendendo testimonianza alla luce e alla verità. Il nome di Giovanni viene da Dio e così anche la sua vocazione e la sua missione. La missione di Giovanni è stata quella di preparare la via a Gesù; preparare è più che annunciare. Occorre mettere a servizio di Gesù e del suo progetto di salvezza non solo le parole, ma la vita intera. Giovanni Battista con il suo comportamento penitenziale ha voluto far comprendere ai suoi contemporanei che era venuto il tempo della grande scelta, quella cioè di stare dalla parte di Gesù o contro di Lui.
Giovanni è anche uomo della Parola; egli è colui che fa risuonare la Parola, dono ricevuto e missione a cui consacrare la vita. Giovanni annunciando, esortando, invitando, esprime con forza la centralità della Parola.
Infine possiamo dire che Giovanni è uomo del deserto poiché la sua esistenza è quasi completamente accompagnata da questo elemento. Il deserto è il luogo della solitudine e del silenzio, il luogo in cui sembra impossibile che nasca la vita, eppure è la via privilegiata per arrivare a Dio. Da apparente luogo di morte è diventato il luogo in cui Giovanni è stato raggiunto dalla Parola di vita.Chiediamo al Signore di essere “voce”, di farci riconoscere la Sua Parola come unica Parola di vita eterna; di renderci solleciti a preparare il nostro cuore e quello di nostri fratelli ad accogliere Lui.
Questo brano del vangelo è un meraviglioso elogio alla piccolezza. Il soggetto del discorso di Gesù è una realtà grande, ampia, illimitata ma bisogna guardare il tutto a partire dalla piccolezza. Vogliamo comprendere il Regno di Dio? Guardiamo tutto ciò che è piccolo, crediamo al miracolo del silenzio e della notte, mentre l’uomo dorme, abbandoniamoci ai ritmi della terra e della natura, non abbiamo fretta dei risultati e coltiviamo la speranza e la fiducia nel piccolo seme gettato. La vera opera del contadino, la più difficile ma anche la più fruttuosa, è l’attesa nutrita dalla sua fiducia nella terra e nella natura certo di sperimentare la gioia del raccolto. L’uomo evangelico infatti è colui che intuisce i tempi della sua parte di responsabilità e del suo lasciare spazio all’opera di Dio. Nella logica di Gesù non si è mai solo protagonisti e non si è mai inoperanti. Il segreto è comprendere e trovare l’equilibrio e l’armonia tra queste realtà: semina, notte e silenzio, mietitura.
Il regno di Dio è dunque una realtà in “divenire” non è solo nel seme e non è solo nel raccolto, ma nel prezioso tempo che vi intercorre, mentre si costruisce e si attende in maniera paziente e operosa. Non importano i tempi della realizzazione del regno di Dio, conta che vi siano seminatori pazienti del vangelo, non affamati di risultati ma zelanti nell’annuncio e certi che la “sua parola non ritorna indietro senza frutto”. Questa pagina del vangelo di Marco ci invita ad una responsabilità operosa, a diventare costruttori del Regno gettando senza sosta il seme del vangelo. I semi del “mondo” sembrano molto più efficaci, con risultati immediati, senza tempi di attesa, senza la fatica, senza spazi in cui poter nutrire la fiducia e la speranza, ma purtroppo spesso non sono portatori di vita e di frutti, piuttosto riempiono di delusioni e svuotano di senso.
In questo mondo alla ricerca della grandezza, il vangelo è il seme più piccolo e invisibile ma sappiamo che proprio il mondo in cerca di grandi “segni” potrà un giorno rifugiarsi all’ombra di questo albero dai rami grandi e accogliente. Al centro di questa pagina evangelica troviamo la domanda di Gesù: “A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo?”
Ci coinvolge, interpella la nostra idea di Regno di Dio e propone la sua creando una spaccatura e, nello stesso tempo, aprendo un varco. La logica del Regno necessita di un nuovo sguardo sulle cose e sul mondo, sulla vita e su noi stessi. Gesù ci dice che possiamo anche “dormire” liberandoci dall’ansia dell’indispensabilità e dell’affanno per le cose di Dio, possiamo dormire per vivere quell’abbandono necessario che rende possibile l’intervento di Dio nel cuore della terra e nel cuore degli uomini, dormire per non opporre resistenza alla grazia di Dio e per essere poi “pronti “ al tempo della mietitura.
Nel brano evangelico di questa domenica ci viene presentato Gesù nei primi momenti della sua vita pubblica: Egli ha guarito dei malati e scacciato un demonio e la folla ha iniziato a seguirlo e ad ascoltarlo con attenzione. Egli, però, ha operato tutto ciò in giorno di sabato, suscitando la reazione degli scribi che lo accusano di esercitare la sua opera nel nome di Satana contro la legge.
Gesù smaschera l’assurdità di tale accusa, poiché Satana non può ribellarsi a se stesso. Sembra inverosimile, eppure spesso è la nostra esperienza: essere tanto ciechi da non saper discernere i doni di Dio che ci fanno vivere. Pretendiamo segni, senza riconoscere quelli che ci vengono già dati. Questa è la bestemmia contro lo Spirito: credere alla menzogna del serpente anziché allo Spirito, che è il compimento di tutti i doni di Dio per la nostra vita. Questo peccato, aggiunge Gesù, ”Non sarà perdonato in eterno”. Il problema non è di Dio, ma nostro: se non riconosciamo il suo perdono là dove ci viene offerto, non potremo trovarlo altrove.
Occorre cercare Gesù e il suo perdono, non rimanendo fuori, come inizialmente fanno sua madre e i suoi fratelli, ma facendo nostro il suo modo di ascoltare la Parola del Padre, di amare la sua volontà, di riconoscerla come desiderio di salvezza e di bene per noi e per tutti. Rimanendo dentro questo spazio, che è quello della relazione intima con Gesù, sapremo rispondere alla domanda di Dio: ”Dove sei?”(Gen3,9) e potremo stare davanti a Lui nella verità, senza vergogna, perché ci sapremo amati, perdonati, salvati. Solo allora il veleno del serpente non ci farà più male e potremo vivere nella speranza e nella gioia dello Spirito. Affinché tutto ciò si realizzi in noi, occorre un lungo e faticoso allenamento, per conquistare una vera libertà interiore, non cadere schiavi degli istinti e orientare gli affetti verso il bene.
Occorre disciplina interiore per imparare ad amare e valutare con saggezza le scelte da compiere, rimanere sereni nelle contrarietà, guarire dai rancori e riconciliarci con tutti. Si tratta di purificare le energie di bene che ci portiamo dentro, di potenziarle ed orientarle verso un’umanità sempre più vera, più libera, più piena: l’umanità dei discepoli del Signore.
Nell’Eucaristia entriamo in un rapporto con Cristo più forte di quello che ci lega ai parenti con i vincoli di sangue. Se accettiamo di credere in Lui e di affidarci alla sua potenza liberatrice, ci verrà offerta la grazia di poter far parte della sua nuova famiglia e anche di noi, il Signore potrà dire:”Ecco mia madre e i miei fratelli …”. Il versetto che conclude il brano evangelico dilata i confini della famiglia di Gesù ben al di là e oltre la folla che gli sta attorno, perché offre a chiunque lo voglia, quindi anche a noi, la possibilità di farne parte, a condizione di “compiere la volontà di Dio”.