All’inizio di questa pericope evangelica di Giovanni c’è una richiesta esplicita mossa da alcuni greci che si trovavano alla festa, di voler vedere Gesù. A questa richiesta segue un veloce passa parola fino a Gesù.

Sono cauti i discepoli con questi stranieri che cercano di vedere Gesù e lo stesso Gesù riporta i discepoli su un’altra dimensione. Non è interessato a chi lo vuole vederlo, lui è già proiettato oltre la morte che lo attende, questa morte è l’epifania suprema dell’amore di Dio. Per comprendere Gesù, lo sguardo deve partire dal basso, dalle cose della terra, della vita, del quotidiano, dal procedere della natura. Guardare il chicco di grano e la sua storia, scegliere cioè tra il coraggio di andare sotto terra e il rimanere solo, senza sofferenza magari, ma anche senza frutti. La glorificazione del figlio dell’uomo consiste in questa scelta di passare sotto terra morendo per produrre molto frutto, perché la vita ha senso finchè si dona, finchè si spende, finchè si moltiplica.

Siamo tutti coinvolti in questo gioco d’amore, tutti quelli che vogliono seguire Gesù, non c’è spazio per l’auto conservazione ma solo per una donazione totale. Questo comporta l’amare la vita più della propria vita e fare in modo che essa vada oltre noi per diventare eterna. Morire per portare frutto significa accettare quel doloroso passaggio di annientamento, nascondimento per fare spazio ad una essenzialità trasformante. Il miracolo della vita nuova inizia proprio sotto terra in quel piccolo seme che diventando germoglio annuncia una vita che sembrava perduta. “Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna”.

Vivere i tempi di silenzi e deserto, di lotta, incomprensione e morte come tempi fecondi. E a questo sguardo che forse Gesù vuole preparare i discepoli, quando la sua morte sconvolgerà la loro vita, porterà via ogni certezza, ucciderà sogni e speranze, allora dovranno ricordarsi del chicco di grano e comprendere che solo l’amore è il senso del tutto e dà senso a tutto. Già da qui inizia l’innalzamento: “E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Neanche per Gesù questo è un passaggio indolore: “Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora”!  Gesù vive fino in fondo la propria scelta e la propria adesione ad una volontà di bene. Guardando a Lui e con Lui potremmo anche noi essere servitori della vita e portatori di resurrezione.

suor Giuliana Imeraj

Il vangelo di questa quarta domenica di Quaresima ci propone il colloquio di Gesù con Nicodemo, incentrato sulla necessità dell’esaltazione del Figlio dell’uomo e della nuova nascita per l’uomo che vuole entrare nel regno di Dio. Gesù parla di nascita dall’alto, da acqua e da Spirito, alludendo al mistero del Battesimo e del dono dello Spirito, che ci fa nuove creature.

Se Dio conosce le nostre sofferenze non è solo perché le vede in noi, ma perché le sente sue e la salvezza che ci dona è proprio quella di farci vivere quella sofferenza nell’abisso dell’amore, che costituisce la rivelazione suprema della realtà di Dio. Come il serpente di bronzo innalzato nel deserto recava guarigione a coloro che lo guardavano, così sarà di Gesù quando sarà innalzato sulla croce. Egli vuole introdurre Nicodemo, e con lui ciascuno di noi, al mistero di Dio e del suo immenso amore per l’uomo, che proprio in Lui riceve il suo sigillo definitivo. E’ la gloria di un amore che rimane libero nel suo dono proprio quando è rifiutato.

L’innalzamento della croce mostra la reale discesa di Dio fino all’uomo, che lo tradisce e lo calpesta. Proprio perché Gesù custodisce la sua divinità nell’essere calpestato, rivela tutta la potenza di un’umanità che è irraggiamento dello splendore di Dio. Così anche per noi, non esiste altro modo di salire a Dio se non quello di discendere, perché risplenda il suo stesso amore.

Quando dalle labbra di Gesù ascoltiamo risuonare quel “bisogna”, dobbiamo intendere che si tratta di un evento che non è alla nostra portata, che non risponde alle nostre attese, che non avremmo mai immaginato perché comporta la rivelazione di un segreto di Dio, nel senso che caratterizza l’intima vita di Dio e quindi quella dei suoi figli. Se Gesù deve essere innalzato e deve morire in croce, non è solo in ragione del peccato dell’uomo, ma della manifestazione del segreto della vita divina, che a tutti verrà comunicata in modo da vivere di quella pienezza che appartiene solo a Dio.

L’esperienza della fede conduce al dono di sé, come conseguenza della vita nuova. Gesù vuole introdurre Nicodemo al mistero di Dio e del suo immenso amore per l’uomo, che proprio in Lui riceve il suo sigillo definitivo. Per dare salvezza deve essere innalzato. Questo particolare nasconde la modalità della rivelazione di Dio e costituisce per l’uomo l’accesso alla sua rivelazione.

E’ da quell’altezza che ci viene la vita eterna, perché si rivela in tutto il suo splendore l’amore del Padre per l’uomo. La rivelazione dell’umanità, come luogo dello splendore di Dio in questo mondo, non può che venire dall’alto. In Gesù, Dio ha fatto dono di sé all’uomo e in quel dono l’uomo può ritrovare la bellezza della sua umanità.

Il nostro cuore, tempio o mercato? Potrebbe essere questa la domanda che sorge nel nostro cuore in questa terza domenica di quaresima. L’evangelista Giovanni, infatti, ci mostra fin da subito l’alternativa: noi o Dio? In che senso? Già al v. 13 leggiamo il termine “la Pasqua dei Giudei”, ma nella Scrittura si parla della “Pasqua del Signore”, è Lui che passa nella nostra vita, mentre i giudei ne avevano fatto un affare proprio, la loro pasqua…. Forse non vivono più la salvezza come dono, ma come evento che loro stessi possono governare. Allora si perde il significato religioso di incontro con il Signore e si inizia a mercificare il culto ecco perché troviamo venditori vari e cambiavalute (v. 14).

Dinanzi a tale situazione Gesù, per il forte zelo che lo divora (v. 17), con una cordicella scaccia tutti dal tempio: immagine tipica del ritorno del messia ricordando che l’amore non è qualcosa che si può comprare, barattare, vendere ma che l’essenza stessa dell’amore è la gratuità del dono.

Allora c’è bisogno di comprendere che non è il tempio di mattoni il centro per incontrare il Signore, ma il nuovo santuario che è Cristo stesso (v. 19) e in Lui tutti noi che con il battesimo siamo diventati figli nel Figlio (Gal 4,4). Questo è il messaggio sconcertante di questa domenica: ognuno di noi è tempio vivo della presenza del Signore, in ognuno di noi abita il Signore che vive sempre con noi.

Questo, però, richiede da noi una risposta di fede, di affidamento che nasce dal rapporto che Dio in Gesù Cristo instaura con ciascuno di noi venendo ad abitare in noi. La fede, una risposta di affidamento alle mani di Dio e non solo adesione a precetti e dogmi. Una fede non basata quindi sul miracolistico come coloro che subito dopo seguono Gesù (v. 23) perché vedono segni: di questi il Signore non si fida (v. 24), ma una fede di risposta al dono che il Signore ci fa della sua presenza.

Allora non facciamo del nostro rapporto con Lui un luogo di mercato in cui tanti parlano ma non si riesce a distinguere il messaggio, ma curiamo il nostro santuario interiore per ascoltare la sua Parola, per accoglierla e per metterla in pratica perché suoi discepoli.

suor Simona Farace

Il vangelo di questa seconda domenica di Quaresima dell’anno B ci offre il racconto della trasfigurazione secondo l’evangelista Marco. Questo evento si pone tra il primo e secondo annuncio della passione – resurrezione di Gesù. Gesù porta con sè sul monte a pregare i suoi amici più fidati e lì, sul monte, essi scoprono meravigliati lo splendore di Dio. I tre apostoli presenti sul Tabor sono gli stessi che saranno presenti anche sul Golgota, quasi a dire che se non incontriamo la bellezza di Dio, non riusciremo mai a consegnarci completamente a lui. Nel testo evangelico ci sono continui richiami all’Antico Testamento e questo ci fa comprendere che sul Tabor sta avvenendo qualcosa di veramente importante. In Gesù l’Antica Alleanza sta per trasformarsi nella nuova ed eterna alleanza. L’apparizione di Mosè ed Elia testimonia che Gesù è il compimento della Legge e dei profeti, colui che condurrà il popolo verso la terra promessa. Di fronte a questa straordinaria manifestazione di gloria il timore dei discepoli è grande…E’ in questo momento che li avvolge la nube dalla quale si ode la voce divina che proclama Gesù Figlio prediletto che va ascoltato, seguito, obbedito. Dopo questa manifestazione gloriosa, Gesù torna ad essere compagno di cammino, anche se ai discepoli rimane incomprensibile la meta. Il cammino nel quale il Signore si fa compagno è un cammino per delle vie che a volte si possono rivelare strette e aspre, con mete a volte sconosciute. È la via della sofferenza e della croce che Gesù percorre spedito e in piena consapevolezza. Ad essa cerca di preparare anche i suoi discepoli per affrontarla con fortezza, sapendo che è questa l’unica strada che conduce alla vera vita. Affidiamoci anche noi al Signore consapevoli che il cammino è arduo,  da soli non potremo mai percorrerlo, ma con Lui il sentiero si fa sicuro e la paura si sconfigge.

 suor Assunta Cammarota

Il testo evangelico della VI domenica del Tempo Ordinario, ci presenta l’incontro tra Gesù e un uomo affetto da lebbra, che con audacia insolita gli si avvicina, attratto dall’intima convinzione che può sicuramente fare qualcosa per lui. Spinto da questa certezza, supera l’opinione pubblica, che lo ritiene un peccatore, colpito da Dio e avanza per incontrarlo personalmente. Quest’uomo mostra volontà di vivere e grande fiducia in Gesù. Il desiderio della guarigione trova in lui il suo più potente alleato.       Anzitutto lo aiuta a superare, con uno slancio vitale, le barriere poste dalla società del tempo e gli si avvicina dicendo:

” Se vuoi, puoi purificarmi!” L’immagine del lebbroso, che si deve tenere a distanza, che è escluso, che non può avere relazioni, ci fa pensare a tutti coloro che ancora oggi si sentono esclusi, rifiutati, emarginati.    Quest’uomo confessa apertamente la sua convinzione di non essere amabile, dubita che Gesù possa desiderare di curarlo, perciò timidamente gli chiede, in ginocchio: “Se vuoi…”

   Gesù lo incontra proprio lì, nella sua solitudine e tocca la sua carne infetta, come non aveva esitato a prendere per mano la suocera di Pietro, a toccare la lingua del sordomuto e le infermità di tutti coloro, che con fede, si accostavano a Lui. Perciò gli dice: “Lo voglio …”, in tal modo, lo scuote dalla sua convinzione di essere escluso per sempre.

Il malato trova finalmente un “tu”, Qualcuno con cui relazionarsi, che non lo lascia nell’isolamento, ma gli rivolge uno sguardo di compassione e lo autorizza a guardare se stesso in modo nuovo, a riconquistare la sua dignità. Il suo atteggiamento è quello di chi non si rinchiude nell’autocommiserazione, non si piange addosso, ma si rimette al buon volere di Gesù, quasi dicendogli:” Se è tua gioia il guarirmi, tu puoi farlo”. Non pronuncia una preghiera per chiedere qualcosa, ma confessa la sua fede: “tu puoi “.

Gesù prova compassione, si lascia ferire dalla sua sofferenza, entra nella sua condizione, lo tocca e rischia il contagio, che esclude dalla partecipazione a gesti cultuali. Colui che nessuno poteva toccare, si sente toccato e percepisce in Gesù una presenza solidale.  In tal modo potrà riprendere contatto anche con se stesso e si accorgerà che la sua situazione di isolamento non era senza speranza. L’incontro con Gesù aiuta il lebbroso a guardarsi dentro con occhi nuovi.

Alla fine sarà Gesù a trovarsi nella sua condizione precedente, e ”non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma se ne stava fuori, in luoghi deserti”. E paradossalmente, proprio vivendo in luoghi solitari, come un lebbroso, tutti i lebbrosi e i peccatori, esclusi ed emarginati dalla società, possono incontrarlo senza timore. L’esperienza del lebbroso guarito è per noi oggi motivo di grande consolazione nello spirito; noi, che così spesso abbiamo l’opportunità di entrare in contatto con Gesù, attraverso la partecipazione alla Mensa della sua Parola e del suo Corpo, come possiamo non sentire la sua presenza viva, che ci guarisce e ci sostiene intimamente in ogni circostanza?

Se vivremo in pienezza questi incontri con Lui, riusciremo a sentire il suo tocco divino e saremo guariti nel corpo e nello spirito; faremo anche noi l’esperienza vivificante del suo farsi prossimo, in ogni momento della nostra vita.

(sr Annafranca Romano)