Con questa esortazione si apre il tempo di avvento e inizia il nuovo anno liturgico. Tempo nuovo, tempo di memoria, tempo di invocazione, tempo di attesa del ritorno del Signore. Sì, il Signore ritorna e ci chiede di aspettarlo, così come ci ricorda la Scrittura attraverso i profeti, ma anche attraverso le parole stesse pronunciate da Gesù. In questo tempo di attesa, quindi, tutti noi, riuniti insieme come Chiesa, apriamo il nostro cuore e schiudiamo le nostre labbra pregando insieme un antico testo della liturgia delle prime comunità cristiane: Maranathà, vieni Signore Gesù. Il Signore viene, ritorna, ritornerà. Ma ne siamo poi così convinti? O anche noi abbiamo assunto la mentalità mondana che fa della storia un eterno ritorno di cose già avvenute e quindi priva di finalità, di senso ultimo? Che sarebbe la nostra esistenza se non vivessimo la tensione verso le realtà ultime, quelle del cielo che si propongono sempre a noi come novità di vita, di senso, di meta? Siamo uomini e donne in cammino sulla terra, ma siamo già cittadini del cielo. Allora da ciò nasce un responsabile impegno: mantenere desto, vivo, vigile il nostro cuore e alimentare in noi quel fuoco della fede che ci aiuta a vedere, a scorgere la presenza del Signore, sempre e in tutte le realtà.
È questo l’invito del Vangelo di oggi, in questa prima settimana di avvento: vigilare, vegliare rimanendo desti, senza farci sorprendere dal sonno. Ma cosa significa tutto ciò? Siamo nel mondo ma non del mondo, ecco il riassunto del messaggio odierno. Se siamo di Cristo, non possiamo addormentarci nella mentalità mondana dei nostri tempi. Non possiamo permettere che il quotidiano ci avvolga e ci stringa nei suoi vortici di un fare senza misura. Con ciò non intendiamo dire che dobbiamo disinteressarci della vita quotidiana, no! Ma vogliamo intendere che dobbiamo imparare a dare alle cose il giusto peso, il giusto valore per vederle nella stessa prospettiva di Dio. Allora non saranno le cose, gli avvenimenti, il lavoro, le persone a dominarci, scandendo i tempi per noi, ma saremo noi a dare ordine a tutto cosicché troveremo tempo per stare con il Signore, per incontrarlo, per riconoscerlo quando verrà.
In questo tempo in cui il padrone si allontana (v. 34), ci viene affidato, in qualità di servi il potere su tutte le cose. Ma quale potere? Se siamo servi è il potere del servizio, quello che Gesù per primo ha vissuto e ha lasciato a noi come esempio. In questo servizio, all’interno della casa del Signore (v. 34), ognuno di noi ha ricevuto un compito che deve responsabilmente portare a termine per l’edificazione e la costruzione della dimora del Signore. Nessuno può accaparrare nulla per sé, ma dobbiamo condividere ciò che abbiamo per l’utilità di tutti.
Il tempo di avvento, dunque, ci invita ad attendere, a lavorare per e nella vigna del Signore, con cuore aperto verso tutti, lasciando sempre spazio a questo invito: “vigilate” (v. 37) affinché non cadiamo nella tentazione di un fare senza l’essere, di un cristianesimo senza incontro, di un tempo nuovo privo di accortezza.
«Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni…” Questo è l’atteggiamento di partenza da parte di Dio, un Dio che consegna continuamente tutto fino a consegnarsi Lui stesso. Consegna la vigna, consegna i beni, consegna i talenti. Questa è una delle parabole della fede che Dio ha negli uomini. Non importa che siamo servi, si è degni di tutta la sua fiducia, ci rende degni il suo sguardo. Tutto sta nella nostra capacità di ricevere, accogliere, far fruttificare oppure sotterrare, bloccati dalla vita e incapaci di uscire dallo sguardo errato che si ha nei riguardi del padrone. Bisogna educare lo sguardo e gli occhi, sono stati fatti per scorgere anche al di là di ciò che si pensa.
La fiducia del padrone parte da uno sguardo reale e particolare su ognuno e, ad ognuno dà secondo le proprie capacità. Una scelta che spesso noi uomini vediamo come un “ fare le differenze”, mentre è un invito a prendere consapevolezza delle proprie capacità, a far fruttificare quanto ci è donato. Una capacità che Dio conosce più e prima di noi. In ogni moneta consegnata ci è data anche la possibilità di prendere coscienza di quanto possiamo ancora diventare. Oggi come talento ci viene consegnato il vangelo, la sua Parola, l’Eucarestia, la fede , la sua logica di misericordia e perdono. Attraverso di noi questi “talenti” possono fruttificare, diffondersi, moltiplicarsi,
Cosa ne facciamo di queste realtà- beni consegnati a noi? Sorge spontanea la domanda che esce dalla bocca di Gesù e suona come una sua preoccupazione: Quando il Figlio dell’uomo verrà troverà ancora fede sulla terra? Troverà certamente tanti che come i due servi non hanno esitato ad impiegare il loro talento, ma anche tanti altri che per paura avranno sotterrato senza aggiungere nulla di proprio a questo dono.
“Eccolo, è ancora tuo” dirà il terzo servo, ma Dio non consegna doni da custodire, ma da condividere, elargire, moltiplicare. Alla fine dovremmo poter rispondere: ecco ciò che è nostro Signore .
La risposta del padrone è sorprendente: “bene servo buono e fedele” non per la quantità del ricavato, ma per la fedeltà nel poco. Nella fedeltà è il segreto dei nostri frutti, quella fedeltà quotidiana dove ricordarsi che siamo in questo mondo per fiorire e non per rimanere sotto terra. Ci attende una gioia, un partecipare all’abbondanza di Dio. Così ogni qual volta che adoperiamo i nostri talenti scopriamo che invece di restituire ci è restituita la vita, la dignità, la fiducia, la gioia.
Nelle ultime domeniche, come preannuncio al tempo di Avvento, la Parola di Dio non ha fatto altro che introdurci in una condizione di attesa.Con il grande quadro del giudizio finale termina il discorso escatologico di Gesù e con oggi, solennità di Cristo re dell’universo, anche l’anno liturgico.
Le parabole delle domeniche precedenti ci hanno preparato a questo finale solenne dove il Cristo ci viene contemporaneamente presentato come Re, Pastore e Giudice del suo popolo (Mt, 25,31-46). Il suo giudizio è sull’elemento base della vita Cristiana: l’amore al prossimo specie ai più deboli come espressione concreta della nostra sequela al Signore; amore che deve tradursi in atteggiamenti e scelte concrete a volte non facili e gratificanti. “Venite benedetti del Padre mio”, è questa l’affermazione che caratterizza il modo di regnare di Dio, non sudditi o servi, ma benedetti, amati, figli. Il regno di Dio è un Regno fatto di gesti piccoli, di cuore, semplici e perseveranti, tanto naturali e quotidiani da non accorgerci che ci hanno procurato la gioia della salvezza eterna.
Quando amare diviene normale si vive in pienezza la propria vocazione di essere fatti ad immagine e somiglianza di Dio, un Dio che è amore e che ha posto in ognuno di noi la capacità di amare come Lui. Venite benedetti del Padre mio perché avete capito che, il povero, lo straniero, l’affamato, l’assetato, il carcerato sono umanità da amare, che la felicità è tale solo se condivisa.
È questo quindi quello che dovremmo attendere: l’imparare da lui e con lui ad amare. Chiediamo al Signore di aiutarci a comprendere che trascurare di amare come Lui, dell’amore concreto verso i poveri, i forestieri, i prigionieri, significa escludersi dalla sua logica, rinnegarlo. Chiediamo di farci comprendere fino in fondo che essi sono il luogo privilegiato della sua presenza.
La parabola delle “dieci vergini”, che la liturgia di questa domenica offre alla nostra meditazione, ha un’intensità suggestiva particolare ed esprime molto chiaramente l’intento di Gesù di esortarci alla vigilanza, nell’attesa del suo ritorno glorioso, come Sposo dell’umanità, impegnati nella fede, nella speranza e nell’amore.
Le dieci vergini che vanno incontro allo sposo con le fiaccole accese sono i discepoli, siamo tutti noi. Il problema è il ritardo dello sposo, che mette allo scoperto la stoltezza di coloro che non si sono preparati nel tempo dell’attesa. La riserva dell’olio è la fedeltà e la perseveranza, la vigilanza, la capacità di discernere. Nell’incontro con il Signore ognuno sarà giudicato secondo il suo agire. La risposta negativa delle giovani sagge, che può sembrare egoistica, rimarca l’aspetto della responsabilità personale, che non si può sostituire con un prestito; un altro non può amare al posto mio. L’immagine dello sposo e delle vergini allude al mistero di questo rapporto tra Dio e l’uomo. Nel racconto ciò che fa la differenza tra le vergini è l’olio: chi ce l’ha e chi se lo deve ancora procurare; olio che si mette da parte giorno dopo giorno, nella fedeltà ai propri impegni, nella preghiera, nel lavoro, nella disponibilità all’altro.
Tutta la parabola è raccontata non tanto per conoscere ciò che avverrà alla fine, ma ciò che è in gioco quotidianamente nella nostra storia terrena, in rapporto al desiderio del cuore di godere la pienezza. E’ necessario vivere nella vigilanza, perché se Dio è il futuro assoluto della storia, solo in Lui dobbiamo riporre la nostra fiducia, per realizzare noi stessi e portare il nostro contributo all’oggi che ci viene donato. Vigilanza è fiducia nella storia concreta, in cui Cristo si è incarnato ed opera. Le vergini prudenti non negano il proprio aiuto alle amiche per puro egoismo, ma insegnano come procurarselo per tenere accese le lampade. Il dono prezioso di Dio, che ci aiuta ad essere vigilanti, pronti ad accogliere il Signore che viene, è il tempo. Se ora sappiamo essere con Lui, lo saremo anche quando ci chiamerà al suo regno eterno.
Solo nel dialogo continuo con Dio, fatto di ascolto, di discernimento per conoscere la sua volontà, di impegno per realizzare il suo Regno, di accettazione delle sofferenze, riusciremo a convincerci che “tutto concorre al bene di coloro che amano Dio”. Il problema non è solo quello di avere un cuore vigile, ma un cuore innamorato, e chi ama, sa attendere la persona amata.
Due pensieri fondamentali, a mio avviso, si riscontrano, oggi, in questa pericope evangelica strettamente collegati fra di loro.
Il primo è che il nostro essere cristiani, non dipende tanto dalle tante opere esteriori che compiamo, quanto dall’intenzione con cui le facciamo; il “fariseismo” che Gesù condanna nel Vangelo, infatti, è il desiderio di apparire di fronte agli altri, anziché agire nel nome di Dio e questa è una tentazione pericolosa in cui tutti possiamo incorrere soprattutto se, e qui è il secondo punto, ricopriamo, all’interno della comunità religiosa, ruoli di guide con forti responsabilità verso gli altri.
I doni che ci vengono affidati da Dio e la missione che da lui riceviamo, a volte, vengono esercitati non per l’utilità comune, ma per il proprio prestigio personale. Quello che Gesù rimprovera ai farisei è la loro ipocrisia (v. 3) in quanto essi “dicono ma non fanno” (vv.5-7) nascondendosi dietro una presunta santità che credono di avere più e meglio degli altri. Di fatto, essi cercano i primi posti, allungano le frange dei loro abiti (v.v 5-6) affinché tutti li possano notare, salutare e rendere loro omaggi, tributi, saluti.
Al cristiano, Gesù ricorda che non si può vivere così con ambizione, vanità, ipocrisia ma che bisogna essere umili, alla ricerca della propria intimità con Dio e nella costruzione di rapporti che siano veri. Il Maestro è lui, la Guida è lui, noi siamo suoi discepoli e in lui siamo tutti fratelli, figli di un unico Padre (v. 9). Nelle nostre comunità ecclesiali, ognuno di noi vive un servizio ministeriale diversamente articolato, ma solo se esercitato nello spirito del Signore, che è spirito di servizio, di donazione, di accoglienza, potremo costruire una comunità di fratelli, altrimenti rischieremo di perderci nell’ostentazione del nostro fare, del primeggiare, dell’ambizione.
Accogliamo l’invito del Signore, lasciamoci conquistare da lui e come veri discepoli che ascoltano la sua Parola, interiorizziamola nel nostro cuore e condividiamola con i fratelli.