Nel brano evangelico odierno continuiamo la lettura del discorso parabolico di Gesù. Dopo la parabola del seminatore e la sua spiegazione, eccone un’altra, sempre riguardante la semina, per essa i discepoli chiedono una spiegazione più chiara e non per le altre, abbastanza semplici nei loro contenuti. C’è una semina di grano buono, che viene fatta di giorno, dal contadino, nel suo campo per ottenere frutto e un’altra, operata di notte, di nascosto. E’ la semina della zizzania, erba che non dà frutto, ma sfrutta il terreno e finisce per soffocare il buon seme. Al momento della crescita del grano appare anche quest’ultima, il raccolto è minacciato…L’amara scoperta sorprende e rattrista i servi, mentre il padrone si mostra tranquillo, consapevole che tutto ciò è avvenuto ad opera del nemico e non permette che venga sradicata la zizzania prima del raccolto finale.
Cosa è avvenuto, come mai il contadino non se n’è accorto? Perché esiste e continua a prosperare la cattiveria nel mondo?Sono domande che riguardano il male presente accanto al bene. Ad un certo punto della nostra esistenza, anche in noi scopriamo la presenza del male: chi ve lo ha introdotto e come mai è avvenuto?
E’ un’esperienza dolorosa, che richiede discernimento: abbiamo accolto la Parola di Dio, l’abbiamo meditata e custodita, abbiamo anche tentato di metterla in pratica, ma qualcosa è sfuggito alla nostra attenzione. Del resto anche per la piccola comunità di Gesù era successa la stessa cosa.
Al suo interno vi era chi è giunto al tradimento, chi al rinnegamento, chi pieno di paura, è addirittura fuggito. I servi della parabola, sconcertati dinanzi all’accaduto, interrogano il padrone, chiedendo spiegazioni e, venendo a conoscenza che un nemico ha compiuto tale malvagità, propongono di estirpare l’erba nociva, manifestano impazienza ed intolleranza. Ai loro occhi tale separazione è più che lecita, affinché il grano possa crescere senza essere privato di spazio e di sostanze vitali. Ma il padrone insegna a guardare l’accaduto con un’ottica diversa: quella della pazienza, della tolleranza, dell’attesa di un tempo migliore, in cui si possa separare l’erbaccia dal buon grano, senza nuocere a quest’ultimo. Egli sa che nell’atto di sradicare il male, c’è il rischio di sradicare anche il bene. Occorre, da parte sua tanta pazienza e misericordia, e da parte dei servi un costante esercizio di mitezza, di accoglienza e di superamento del proprio egoismo.
Il messaggio contenuto nella Parola di oggi vuole insegnarci che, come cristiani impegnati nella diffusione del Regno di Dio, non possiamo ragionare con parametri puramente umani. E’ necessario, piuttosto, che ci poniamo in umile ascolto del Maestro divino per apprendere da Lui le virtù della pazienza, della mitezza, dell’umiltà, dell’accettazione dell’altro diverso da noi e con cuore nuovo, impariamo ad accogliere e ad amare tutti, senza distinzione e senza pretese, perché il giudizio appartiene solo a Dio.
Il brano evangelico odierno ci propone un bellissimo inno di ringraziamento e di lode di Gesù al Padre, in cui rivela il suo mondo interiore, dentro un’emozione traboccante, davanti alla gioia dei discepoli, che Gli raccontano i prodigi avvenuti durante la missione di evangelizzazione, che Egli stesso aveva loro affidato. “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli…”. I sapienti e i dotti di quel tempo avevano creato una serie di leggi attorno alla purezza legale, imponendole al popolo in nome di Dio, pensando che Egli esigesse tutte quelle osservanze per donare la pace. La legge dell’amore, rivelata da Gesù, invece, afferma tutt’altro. Egli ci insegna che quello che conta, non è ciò che facciamo per Dio, ma piuttosto quello che Lui fa per noi, donandoci l’opportunità di aprire il nostro cuore ai poveri e ai piccoli dei nostri giorni; pensiamo agli immigrati, ai giovani senza valori, ai poveri in spirito che non hanno mai sperimentato la gioia, la bellezza e la profondità dell’incontro con Dio. Innanzitutto insegna a pregare: Egli stesso prega molto! Prega con i discepoli, con il popolo, da solo, durante la notte.
Invita a sé tutti coloro che sono stanchi e promette loro riposo e ristoro. Egli è la via per poter capire la realtà del Regno, offre il suo esempio di mitezza e di umiltà: “Imparate da me, che sono mite ed umile di cuore…si fa vicino ai piccoli e ai poveri, a coloro che nessuno accoglie e riconosce. La piccolezza interiore, che ha il nome dell’umiltà e della mitezza, racchiude le condizioni necessarie ed ideali per saper riconoscere il Signore come via, verità e vita e mettersi alla sua sequela, con decisione e generosità. Ma essere piccoli e miti, a livello umano, comporta stanchezza e sofferenza. Ecco perché Gesù si preoccupa di coloro che sono stanchi e oppressi: custodisce la loro serenità e li chiama a sé, offrendo un ristoro e un giogo dolce e leggero; la sua solidarietà e la sua concreta partecipazione lo rendono più vicino all’uomo di tutti i tempi. Gesù è il primo dei poveri, dei semplici, dei piccoli, dei miti; si carica per primo della croce e questa sua vicinanza rende sopportabile e leggera la croce di chi lo segue.
Nel suo modo di annunciare la buona novella, rivela una grande passione per il Padre e per l’uomo umiliato ed emarginato ed invita tutti coloro che soffrono, sotto il peso della vita, a trovare in lui riposo e sollievo. “Venite a me” è l’invito che oggi il Signore rivolge a ciascuno di noi, forse affaticato ed oppresso da varie prove; Egli viene per essere il medico e la medicina, il ristoro, la salvezza, la gioia vera. Affidiamoci alla sua bontà e misericordia e preghiamolo, facendo nostre le parole del Salmo:
“Signore, non si inorgoglisce il mio cuore e non si leva con superbia il mio sguardo; non vado in cerca di cose grandi, superiori alle mie forze. Io sono tranquillo e sereno come un bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l’anima mia”.(Salmo 132)
“Degno di me” è il ritornello che Gesù ripete per ben tre volte in questa piccola pericope tratta dal discorso missionario del vangelo di Matteo. La salvezza è l’amore per il Signore più grande di qualsiasi affetto. Chi lo accoglie diventa come lui…figlio del Padre e fratello dell’umanità.
Nessun affetto può divenire così importante da tramutarsi in idolo che offusca lo sguardo tra noi e il Signore. Non si tratta semplicemente di sentimentalismo o di sforzo personale ascetico bensì della totale appartenenza a lui attraverso scelte che portino al superamento dell’amore fatto di possesso e all’apertura all’amore fatto di dono. Questo significa prendere la croce: condividere la logica di chi come Il signore e con il Signore è capace di assumere su di sé tutto il male ricevuto senza il desiderio di restituirlo. Come sarà possibile questo? Camminando dietro a lui che per primo ha vissuto tutto ciò per noi per liberarci da ogni forma di male e di possesso che ottenebra la nostra vita. Ognuno quindi è chiamato a portare la propria croce, a vivere le proprie sofferenze e le proprie rinunce che portano al dono di sé nel servizio per gli altri.
Solo quando doneremo la vita, solo quando la perderemo la potremmo ritrovare perché vivere è amore e amare è dare gratuitamente così come gratuitamente abbiamo ricevuto. Se invece vogliamo possedere la vita seguendo lo stile dettato dall’egoismo, uccidiamo la vita filiale e fraterna e troveremo così la morte. Seguendo il maestro il discepolo impara a staccarsi da una vita proiettata solo su se stesso per mettere al centro il regno di Dio e la sua giustizia. Così, insieme a lui e come lui, il discepolo si pone in cammino per narrare la bontà di Dio, i suoi magnifici doni, la bellezza del suo amore che è sempre dono di prossimità solvente.
Chi lo accoglierà riceverà la sua ricompensa entrerà nel regno e sperimenterà la gioia e la bellezza della relazione con il Padre e con i fratelli.
In questa solennità del Corpus Domini siamo nel capitolo sesto di Giovanni. Gesù proclama il lungo discorso del Pane. Nel vangelo di Giovanni non è una novità un Gesù che si autodefinisce, che pian piano ci dà indizi sulla sua identità di Dio e di uomo: io sono la via, la verità, la vita, io sono il buon pastore. Oggi il Signore si definisce pane. Un elemento essenziale per vivere, il più naturale e il più indispensabile. Pane è sinonimo di vita e benedizione. Pane vivo, pane che viene dall’alto, pane che è anticipo di eternità e vita del mondo. Questo il grande dono e mistero dell’Eucarestia.
Il discorso di Gesù è sempre più chiaro e nello stesso tempo più duro. «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Questa domanda esprime tutta la fatica che i giudei e la comunità di Giovanni fanno per comprendere le parole di Gesù. Per noi anche è faticoso comprenderne il senso profondo, il messaggio di vita insito nella scelta di Dio di darsi interamente a noi fino a offrirsi continuamente nelle nostre povere mani. È difficile, come si può comprendere questo Dio che è rimasto così unito all’uomo, lo ha preferito come dimora perpetua. Oggi come allora questo è un discorso duro perché la scelta di Dio richiama le scelte degli uomini.
Si può constatare che il Signore non può offrire la sua vita se non ci si decide ad accoglierla. Bisogna prendere, fare proprio, mangiare e assimilare. È necessario diventare tutt’uno con Lui e come Lui. Solo così il dono diventa dono per chi lo riceve. Oggi si celebra non tanto quanto Dio aveva già detto e dato nell’ultima cena, ma soprattutto la capacità di fare spazio a questo nuovo ed inedito modo di esistere, vivere spezzandosi. È l’atto del “per sempre” di Dio, senza revoche e ripensamenti, segno tangibile della sua alleanza eterna con gli uomini.
Il dono della sua vita passa per il “corpo”, primo approccio di relazione umana, attraverso il corpo nascono i primi legami. E il Signore ci dona il suo corpo e il suo sangue, la massima espressione dell’Amore. A Gesù non basta darci qui la sua presenza, ma vuole darci quello che appartiene solo a lui: l’eternità. L’Eucarestia è il cibo dell’immortalità, pegno della vita futura come preghiamo con la liturgia.
Questa la straordinaria scelta di Dio di unire cielo e terra per sempre, in un piccolo dono che non rimane in alto, ma ci rende possibile raggiungere l’Alto e l’Altro.
“Non abbiate paura” (Mt 10,26.28.31) è l’affermazione che dà sicurezza, fiducia, che rianima la speranza, che ci fa superare tutto quanto può far spavento e far rinunciare alla coraggiosa, aperta e pubblica proclamazione del vangelo. C’è da “testimoniare sui tetti”, quindi a voce alta!
Il Signore Gesù annuncia ai discepoli le sofferenze che, come lui, anche loro dovranno affrontare. Esortando a non avere paura, invita ad annunciare la buona novella, nella certezza che ogni vita è nelle mani del Padre a cui nulla è nascosto. Il discepolo deve vivere già fin d’ora in comunione con lui. Questo comporta delle scelte che necessariamente sono ostacolate da coloro che pensano secondo il “mondo” e non secondo Dio.Come i discepoli, siamo chiamati ad andare, ad uscire dai nostri “cenacoli” per annunciare a tutti l’amore del Padre per ogni uomo. In questo sta la nostra forza: il suo amore fedele che sostiene, guida e precede.
Il Signore ci mette in guardia da false paure: quella di aprirgli la porta, di riconoscerlo davanti agli uomini, di proclamare il suo messaggio. Egli non elimina la paura, ma le dà un senso: guardare a ciò che è essenziale e non dare molta importanza a ciò che non ha valore definitivo. Il nostro atteggiamento diviene così timore filiale nei confronti di Dio Padre, ci libera dalla paura degli uomini, da tutte le situazioni di sofferenza e di angoscia, di morte e di male. La vita terrena certamente ha un valore, ma per il cristiano non è definitivo; per questo Gesù ci esorta a non temere coloro che uccidono il corpo, poiché tutto, anche la morte, è nelle mani e nel cuore di Dio. Sia lui la nostra speranza. Là dove l’azione degli uomini termina e non ha più potere, lì interviene Dio con la sua forza divina. Lasciamoci, dunque, attirare e sedurre dal suo amore infinito ed eterno pregando con le parole della preghiera Colletta di questa domenica: “O Dio, che affidi alla nostra debolezza l’annunzio profetico della tua parola, sostienici con la forza del tuo Spirito, perché non ci vergogniamo mai della nostra fede, ma confessiamo con tutta franchezza il tuo nome davanti agli uomini, per essere riconosciuti da te nel giorno della tua venuta”. Amen.