In questa domenica siamo di fronte ad una pagina evangelica quasi “incomprensibile” (Lc 16,1-13). Abituati ad un linguaggio di Gesù semplice e chiaro, facciamo fatica a entrare in queste parole. Eppure in questa parabola c’è tutto un movimento ed un insieme di meccanismi così frequenti nell’uomo di sempre. Un amministratore “imbroglione” che di fronte al pericolo di perdere tutto agisce con scaltrezza, coinvolgendo anche gli altri, creando una rete di collaboratori dell’inganno…ma che funziona. Quante volte si agisce così! Quanti sistemi sono in piedi grazie ad amministratori saggi e scaltri, capaci di “muoversi” per non soccombere! Fin qui nulla di tanto “lontano” dalla logica che ci circonda e che spesso ci abita dentro! Gesù in questo scenario inserisce un messaggio di luce, richiama ad una capacità di essere desti nelle cose di Dio, di saper agire con scaltrezza ed intelligenza, ma da “figli della luce”. Invita a prendere ad esempio i figli di questo mondo che non perdono tempo. Questo amministratore si salva in calcio d’angolo, con la ricchezza altrui certo, che investe non più in altra ricchezza ma in amicizia. La investe in futuro, in possibilità di accoglienza, in un rifugio contro la solitudine che, in fondo, la ricchezza procura. Investe tutto perché ci sia qualcuno, che in caso di necessità, lo accolga nella sua casa. “So io cosa farò perché, quando sarò allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua.” È cambiata la motivazione del suo agire! Da qui segue il richiamo ad una fedeltà che parte dal poco e da ciò che non ci appartiene.
Infine, una frase chiara, un invito a scegliere chi servire, a scegliere chi amare, a chi appartenere. Scegliere se essere liberi figli o schiavi. Scegliere se accumulare ricchezza o liberarci da essa per essere figli amati di Dio. Gesù non obbliga a scegliere o l’uno o l’altro, semplicemente dice che è impossibile avere due padroni. La più grande schiavitù forse consiste proprio nel non riuscire mai ad appartenere ad un solo padrone, diventando così uomini divisi in se stessi e infelici.
Bellissima questa pagina del Vangelo! Dovremmo essere così pieni di gioia di essere amati, cercati, perdonati…sempre! Il Signore ce lo sta dicendo in tutti i modi: Lui è felice di venirci incontro (ci ha preso gusto già con l’incarnazione!), è felice quando noi ritorniamo, è felice di lasciarci liberi anche… Ha una capacità di lasciarci andare e di attendere con amore paziente e misericordioso, il nostro ritorno, che a noi fa pure rabbia! In realtà è bello sapere che c’è sempre “una porta aperta”, due braccia spalancate che stringono senza costringere. Stringendo trasmettono calore, coraggio, voglia di libertà. Sì, perché la libertà ci fa crescere. Ma la libertà è capace di darla solo chi sa amare in maniera disinteressata, chi crede che l’errore, il male fatto, non può avere l’ultima parola. Dio non si spazientisce neanche quando, come il figlio maggiore della parabola, siamo invidiosi, incapaci di godere del bene altrui e della bontà altrui. E allora spalanchiamo i nostri cuori per trasmettere quella misericordia che a nostra volta abbiamo ricevuto.
In questo piccolo brano del vangelo di Luca c’è una parola che torna continuamente: Cammino. Non è una parola ma una scelta, uno stile di vita, è la condizione necessaria per poter raggiungere la meta della propria esistenza, per vedere realizzati i propri sogni, per dare volto al progetto di una vita. Gesù prende la “ ferma decisione” di mettersi in cammino verso Gerusalemme. Ogni cammino nasce da una ferma decisione, perché il cammino non è una passeggiata, non è un viaggio alla scoperta di nuovi luoghi. Il cammino è quel percorso tutto in salita fatto di ostacoli, rifiuti, incontri, sguardi, cuori, passi spesso incerti e fragili. Gesù a Gerusalemme troverà una croce ad attenderlo ma che Lui trasforma nel mezzo attraverso il quale far passare il dono della sua vita. Il rifiuto dei samaritani non blocca però Gesù e non lo induce alla vendetta come vorrebbero fare i discepoli. Gesù non attende questo reazione dai discepoli, non è questo il potere che ha dato loro, vorrebbe invece che avessero la capacità di riprendere il cammino dopo ogni rifiuto, nonostante le ostilità degli uomini, nonostante i cuori induriti, avere il fuoco della testimonianza e non quello della distruzione. Il cammino prosegue verso un altro villaggio. Se a Samaria c’era l’ostilità qui un tale è disposto a seguirlo ovunque…probabilmente non sa quello che dice. «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». Non sappiamo se quell’uomo lo abbia seguito ma di certo è stato posto davanti ad una scelta. Di certo non ha incontrato un Gesù che fa promesse, che si lascia prendere dall’entusiasmo senza radici degli uomini, non è un venditore di illusioni, nè un mercante di sogni. È un maestro che a chi chiede di seguirlo propone solo la vita, chiede di annunciare il Regno, di lasciare i morti, di lasciare tutto quello che non rappresenta futuro e vita, tutto quello che ci blocca dal camminare. Quante volte il pensare ai “morti” impedisce, ritarda e mette al secondo posto l’annuncio del regno di Dio? Sembra senza cuore Gesù con questa risposta, poco umano e invece “lascia che i morti seppelliscano i loro morti “ ossia nulla anteporre all’amore di Cristo. Ancora un incontro, ancora una promessa da parte di un tale: «Ti seguirò, Signore, ma prima lascia che io mi congedi da quelli di casa». Puntuale la risposta di Gesù, il cammino con Lui non prevede il tornare indietro, ma soltanto il cuore rivolto sempre al Regno di Dio. Sr Giuliana
In questa undicesima domenica del tempo ordinario protagonista è ancora la misericordia. E’ il talento, il dono grande che Dio non si stanca mai di offrire e condividere. E’ il cuore della Buona Novella da diffondere “per città e villaggi” come Gesù, con il suo stile. Oggi nel Vangelo Egli ci offre un saggio, una demo di evangelizzazione: disponibilità all’incontro, dialogo, perdono. Gesù accoglie l’invito a pranzo di Simone il fariseo, accetta di fare comunione, di stare seduto alla stessa tavola con chi ha idee, orizzonti, fede religiosa differenti. E con chi ha scarsa flessibilità ed è chiuso nei suoi schemi e nei suoi pregiudizi. Con il suo metro legalista Simone misura la donna peccatrice che, non si sa come e perché, era riuscita a intrufolarsi nella sua casa… Noi, davanti a uno come Simone il fariseo, avremmo preso le distanze, avremmo declinato l’invito. Gesù, che ha tenacia e audacia da vendere, lancia la sfida del dialogo: “Simone, ho da dirti qualcosa” (Luca 7, 40-41). Attraverso la parabola dei due debitori tenta di far uscire fuori dalle sue chiusure il fariseo e offrirgli un’altra chiave di lettura della realtà, un altro metro per misurare la donna e il suo cuore. Gesù opera un capovolgimento: la donna, con il suo carico di peccato, diventa modello per la fede e la generosità con cui adorerà il Maestro, sotto lo sguardo scandalizzato dei presenti. Cerca di guidare Simone, e non solo lui, alla comprensione che “l’uomo non è giustificato per le opere della Legge, ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo” (Galati 2,16); che “Dio è Spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità» (Gv 4, 24). La religione di Simone deve confrontarsi con la peccatrice della città, a cui nessuno avrebbe dato credito, ma capace di riconoscere il suo peccato e di affidarsi al Maestro al quale rivolge i gesti sacri dell’accoglienza: l’acqua per i piedi, il bacio, l’olio profumato sul capo. Nella sua vita c’è tanto peccato, ma c’è ancora spazio per il perdono e per ricominciare “La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!” (Lc 7,50).
Per quanto ancora scandaloso la misericordia è l’altro nome di Dio e la fiducia e il dono sono la misura nel Regno di Dio annunciato da Gesù. Il pass per poter entrare “nei villaggi e nelle città”, e nel cuore della gente, consegnando “un messaggio di riconciliazione e di pace” (Colletta Anno C).
Il Vangelo di questa X domenica del tempo ordinario ci conduce a Nain, piccolo villaggio che deve la sua celebrità proprio al miracolo di cui diventa testimone e missionario.
Gesù cammina con i discepoli e una grande folla: un seguito di fede, di curiosità, di scetticismo…e si imbatte in un corteo funebre per un giovane della città. Incontra il dolore e lo strazio di una donna che ha già perso il marito e ora con la morte del suo unico figlio ha perso tutto. E’ spettatore di questo evento tragico, nessuno gli chiede di intervenire: né i discepoli, né la gente, né la donna. Si muore, anche i giovani muoiono, la morte è un evento tragico, ma ordinario dopotutto! Ne muoiono a migliaia nel Mediterraneo, di uomini e donne e bambini. O negli scontri in Siria, in Africa e in luoghi che nessuno conosce e che i media non raccontano…Che possiamo fare!?
Ma davanti a quel dolore che passa, Gesù non si gira dall’altra parte, non va oltre continuando la sua strada, decide di fissare il suo sguardo e ci dà un bell’esempio di misericordia e consolazione. “Vedendola…fu preso da grande compassione”, non è un atto dovuto il suo, né si sente costretto ad agire, Gesù si sintonizza con il sentire dell’altro, con il suo cuore e il suo dolore. Non può non intervenire, è esigenza, è desiderio di andare incontro e consolare. “Si avvicinò”, appunto è necessario accorciare le distanze, superare le diffidenze e le differenze e la paura; muoversi verso e scomodarsi anche e le parole suonano più vere. “Toccò la bara”, ci sono gesti concreti, di tatto, che traducono i pensieri, i sentimenti e ci permettono di superare la ripugnanza e il perbenismo e diventano canali di tenerezza e misericordia.
Gesù ci educa attraverso il suo Vangelo a stare al mondo, non solo ad essere presenti, a farsi vedere, a far finta di esserci. Nè spettatori, né ospiti, ma gente che abita e stringe relazioni e si prende cura della vita. L’incontro vero, quello che salva, che educa, capace di ridare vita, coinvolge sempre cuore, testa, mani. La totalità della persona. Non è mai gratis, a costo zero…ma è sempre gratuito, ha cioè un valore infinito, perché dentro c’è la vita delle persone, il loro tempo, l’interiorità, il rischio, la paura, il desiderio di farsi prossimo. Di coloro che danno e di coloro che ricevono.